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Appunti di viaggio

Guerra per l’acqua tra contadini messicani e Stati Uniti

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06 novembre 2020

Da mesi combattono, hanno bloccato ferrovie e strade commerciali con gli Stati Uniti, hanno dato fuoco ad edifici governativi e sequestrato per qualche ora un gruppo di parlamentari. Non vogliono che il governo messicano trasferisca miliardi di metri cubi di acqua alla superpotenza di oltre frontiera, sulla base di un accordo risalente al 1944. È la loro acqua, quella da cui dipendono le coltivazioni del prossimo anno. Il 2020 è stato un anno di siccità, di temperature roventi, di raccolti mancati, di pandemia. Spinti dalla disperazione e armati di bastoni e di pietre, migliaia di contadini della Stato di Chihuahua in Messico sono riusciti ad avere la meglio, lo scorso 8 settembre, su un centinaio di soldati della Guardia nazionale messicana che controllava la diga di Boquilla, e si sono impossessati di uno dei bacini idrici più importanti della frontiera. Da quasi due mesi non lasciano passare una goccia d’acqua negli Stati Uniti. «Ci siamo sempre dedicati ai campi, non abbiamo mai protestato. Questa però è una guerra per sopravvivere, per continuare a lavorare, per sfamare le nostre famiglie», ha raccontato al «New York Times» Victor Verderrain, il portavoce di circa ventimila famiglie di agricoltori locali, tra piccoli proprietari di appezzamenti e affittuari. Nella presa della diga di Boquilla, ci sono stati scontri, feriti e una vittima: una giovane coltivatrice di alberi da noce, crivellata dai proiettili sparati dalla Guardia nazionale mentre si trovava seduta su un furgoncino, con la maschera anti-covid al volto.

Sarebbe però un errore liquidare la rivolta dei contadini messicani contro il proprio governo federale e contro gli Stati Uniti come una vicenda locale. I mutamenti climatici, l’innalzamento delle temperature, le sempre più frequenti siccità spingono persone e popolazioni ad una conflittualità crescente, quando la posta in gioco è l’acqua. Già oggi — secondo i rapporti della Fao, l’organizzazione dell’Onu per l’agricoltura e l’alimentazione — 3,6 miliardi di persone vivono in aree dove le risorse idriche scarseggiano e nel 2050 si prevede che saranno tra i 5 e i 6 miliardi a soffrire per l’insufficienza di acqua. Due terzi dei corsi e dei bacini del pianeta segnano i confini tra Paesi o etnie diversi e «non sono gestiti in maniera cooperativa», per usare il linguaggio diplomatico della Fao. Più esplicite sono le carte geografiche dell’Organizzazione dell’Onu, dove le macchie rosso sangue, sinonimo di scarsità di acqua e possibili guerre, ricoprono aree di frontiera dell’Africa mediterranea e subsahariana, il Corno d’Africa, il Medio Oriente, la penisola arabica e i Paesi del Golfo Persico fino ad arrivare a vastissime regioni del subcontinente indiano e della Cina. Rossa è considerata anche l’area dell’America centrale e del confine tra Messico e America del Nord. Eppure 66 anni fa il trattato firmato da Usa e Messico per la condivisione delle acque dei due fiumi che correvano lungo la frontiera, il Colorado e il Rio Grande, appariva equo e persino benevolo verso il soggetto più debole, lo Stato messicano. Il testo, rimasto inalterato, prevede che il Messico debba inviare, ogni quinquennio, oltre due miliardi di metri cubi di acqua negli Stati Uniti e riceverne in cambio una quantità quattro volte maggiore. Il problema è che il governo centrale messicano non riesce più a raccogliere acqua da destinare al Texas, senza togliere risorse vitali ad una parte dei suoi abitanti. Ancora con un debito da saldare di 230 milioni di metri cubi di acqua per l’attuale quinquennio, il presidente messicano López Obrador aveva dato ordine di “prelevarlo” dalla diga di Boquilla in Chihuahua, uno Stato assetato come pochi altri. Ma questa volta le comunità dei contadini locali hanno detto di no, aprendo scenari difficili da valutare per il futuro.

di Elisa Pinna