· Città del Vaticano ·

Un fine pena mai che non ha riduzioni

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05 novembre 2020

«La saggezza terrestre esige spesso il reciproco perdono fra gli uomini ma non sa come ciò possa realmente avvenire». Nelle parole del teologo Karl Rahner, che in primo luogo esprimono l’insufficienza delle possibilità umane di fronte a determinati eventi dell’esistenza, c’è tutto lo spessore drammatico di una dicotomia antica la cui soluzione, nella pratica, trova ostacoli all’apparenza insuperabili. La questione, naturalmente, riguarda anche e soprattutto la Chiesa, nonostante il messaggio evangelico fornisca teoricamente strumenti risolutivi.

Un esempio fra i più evidenti (e incalzanti) è quello relativo ai cosiddetti Anni di piombo della storia italiana: il trattamento riservato ai terroristi pentiti o dissociati contrapposto a quello dei famigliari delle vittime, la cura pastorale verso chi deve essere redento rispetto alla prossimità con chi sperimenta un dolore che probabilmente non terminerà mai, e di cui si è chiamati a dare una risposta anche teologica. Sebbene, storicamente, la fase del terrorismo italiano sia da archiviare, almeno nelle forme in cui si è presentata fra gli anni Settanta e Ottanta, il tema è attuale e denuncia l’esistenza di un debito non ancora saldato.

Per questo, il libro di Silvia Meroni (Carlo Maria Martini e gli Anni di piombo, Milano, Ancora editrice, 2020, pagine 347, euro 27) presenta elementi e interrogativi non banali, ancorché parta da una presa di posizione dichiarata (e documentata): quella che intende ricalibrare l’immagine del cardinale arcivescovo di Milano (destinatario ideale della celebre consegna delle armi da parte di alcuni esponenti delle Br), come di un pastore troppo attento al dialogo con chi aveva impugnato la pistola e troppo poco vicino ai famigliari di politici, magistrati, poliziotti, funzionari caduti in nome della lotta allo «Stato imperialista delle multinazionali».

Non banale, si diceva, il libro. Perché, a proposito, più in generale, della Chiesa, Meroni non parte da un’assoluzione tout court. Anzi, cosciente di come «nel rapporto fra vittime e carnefici, il rischio è riabilitare chi ha operato il male trascurando di continuo chi soffre», l’autrice esplicita sin dalle prime pagine una conclusione: «A distanza di decenni dalla fine degli anni di piombo forse non è azzardato dire che è mancato, anche nella Chiesa, un “luogo” anche teologico di ascolto delle vittime». Le riflessioni, l’amarezza dei parenti delle vittime, raccolte nel libro, sono in tal senso una testimonianza che non si può ignorare (Ma perché, se stavamo tanto a cuore — ebbe a dire la vedova del commissario di polizia Luigi Calabresi, Gemma Capra — nessuno è venuto a cercarci?).

Non è in effetti un azzardo. Soprattutto quando ci si trova di fronte a vicende complesse, a percorsi interiori laceranti, all’incapacità di perdonare, sperimentata anche da convinti fedeli cattolici, vedove, orfani, parenti di coloro che, immancabilmente, in ogni omelia funebre come in ogni discorso ufficiale, vengono definiti come “servitori dello Stato”. Chiunque, sufficientemente dotato di empatia, abbia avuto modo di parlare con il famigliare di una vittima del terrorismo, prima o poi si è trovato a constatare una certa insofferenza, se non vero e proprio fastidio, nel momento in cui se ne sottolinei, esaltandola, la capacità di perdonare.

Il perdono non è scontato. Né permanente. È un lavoro continuo, un impegno che si accompagna a una sofferenza pervicace. Non è mai superfluo citare Mario Calabresi, figlio di Luigi, quando nel suo libro Spingendo la notte più in là osservava che, a differenza degli ergastolani che possono sempre contare su qualche sconto, per i famigliari delle vittime il “Fine pena: mai” non ammette riduzioni.

Come può dunque un credente che abbia subìto una tale sofferenza, e che non riesce ad andare oltre, gestire questa ulteriore lacerazione, l’obbligo che gli deriva dalla sua fede di perdonare e il senso quasi di colpa di non riuscire a farlo? E quali risposte dare a chi vede tanta solerzia, tanto zelo missionario nell’andare a curare chi ha sbagliato e tanto silenzio, tanta indifferenza, a volte, verso chi subisce gli effetti dei suoi sbagli? E «come potrebbe — si chiede Meroni — uno fra i più alti valori della fede cristiana, il perdono, offrire la grazia della riconciliazione se allo stesso tempo giungesse a imporre pesi a colui che è vittima? Non finirebbe per contraddire il volto universale di Dio amore, o perlomeno renderlo ambiguo? Come potrebbe l’amore di Dio comportare un carico ulteriore per la vittima, cui si chiede di farsi carico della salvezza di colui che le ha inferto il più acuto fra i dolori che l’uomo possa provare? Non assisteremmo, sul piano teologico, a una sorta di forzatura nel momento in cui descrivessimo Dio come colui che, in ragione della sua misericordia, non può che restare accanto ai violenti, che di misericordia hanno bisogno, più che alle loro vittime? Non ci sarebbe in questa parzialità di Dio una “complicità” con gli attori della violenza e una marginalizzazione del dolore delle vittime, che non ha lo stesso bisogno di redenzione? In una siffatta prospettiva non sbiadirebbe la vittima e il suo bisogno di giustizia? Il bisogno di riparazione del male subito non passerebbe in secondo piano rispetto al recupero — certamente, si badi bene, necessario — di colui che ha agito il male?».

Formulate le domande, Meroni non si esenta dal rispondere. Lo fa appunto attraverso Martini, viaggiando attraverso i tanti lutti vissuti da Milano in quegli anni, i tanti funerali celebrati in Duomo e le tante visite del porporato ai famigliari delle vittime e le premure personali, poco note, manifestate nei loro confronti. Un percorso delimitato dal motto pro veritate adversa diligere, scelto dall’arcivescovo di Milano per il suo stemma episcopale, e idealmente dal celebre monito di Aldo Moro, «una democrazia senza verità è fondata sulla sabbia».

È un percorso che intreccia la storia italiana, le indagini, i depistaggi, l’ulteriore scandalo di una verità ancora da scrivere su mandanti e autori di alcune stragi. E come spesso accade nelle vicende umane, è il percorso stesso a fare la differenza, più che il traguardo raggiunto. Grazie all’ausilio di documenti e testimonianze emerge nell’azione del cardinale Martini una teologia del perdono e della giustizia applicata e verificata empiricamente ogni giorno. «Occorre evitare un fraintendimento — dirà Martini nell’omelia pronunciata per la Giornata della pace del 1° gennaio 1997 — Quando si parla di perdono, soprattutto di fronte a casi gravi di violenza, ad esempio di persone care, si ha talora l’impressione che si voglia dare un colpo di spugna, fare come se nulla fosse accaduto, passare sopra a fatti inaccettabili e gravissimi. Non è questo il perdono cristiano (…) Neppure Dio perdona così, banalizzando il male compiuto (…) Dio vuole che la verità secondo cui il male è inammissibile e distruttivo sia proclamata, capita, umilmente accettata. Vuole che chi ha compiuto il male se ne penta di tutto cuore, cambi vita, ripari con tutte le sue forze il male fatto, lo pianga nella misura in cui ha fatto piangere altri, offra le condizioni per una riparazione il meno inadeguata possibile. Solo in questo modo il perdono sarà rispettoso di chi ha compiuto il male, prenderà sul serio chi ha sbagliato, ne smaschererà le trame inconsce, gli permetterà di rendersi conto dei disastri arrecati dalla sua irresponsabilità e malvagità, aiutandolo a cambiare il cuore».

di Marco Bellizi