· Città del Vaticano ·

DANTE E I PAPI • La componente dantesca nel magistero di Pio XII

Conoscenza scientifica e conoscenza teologica

Gustave Doré, «Dante e Beatrice contemplano l’Empireo» (XIX secolo)
04 novembre 2020

L’espressione “umanesimo cristiano”, che accompagna codeste riflessioni sui Papi cultori di Dante, fu usata dal teologo Raimondo Spiazzi, per definire l’umanesimo di Pio XII («Vita e pensiero», 12, 1949). Erano trascorsi dieci anni dall’elezione papale (2 marzo 1939) di Eugenio Maria Giuseppe Giovanni Pacelli, i dieci anni terribili della seconda guerra mondiale e della ricostruzione di un’Europa travolta da macerie morali e materiali.

L’impegno straordinario di Papa Pacelli in tutti i settori della vita della Chiesa è stato autorevolmente narrato e documentato da immagini mirabili e commoventi per coloro che riconoscono nell’abbraccio del Papa al popolo di San Lorenzo il segno di una pietas autentica congiunte ad una caritas e ad una fides ugualmente profonde. Ciò che è meno noto è il suo culto di Dante (cfr. Atti e discorsi di Pio XII, Roma 1946), e il fatto che la teologia dantesca sia una componente fondamentale del suo pensiero e del suo operato. È una prospettiva che ha le radici negli anni della formazione presso il Seminario romano di Sant’Apollinare, fu ordinato sacerdote il 2 aprile 1899, anni del papato di Leone XIII, della docenza di monsignor Poletto presso la cattedra di teologia dantesca, voluta dal Papa, e del volume di Poletto La riforma sociale di Leone xiii e la dottrina di Dante Alighieri (Siena 1898). Quel clima culturale, segnato dal neotomismo, aveva accompagnato il papato di Pio X e di Pio XI, del quale Eugenio Pacelli, nominato cardinale nel 1929, divenne stretto collaboratore, succedendo, come segretario di Stato, al cardinale Pietro Gasparri. La scelta del nome Pio XII segnala la contiguità e la continuità con i più vicini predecessori, ma anche con Enea Silvio Piccolomini, Pio II, primo grande Papa dantista della storia della Chiesa: «Nostro vivissimo rimpianto per un Pontefice d’indelebile memoria quale fu per noi Pio XI, statoci padre amatissimo, “lui duca, lui signore e lui maestro” nell’alto ufficio affidatoci» (discorso dell’11 febbraio 1940, durante l’udienza dei pellegrini milanesi per celebrare il primo anniversario della morte di Pio XI). Sembra una citazione di scolastica memoria e invece ci introduce a una conoscenza profonda del pensiero teologico di Dante che attraversa e forse lega tra loro discorsi, allocuzioni, radiomessaggi e interventi di varia natura, per tutto il ventennio del papato. All’interno della folta e articolata documentazione si potrebbero individuare due direttrici, due facce della stessa medaglia: da una parte l’entusiasmo euristico verso la teologia dantesca, con la centralità del Paradiso, dall’altra il rapporto tra conoscenza scientifica e conoscenza teologica, all’interno del quale Papa Pacelli affianca Dante a Galileo (che aveva indirizzato all’Accademia Fiorentina Due lezioni circa la figura, sito e grandezza dell’Inferno di Dante). Entrambe le direttrici di ricerca si svolgono nell’ambito del neotomismo, che, per la dantistica, proprio nei decenni centrali del Novecento, stava dando i suoi copiosi frutti (ricordiamo almeno Dante e la philosophie, Paris 1939, di Etienne Gilson e Landschaft der Ewigkeit, Dantestudien. Zweiter Band, Munchen 1958, di Romano Guardini, le date di pubblicazione coincidono con l’alfa e l’omega del papato pacelliano).

Per Pio XII, il tomismo è il cuore del corpus dottrinario cattolico e l’umanesimo di Dante è figlio di quella filosofia: «Benché l’umanesimo abbia per lungo tempo preteso di opporsi formalmente al Medioevo, che l’ha preceduto — non è meno certo che tutto ciò che esso comporta di vero, di buono, di grande e di eterno, appartiene all’universo spirituale del più grande genio del Medioevo, S. Tommaso d’Aquino. Nelle sue linee generali, il concetto dell’uomo e del mondo, quale apparisce nella prospettiva cristiana e cattolica, in ciò che ha di essenziale resta identico a se stesso: tale presso S. Agostino come presso S. Tommaso o presso Dante, tale ancora nella filosofia cristiana contemporanea» (Allocuzione ai filosofi umanisti del 25 settembre 1949).

Non casualmente provengono dal Paradiso gran parte delle citazioni dantesche. In particolare Papa Pacelli predilige il canto XXIV, in cui Dante viene esaminato sulla Fede, e il canto XXXIII, per la preghiera di san Bernardo alla Vergine Maria. Si veda la Lettera del 15 aprile 1940 indirizzata al segretario di Stato, cardinale Maglione, in cui Pio XII, dopo aver evidenziato il suo impegno in difesa della pace, invita i cristiani a pregare la Vergine, poiché «come afferma San Bernardo, “è volere di Dio che noi otteniamo tutto per mezzo di Maria” (…) che, come canta l’Alighieri, “qual vuol grazia e a lei ricorre sua disianza vuol volar senz’ali”». Le citazioni, provenienti dal Sermone di San Bernardo per la natività di Maria Santissima, e da Paradiso XXXIII, 14-15 interagiscono poeticamente tra loro, esplicitando la verità teologica.

Dello stesso tono la commovente e appassionata allocuzione, pronunciata in occasione del pellegrinaggio al Divino Amore, in piena guerra (11 giugno 1944): la Vergine Maria ha salvato Roma e i suoi abitanti dalla distruzione totale, «Eravamo in procinto di eseguire il nostro ardente voto per sorreggere la vostra fiducia in Maria, potente interceditrice presso il suo divin Figliuolo; se non che la clemente Regina e Patrona, la cui “benignità non pur soccorre a chi dimanda, ma molto fiate liberamente al dimandar precorre” (Paradiso, XXXIII, 16-18), ha prevenuto il nostro desiderio, cosicché noi oggi siamo qui non solo per chiederle i suoi celesti favori, ma innanzitutto per ringraziarla di ciò che è accaduto, contro le umane previsioni, nel supremo interesse della Città eterna e dei suoi abitanti».

In Dante la spiritualità, la fede, la conoscenza di Dio non escludono anzi esaltano le virtù della Ragione, che esercita il suo potere soprattutto nel territorio della Scienza, ma è anche il mezzo per raggiungere la Verità. È questa la causa dei riferimenti a Dante, presenti nei discorsi di Papa Pacelli all’Accademia delle scienze: è un itinerarium che culminerà nell’enciclica Humani generis (22 agosto 1950). Il primo discorso è del 3 dicembre 1939, l’ultimo del 24 aprile 1955. L’interesse per la scienza è centrale nell’omiletica di Pio XII ed è anch’esso una forma di dantismo. La natura prende il suo corso dal Divino Intelletto, sì che il lavoro dello scienziato quando può, segue, come fa il discente col maestro (cfr. discorso del 3 dicembre 1939, L’uomo sale a Dio per la scala dell’universo, con citazione di Inferno XI, 99-105) e, pertanto, l’intelletto umano non solo può indagare le leggi della natura, ma può arrivare alla conoscenza di Dio. La scienza studia la natura e conosce la Verità che in essa risiede, il suo cammino comincia dalla terra e sale verso il Cielo, fermandosi davanti alla incommensurabilità dell’universo, dove ha la sua sede simbolica il Paradiso e dove la Ragione umana cede il posto all’adorazione mistica.

Questi passaggi dell’argomentare del Pio XII dimostrano che egli ha in mente una delle tracce del tomismo di Dante, la conoscenza di Dio attraverso l’indagine della natura, e infatti cita Paradiso, XIII, 121-123, «Vie più che ‘ndarno da riva si parte, / perché non torna tal qual e’ si move, / chi pesca per lo vero e non ha l’arte», le parole di san Tommaso sulla sapienza. La Chiesa non si oppone al progresso scientifico, anzi, proprio perché la Scienza, con le sue scoperte, è al servizio di Dio, si pone al suo fianco. Anticipando le posizioni di Giovanni Paolo ii nei confronti di Galileo Galilei, nel primo discorso all’Accademia delle Scienze, Pio xii sceglie la metafora galileiana del «libro della natura», fonte che interagisce potentemente con la metafora “scientifica” del “volume” di Paradiso, XXXIII, 85-87, metafora della Divina Creazione: «Nel suo profondo vidi che s’interna, / legato con amore in un volume, / ciò che per l’universo si squaderna».

L’Humani generis, con l’esaltazione della Ragione umana, congiunta alla teologia di Tommaso d’Aquino pone il sigillo al dantismo di Pacelli: «È compito [dei teologi] indicare come gli insegnamenti del vivo Magistero si trovino sia esplicitamente sia implicitamente nella Sacra Scrittura o nella divina tradizione. (…) Le scienze sacre con lo studio delle sacre fonti ringiovaniscono sempre; al contrario, diventa sterile, come sappiamo dall’esperienza, la speculazione che trascura la ricerca del sacro deposito. (...) Dio insieme a queste sacre fonti ha dato alla sua Chiesa il vivo Magistero, anche per illustrare e svolgere quelle verità che sono contenute nel deposito della fede soltanto oscuramente e come implicitamente. E il divin Redentore non ha mai dato questo deposito, per l’autentica interpretazione, né ai singoli fedeli, né agli stessi teologi, ma solo al Magistero (…). Perciò il Nostro Predecessore di imperitura memoria Pio IX, mentre insegnava che è compito nobilissimo della teologia quello di mostrare come una dottrina definita dalla Chiesa è contenuta nelle fonti, non senza grave motivo aggiungeva le seguenti parole: “in quello stesso senso, con cui è stata definita dalla Chiesa” (…). Se si considera bene quanto sopra è stato esposto, facilmente apparirà chiaro il motivo per cui la Chiesa esige che i futuri sacerdoti siano istruiti nelle scienze filosofiche secondo il metodo, la dottrina e i principi del Dottor Angelico». Sembra di sentire l’eco dei versi: «Avete il novo e ‘l vecchio Testamento, / e ‘l pastor de la Chiesa che vi guida; questo vi basti a vostro salvamento» (Paradiso , V, 76-78).

di Gabriella M. Di Paola Dollorenzo