· Città del Vaticano ·

Io sono nato qui

Una veduta dal monte Nebo, in Giordania, con l’indicazione dei luoghi santi

Due libri su Carlo Maria Martini

05 novembre 2020

Il monte Nebo, là dove Mosè poté vedere la terra promessa senza però mettervi piede, rappresenta il punto che più aiuta a entrare nella vicenda del cardinale Carlo Maria Martini, per ritrovarne la presenza di guida affidabile. Marco Garzonio, giornalista molto vicino al grande arcivescovo, nel volume Con Martini a Gerusalemme (Milano, Edizioni Terra Santa, 2020, pagine 256, euro 12) accosta il «destino drammatico di Mosè», che su quella montagna brulla aveva concluso «la sua carriera nella solitudine, servo inutile e obbediente», alla coscienza di sé di un uomo di Dio che in Israele riconobbe le sue radici. «Io sono nato qui», confessò un giorno di essersi detto, tanto intensamente viveva l’identificazione con i luoghi santi.

Ed è di là che guadagnò la lucidità, concessa a Mosè sull’ultima montagna, «su quelle che nella storia sono le grandi rotture d’epoca e insieme le grandi continuità». Sono parole di un vescovo che — non ha timore a osservare Garzonio — «divide ancora. Esistono a tutt’oggi suoi detrattori. Per cui occorrerà essere vigili e attenti, sfuggire a una ecolalia acritica, a nostalgie antistoriche, cercando di mettersi al riparo da forzature improprie dettate magari da un coinvolgimento di tipo affettivo».

Un libro onesto, sobrio, come è tipico di chi abbia realmente inteso la proposta di un maestro dello spirito che mai ha legato gli altri al proprio carisma, vincolando piuttosto alla Parola di Dio, colta originariamente nel suo legame con luoghi fisici, storie reali, documenti antichissimi. Indagati, già come esperto di critica letteraria, nell’incanto di chi, superando le barriere del tempo, si immerge in un avvenimento la cui energia modifica il corso delle cose e il destino di generazioni.

La proposta dell’autore è di attraversare col cardinale la Terra Santa, rileggendo le sue prime lettere pastorali nei luoghi dove la Parola di Dio si è lasciata conoscere, irrompendo o affiorando in circostanze vive, complesse, dinamiche, come quelle di chi oggi la ascolta attraverso le Sacre Scritture. «L’autentica beatitudine dell’uomo è poter disporre della Parola di Dio. Ovvero, c’è una beatitudine della condizione umana ed è il sapere che questa Paola esiste, indipendentemente dalla fede di ciascuno, dalle realizzazioni storiche delle esperienze religiose, dalle istituzionalizzazioni che si sono prodotte nel tempo e di quelle che oggi ci offrono l’opportunità di vivere il nostro senso religioso, di ritrovarci, di pregare, di sperare».

Martini, la Bibbia, Israele: Garzonio intreccia per i lettori dei fili preziosi che legano le otto tappe di un pellegrinaggio che sarà comunque reale, sia per chi potrà fisicamente trascorrere dei giorni tra il deserto di Giuda e le colline di Galilea, sia per chi lo compirà negli ambienti quotidiani, in cui Dio si fa da sempre vicino. «Il mio — scrive l’autore — vuole essere un lavoro calato nell’attualità, una verifica di quanto la memoria sia viva, un tentativo di evidenziare come un pellegrinaggio non sia una parentesi nel corso di un’esistenza in cui si è presi dalle tante preoccupazioni quotidiane e ci si dimentica di ciò che abbiamo di più prezioso: noi stessi».

Con questa attenzione, chi ha camminato sulle strade di Palestina a fianco di Martini sa portare i suoi lettori a contatto diretto con quel «mistero di morte e risurrezione che si respira a Gerusalemme» che costituì «un filo rosso di senso e illuminante», se non la vera e propria linea che il cardinale volle imprimere alla Chiesa ambrosiana. «Fede e storia sono sorelle, procedono a braccetto» coglie bene Garzonio. «Martini riassume nella sua esperienza queste tre polarità: il legame imprescindibile, generativo con le radici antiche del cristianesimo; la visione storica dell’esistenza (...) i bisogni dell’umanità intera». In questo modo il suo percorso intercetta «l’uomo in cammino, che avanza nella ricerca continua, incessante di un senso da dare alla vita» particolarmente quando, aprendo nella lectio divina il tesoro delle Scritture, il cardinale «è stato maestro nel rendere la funzione di genius loci svolta da molte località che fanno da sfondo ai racconti evangelici e che sono ancora oggi riconducibili a situazioni reali».

Proprio il carattere fondamentale, nella spiritualità ignaziana, della “composizione di luogo” che porta l’orante dentro la scena biblica, lo induce attraverso i sensi e l’immaginazione a cogliersi contemporaneo all’evento della Parola, strappa il pellegrinaggio alla tentazione di diventare parentesi culturale o turistica, a vantaggio di una vera possibilità di rinascita, o conversione. Come quella richiesta a Mosè, che ebbe da accogliere il limite del suo percorso, vedendo la Promessa compiersi soltanto dal Nebo. Oppure a Martini «che per una vita aveva sognato di essere sepolto a Gerusalemme e che con la città santa aveva un rapporto così profondo e particolare», chiamato alla fine di spogliarsi persino «di un desiderio dell’Io peraltro così naturale, proprio come accade nei più intensi cammini spirituali». D’altra parte, affidando il suo corpo alla terra di Milano, sotto l’altare della croce di san Carlo, in Duomo, il cardinale è come indicasse infine a tutti che là dove si è stati posti è Gerusalemme, terra santa in cui Dio parla. Ed è sempre la prima volta: «Lampada per i miei passi, Signore, è la tua parola, luce sul mio cammino». È inciso sulla sua pietra.

di Sergio Massironi