· Città del Vaticano ·

Musica via per l’accoglienza

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg

«Rotte mediterranee» di Moni Ovadia

04 novembre 2020

A conclusione della terza edizione del Festival delle religioni promosso dal comune di San Giovanni in Persiceto (Bologna), per favorire la conoscenza e l’integrazione delle diverse anime della cittadinanza, si è svolto il recital di Moni Ovadia Rotte mediterranee, basato sull’intreccio di racconti e canzoni popolari dell’area mediterranea e composizioni originali del maestro Giovanni Seneca. Nel dialogo introduttivo alla performance, il celebre musicista e attore, per citare solo due della sue innumerevoli doti, ha spiegato il senso del lavoro commentando alcune parole che disegnano la cornice entro cui leggere lo spettacolo.

La prima parola è ascolto. Fedele alla tradizione ebraica entro cui è cresciuto e che ha riletto in modo originale, Ovadia ha ribadito che l’ascolto per eccellenza è la capacità di fare silenzio dentro di sé per ascoltare la voce di Dio, che parla a ogni uomo come ha fatto con Abramo. La narrazione che ce lo consegna, al di là della fede con cui accogliere o meno la sua vicenda, ci presenta un uomo che pur anziano, stagione non proprio adatta ai cambiamenti radicali, ha saputo fare il vuoto dentro di sé, per accogliere una voce totalmente diversa dalla sua e da quella della casa del padre, che probabilmente ha fatto di tutto per smontarla riportandola nell’alveo del buon senso.

In Abramo si può riconoscere la condizione di ogni uomo, soprattutto nell’invito a uscire da sé, dalla propria terra e dalle proprie convinzioni e convenzioni, rappresentate dalla casa del padre, per andare verso una terra promessa. Questa terra però non diventa un possesso esclusivo sia perché essa è già abitata da altri popoli, come Abramo e il suo clan scopriranno con sorpresa, sia perché la terra resta proprietà esclusiva di Dio. Citando un famoso midrash, Ovadia ricorda che se Dio avesse voluto cedere la proprietà della terra lo avrebbe fatto, al contrario invece, come ricorda anche l’istituzione dell’anno giubilare, Dio vuole ricordare a ogni uomo che sulla terra resta sempre un forestiero. Il considerare la terra come un proprio possesso è la radice di quella conflittualità che si manifesta nei nazionalismi antichi e contemporanei. Senza negare la storia e il legame con le proprie radici, occorre recuperare questa percezione di fondo: come siamo tutti figli di un unico uomo, nel senso che esiste una sola razza umana, così nessun popolo può considerare sua proprietà esclusiva quanto appartiene solo a Dio. Sono tematiche in consonanza anche con i temi recentemente riproposti da Papa Francesco nella sua enciclica Fratelli tutti: «La certezza della destinazione comune dei beni della terra richiede oggi che essa sia applicata anche ai Paesi, ai loro territori e alle loro risorse.

Se lo guardiamo non solo a partire dalla legittimità della proprietà privata e dei diritti dei cittadini di una determinata nazione, ma anche a partire dal primo principio della destinazione comune dei beni, allora possiamo dire che ogni Paese è anche dello straniero, in quanto i beni di un territorio non devono essere negati a una persona bisognosa che provenga da un altro luogo» (n. 124). Non a caso Moni Ovadia sta realizzando un recital proprio sui temi dell’enciclica.

L’altra parola chiave sviluppata dal musicista è stato il ridere. Contrariamente a una visione seriosa della religione e di un certo modo di intendere sia l’ebraismo sia il cristianesimo, il ridere ha una funzione spirituale e sociale molto importante. Nella tradizione ebraica, si ride molto perché il vero pio israelita ha chiara consapevolezza dei propri limiti. Questo favorisce una cultura della pace e della tolleranza, perché consente di non cadere prigionieri dell’idolatria delle proprie potenzialità siano esse personali o di un popolo. Lo stesso campione della fede, Abramo, ha maturato la sua disponibilità piena alla chiamata di Dio in un lungo itinerario in cui più volte ha riso. Certamente lo ha fatto nel capitolo 17 della Genesi, all’apparizione di Dio che gli riprometteva per l’ennesima volta il dono di un figlio, a lui ormai centenario e Sara novantenne sterile. E poi la stessa Sara nel celebre incontro dei tre ospiti alle querce di Mamrè, episodio reso celebre dall’icona di Andrej Rublëv come dai dipinti di Marc Chagall. Ovadia ha ricordato però che nel nome che Dio dà al figlio di questa coppia, Isacco, che in ebraico significa letteralmente «Dio riderà», si adombra il fatto che Dio stesso ha riso del riso di Abramo e Sara. Il riso allora non è segno di irriverenza o di sarcasmo, ma proprio della percezione dell’assoluta trascendenza di Dio, che stupisce l’uomo portandolo al sorriso proprio a causa del suo coinvolgersi nelle sue apparentemente piccole vicende.

Consapevolezza dei propri limiti e capacità di autoironia disegnano allora le coordinate entro cui può germinare una vera accoglienza dell’altro, scoperto non come un nemico da cui difendersi ma come un compagno di viaggio con cui condividere quanto di più bello l’uomo può fare: la danza e le musiche, riproposte nella performance sul Mediterraneo.

di Marco Tibaldi