· Città del Vaticano ·

Intervista con padre Juan Gabriel Arias missionario argentino

Recuperare l’umanità per essere degni del mondo

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05 novembre 2020

«Recuperare l’umanità è l’unica via per abitare il mondo in modo degno e responsabile». Ogni giorno, senza eccezioni, un “esercito” dal valore incalcolabile e spesso invisibile formato da milioni di missionari e missionarie, senza altre armi che la dedizione, la solidarietà e la speranza, porta il Vangelo e anche il magistero e la parola di Papa Francesco in ogni angolo del pianeta. Grazie a questi inviati, la nuova enciclica del Pontefice sulla fraternità e sull’amicizia sociale è giunta anche in Mozambico — Paese duramente colpito per decenni da guerre, violenza e povertà — come un soffio di pace e di speranza. «Per la Chiesa in Mozambico, Fratelli tutti è parte di un cammino iniziato lo scorso anno durante la visita apostolica di Francesco, quando il Pontefice, da Maputo, ha lanciato un commovente appello a favore del processo di pace e riconciliazione. Non c’è dubbio che in Mozambico la fraternità è il complemento della pace e della Misericordia», sostiene Juan Gabriel Arias, sacerdote argentino inviato in questo Paese africano, tra i più poveri del continente e del mondo, nel 2000 da Jorge Mario Bergoglio, allora arcivescovo di Buenos Aires.

La sua passione per l’Africa era nata molto tempo prima, frutto della sua voglia di aiutare gli altri, dalla sua vocazione come missionario di dedicare la propria vita ad annunciare il Vangelo a quanti ancora non lo conoscono. Non appena ha messo piede in Mozambico, si è immerso nella realtà delle popolazioni più abbandonate e bisognose e ha avviato ogni sorta di attività educativa, sanitaria e di aiuto sociale nella comunità. Ha finito col diventare un’enciclopedia vivente del posto, imparando le lingue locali e vivendo in luoghi dove in pochi riescono ad arrivare. La sua missione è evangelizzare, ma in Africa il concetto occidentale di evangelizzazione non rende giustizia a quella realtà.

Padre Juan Gabriel, in questa intervista a «L’Osservatore Romano», presenta la realtà di un continente spesso dimenticato e descrive come si sta vivendo lì, con solidarietà, il tempo di pandemia. Spiega come, in piena crisi, i più bisognosi condividono con il prossimo, attraverso la Chiesa, quel poco che hanno. E racconta anche l’importanza per la Chiesa mozambicana delle riflessioni fatte da Papa Francesco nella sua nuova enciclica e come è stata accolta nelle sue comunità.

Come si può definire l’ultima enciclica di Papa Francesco?

L’enciclica Fratelli tutti è indubbiamente un manifesto per il nostro tempo. Nel leggerla ci si sente chiamati a un’assunzione decisiva di responsabilità, sia individuale sia collettiva. È certamente un’enciclica per riorientare la propria vita. Dinanzi alla pandemia, alla crisi economica, all’aumento della povertà, alla crisi di rappresentanza della politica, alle cruente e interminabili guerre, alle migrazioni e a tanto altro, Francesco propone di riscoprire e di praticare la “fratellanza universale”, ossia ci invita a recuperare l’umanità. Recuperare l’umanità non è un’alternativa, ma l’unica via per abitare il mondo in modo degno e responsabile. San Giovanni della Croce diceva che al tramonto della vita saremo giudicati per l’amore e credo che anche la civiltà umana, nel suo insieme, lo sarà. L’enciclica esprime chiaramente la necessità dei valori della pace, della giustizia, della solidarietà e della tutela dell’ambiente, ma non in modo astratto. Francesco riprende nel suo documento l’impulso di rinnovamento che ha animato il concilio Vaticano ii, a partire da san Giovanni xxiii e passando per san Paolo vi e san Giovanni Paolo ii, dove la fratellanza indica la via all’umanità. Per la Chiesa in Mozambico questo documento fa parte di un cammino avviato lo scorso anno durante la visita apostolica, quando Francesco ha lanciato un commovente appello a favore della pace. Non c’è dubbio che in Mozambico la fraternità è un complemento della pace e della misericordia. È un testo che infonde speranza.

Speranza in un mondo in cui, ogni giorno, e non solo in Africa, sembrano prevalere la logica dell’oppressione, l’utilitarismo e la violenza. Come si può capovolgere questa realtà?

L’enciclica è proprio un campanello d’allarme affinché non ci focalizziamo su cose passeggere e spostiamo l’attenzione su ciò a cui siamo destinati: «Amatevi gli uni gli altri». Chi ascolta questo comandamento, o meglio chi l’osserva, si rinnova interiormente non attraverso un amore qualsiasi, ma attraverso lo stesso amore che il Signore gli ha donato. La pace interiore di cui ci parla sant’Agostino non è possibile se non ci sforziamo attivamente di donarci all’altro, di parlare a chi attende di ascoltarci. Sono temi trattati da Francesco in questa enciclica, insieme ad altri ancora più profondi come il perdono, l’accoglienza, l’amicizia e la fraternità.

L’Africa continua a essere il continente meno colpito, per quanto riguarda il numero di morti e di casi positivi, dal covid-19. Le previsioni delle istanze internazionali a marzo e ad aprile invece erano state molto allarmistiche.

Quando è scoppiata la pandemia di coronavirus tutto faceva pensare che i suoi effetti sarebbero stati devastanti in Africa. E in molti Paesi africani la trasmissione è stata elevata, ma la gravità e la mortalità sono state molto più basse di quelle inizialmente previste sula base dell’esperienza in Cina e in Europa. In Mozambico la gente pensava che in Africa un’esplosione di casi come quella europea sarebbe stata catastrofica visti i sistemi sanitari sovraccarichi e sottofinanziati. Ma, di fatto, la letalità del virus per ora è più bassa che in altri luoghi. Ci sono varie teorie sul perché il virus qui è meno letale. Alcune chiamano in causa le differenze climatiche, l’immunità preesistente, fattori genetici e differenze comportamentali. L’Africa è dunque fuori pericolo? Chiaramente no. Il virus circola ancora e non sappiamo che cosa succederà con l’aumento della sua interazione con le persone. Ma una cosa è chiara: gli effetti secondari della pandemia saranno una vera sfida per l’Africa. Mi riferisco alle gravi interruzioni delle attività economiche e sociali, ai potenziali effetti devastanti della riduzione dei servizi di assistenza che tutelano milioni di persone, come le vaccinazioni regolari e i programmi di controllo della malaria, della tubercolosi e dell’Hiv. Povertà, disuguaglianza e crisi ambientale sono alcuni dei problemi che aggravano gli effetti del covid-19.

Qual è stata la reazione della sua comunità ecclesiale di fronte al coronavirus?

La gente non era informata. Ho dovuto preparare in poco tempo dodici giovani per portare avanti una campagna di prevenzione sul virus in tutte le comunità. La mia parrocchia assiste quarantacinque comunità che per motivi geografici si dividono in nove aree. Le distanze tra quest’ultime sono enormi e non c’è elettricità. Non hanno quindi accesso alle informazioni di internet e della televisione. I dodici operatori sono andati di casa in casa, hanno bussato a ogni porta, per dare informazioni sul virus e lasciare gli opuscoli esplicativi scritti da noi. Il momento più difficile è stato indubbiamente quello della settimana santa. La sospensione dei servizi religiosi ha colpito molto la comunità, e inoltre il divieto imposto dal governo di pregare nelle chiese ha generato un cortocircuito culturale in due delle nove aree. In passato, durante la guerra, queste zone sono state protagoniste di una vera e propria persecuzione religiosa. E la mancanza d’informazione ha portato le persone a pensare che, come era successo durante il comunismo, dovevano difendere la propria fede e perciò s’incontravano nella giungla per pregare clandestinamente e difendere la Chiesa. Uscivano di casa con le tradizionali brocche sulla testa dove, al posto dell’acqua, mettevano i testi del catechismo. Abbiamo faticato a far capire alla gente che la pandemia era una cosa diversa. In un’altra delle zone più povere le persone hanno pensato che, non potendo visitare le comunità non ricevevo offerte, perciò dovevano aiutarmi perché forse stavo morendo di fame. È consuetudine del posto che quando si viene a messa o quando visito personalmente le comunità, le persone che non hanno nulla offrano comunque i pochi frutti del loro lavoro nei campi alla parrocchia: mais, manioca e altri prodotti della terra. Mi hanno chiamato e hanno riunito il raccolto comunitario per la parrocchia, frutto del lavoro della terra dei più poveri. Ho ricevuto molti messaggi dai miei fedeli e ho assistito a gesti veramente incredibili.

Mai come oggi abbiamo capito che siamo “tutti nella sulla stessa barca”, mai come oggi è apparso chiaro che “nessuno può salvarsi da solo”, come ci ha ricordato Papa Francesco. Ma sembra che la solidarietà in alcuni casi sia entrata “in quarantena”.

La Chiesa non entra mai in quarantena. In tante occasioni, mentre le ong o i programmi delle agenzie internazionali mandano via il personale in situazioni di pericolo, noi restiamo. Generalmente tutti fanno un buon lavoro, ma quando la situazione si fa rovente a restare sono sempre la Chiesa e i suoi missionari. Non possiamo abbandonare la gente che sta vivendo una crisi. È normale che con la pandemia le istituzioni internazionali, i Paesi, e, oserei dire, persino le famiglie che aiutavano, si stiano riorganizzando, stiano serrando le fila di fronte alla crisi, e ciò si ripercuote, e profondamente, sugli aiuti; si fa quel che si può. Grazie a Dio, il progetto per offrire colazioni, che coinvolge una popolazione di oltre 15 mila bambini, per ora riesco a portarlo avanti, anche se il numero delle persone che lo sta richiedendo e ne ha bisogno è in aumento. Certamente la vita si è complicata con la pandemia ma bisogna ricordare che si tratta solo di un assaggio delle difficoltà che verranno se non si agirà con determinazione contro i fattori strutturali che condizionano il mondo, come la povertà e il cambiamento climatico.

di Silvina Pérez