· Città del Vaticano ·

Due gesti

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Storia di Eugenio Perucatti, dal 1952 direttore del carcere di Santo Stefano

03 novembre 2020

Eugenio Perucatti, magro, la testa rotonda sul lungo collo, lo sguardo trasparente, accogliente e appena indagatore, che si indovina dalle fotografie, sbarca a Santo Stefano da Ventotene. A sbarcare non è solo, con lui ci sono la moglie e i figli. Nell’agosto del 1952 prende servizio come nuovo direttore del carcere di Santo Stefano.

Santo Stefano è un isolotto, un costone verde e giallo a picco sul mare ed è una delle prigioni dalla fama più nera della storia italiana. Per raggiungere l’edificio si sale, quasi ci si arrampica, per un sentiero dissestato, nell’agosto 1952 neanche i viottoli sono segnati con chiarezza. Probabilmente, come capita a ogni visitatore, davanti ai loro piedi guizzano lucertole, il sole a picco. I bambini probabilmente si eccitano per le rocce e il mare, il loro nuovo parco giochi; solo il neonato resta tranquillo in braccio alla madre.

Quando Perucatti arriva, il carcere vive di un suo trantran feroce, la più parte dei carcerati resta tutto il giorno in cella, l’unica finestra è a bocca di lupo, per evitare le evasioni, ma anche per mostrare del mondo il meno possibile; qualcuno lavora, mancano luce elettrica e acqua corrente, se un detenuto muore c’è il cimitero dietro il muro. Il carcere borbonico, costruito nel 1795, su progetto di Antonio Winspeare e Francesco Carpi, risponde al principio del panopticon: le celle, esattamente come in un teatro al contrario, sono orientate in modo che, dal centro della corte, la guardia carceraria possa seguire ogni movimento dei carcerati.

Il carcere è lo specchio della storia politica italiana: ospiterà dopo il 1799 cinquecento rivoluzionari napoletani. Poco dopo vi verranno incarcerati Raffaele Settembrini, Giuseppe Poerio, Silvio Spaventa, Settembrini e Spaventa condivideranno la cella 25 del terzo piano. Sotto i Savoia, a Santo Stefano troverà la morte l’anarchico regicida Gaetano Bresci. Durante il fascismo verranno rinchiusi nel panopticon, fra gli altri, Terracini e Pertini, la detenzione del presidente della repubblica è ricordata da una targa apposta nel 1981.

Alla Festa del Cinema di Roma di quest’anno è stato presentato il documentario di Salvatore Braca dedicato a Santo Stefano, Fine pena mai, nel documentario si parla anche dell’esperienza di riforma che ebbe luogo dal 1952 al 1960. Perucatti arriva, si guarda intorno, si accorge dell’abbrutimento, del degrado in cui versano i detenuti e passo dopo passo prova a cambiare tutto: comincia con due gesti, mettere in funzione un generatore di corrente e consegnare il proprio figlio neonato a un ergastolano che se ne prenda cura. Lo racconta proprio quel bambino, Antonio Perucatti, in un libro Quel criminale di mio padre, edito nel 2014 dalle edizioni Ultima Spiaggia, una casa editrice che ha sede a Ventotene. Con quei gesti Perucatti comincia a costruire la rete della fiducia.

È il 1952, lo stesso anno in cui Danilo Dolci arriva a Trappeto nella Sicilia occidentale e poco dopo si stende sul letto di un bambino morto di stenti e comincia lo sciopero della fame. L’uno e l’altro si muovono nel difficile dopoguerra con un orizzonte nuovo, glielo offre lo strumento più fertile della storia italiana, la Costituzione.

Perucatti era stato avvocato, era stato Commissario di Pubblica sicurezza, aveva lavorato negli istituti minorili orientando ogni scelta al recupero dei ragazzi, alla ricostruzione delle loro possibilità e capacità di muoversi del mondo. Metà napoletano metà piemontese, nato 110 anni fa a fine autunno, aveva studiato nei collegi salesiani, aveva senso pratico e una grande fede. Apre le porte delle celle, fa del carcere una comunità di riflessione e di lavoro. Fa costruire una cisterna per l’acqua, un impianto fognario. Accanto alle coltivazioni, alla sartoria, alla barberia, al piccolo commercio, mette in piedi anche un campo da calcio, una sala cinematografia, una radio.

Ogni passo che fa, ormai insieme agli altri, carcerati e guardie carcerarie, ha un orientamento preciso: non negare l’afflizione, ma indicare la strada verso una redenzione, che può essere individuale solo se è anche sociale. E piazza della Redenzione viene chiamato lo spazio che accoglie le famiglie dei carcerati, per permettere a chi è in prigione di non spezzare il legame d’affetto, e alle famiglie di non perdere la relazione con i carcerati. L’azione e la riflessione si muovono insieme, e Perucatti lancia una campagna per il superamento dell’ergastolo, pubblica un libro, Perché la pena dell’ergastolo deve essere attenuata (Perucatti 1956).

Con il finire degli anni Cinquanta, l’esperienza del carcere di Santo Stefano comincia ad avere una visibilità anche fuori dall’isola, c’è un piccolo via vai di intellettuali e di artisti, della via di Perucatti e dei detenuti parlano anche i giornali, non sempre con adesione: desta scandalo la possibilità di un “dolce ergastolo”. Nel 1960 poi, mentre Perucatti è a Ventotene, c’è un’evasione. La temperie è cambiata, una stagione si è conclusa. Al governo adesso, sostenuto dai voti dell’Msi, c’è Tambroni. L’esperienza viene interrotta bruscamente con il trasferimento di Eugenio Perucatti a dirigere la casa penale di Turi. Nel 1965 il carcere di Santo Stefano viene chiuso definitivamente.

La storia di Perucatti e di Santo Stefano per lungo tempo sembra dimenticata, ma riemerge in questi ultimi anni, fra libri, film, documentari, segnalando come di questi tempi si sia fatta potente la sete di esempi, non eroici per forza, anche semplicemente di persone che si sono fatte carico con serenità e coraggio di compiere un passo in direzione del bene, del riscatto e della fiducia.

di Carola Susani