· Città del Vaticano ·

La ferita del disagio mentale raccontata da una bambina

Poche settimane di piccoli segnali

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03 novembre 2020

«Il mondo intorno a me andò in fiamme»: è notte fonda quando la quasi tredicenne Della, entrata in cucina per bere, trova la madre intenta a scavare furiosamente per togliere i semini da un’anguria mentre litiga con interlocutori immaginari che vorrebbero fare del male alle sue figlie. È notte fonda quando tutto frana attorno alla ragazzina che vive serenamente con la famiglia di agricoltori a Maryville in North Carolina, con migliore amica, nonni amorevoli, sorellina pestifera e una quotidianità simile a quella di tante ragazzine della sua età, in un’estate particolarmente calda.

Copre all’incirca due settimane Dove crescono i cocomeri di Cindy Baldwin (Milano, HarperCollins Italia, 2020, pagine 300, euro 14, traduzione di Giulia Bertoldo); due settimane fatte di piccoli segni, di parole fuori posto, di gesti impercettibili ma molto chiari per chi ha già vissuto l’impatto devastante della schizofrenia. Una malattia che cerca di portare via sua madre fino a renderla «la mamma di nessuno»; una malattia che di nuovo, come già quattro anni prima, farà rinchiudere la donna nell’ospedale psichiatrico di Alberta.

Dove crescono i cocomeri è un romanzo capace di affrontare le enormi questioni che la malattia mentale porta con sé. Innanzitutto quella del confine tra persona, personalità e patologia. Questa signora dai comportamenti così incomprensibili è ancora mia madre?, si chiede Della. Cercarla tra le pieghe di ciò che sembra trasfigurarla è per la tredicenne una questione di sopravvivenza.

La storia scava nelle implicazioni familiari del disagio mentale. C’è il padre di Della, stretto, quasi stritolato tra il lavoro nell'azienda agricola che rischia di andare tutto perso a causa della siccità, e la malattia scatenata dalle due gravidanze di una moglie amatissima. Un uomo in bilico tra le sue responsabilità di marito e di padre, tra la forza della sua debolezza e la debolezza della sua forza.

Che poi, oltre le mura domestiche, entrano in gioco le mura sociali. E così il romanzo è anche — necessariamente — un viaggio nelle implicazioni pubbliche della malattia mentale. Nella vergogna, nel terrore dello stigma, ma anche nell’accorgersi che sentirsi diversi non è di pochi. Che è possibile fare incontri inaspettati nel bel mezzo della tragedia. Che mentre la mancanza di via di uscita ti fa sentire inghiottita dalle sabbie mobili può comunque spuntare «un minuscolo fiore primaverile».

Della trova così, piano piano, il coraggio di far uscire il suo dolore. Di pronunciare le sue domande – limpide, dolorosissime, centrali per una bambina che si affaccia nel mondo dei grandi («Se è successo alla mamma… Un giorno potrebbe succedere anche a me […] quando sarò grande e vorrò avere dei bambini?»). Perché è anche dalla comunità che arriva il conforto. È anche dalla comunità che Della impara che il punto non è cercare di guarire ma guardare con sincerità in fondo a se stessi e imparare, con l’aiuto degli altri, che amare significa accettare la mamma così com’è.

Travolge, ma disseta anche, il racconto di Della, destinato ai giovani lettori ma che farebbe così bene anche a tanti adulti. La malattia è lì con tutta la sua portata di dolore; ma è lì anche la capacità di affrontarla. E così il cocomero può essere tornare a essere quello che è. Il cibo preferito di una tredicenne del North Carolina.

di Silvia Gusmano