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Il cimitero di San Cataldo progettato dall’architetto Aldo Rossi a Modena

Spazio della memoria

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02 novembre 2020

Il grande antropologo René Girard sostiene che la parola agricoltura derivi dall’atto di seppellire, che linguisticamente coincide con quello di piantare un albero o un seme di grano. Parlare del cimitero vuol dire parlare dell’origine degli umani, posti di fronte alla natura, che li ha voluti animali mortali. Eppure farlo attraverso quell’atto del pensiero, di riflessione, che nasce dall’invisibile interiore, dove ci sono i sogni, dove i morti sono vivi e ci parlano, dove c’è ricordo e memoria. Dove quindi l’essere umano supera il limite della natura.

Qualcosa di tutto ciò struttura dell’interno una delle più interessanti opere di Aldo Rossi, architetto che ha osato interpretare, a Modena, in forma radicalmente contemporanea un — se non “il” — gesto umano primordiale. Opera per certi versi incompiuta — ma potrebbe essere diversamente di un cimitero? — dell’architetto testimonia una postura: lo stare umano di fronte alla morte che si fa, addirittura, costruzione. Paradossale resistenza della vita al ciclo della natura e alle sue leggi: trasformare le sepolture in una città che ha la forma di quella dei vivi, entro un gioco per cui la città dei vivi, persino la sua parte periferica, l’intorno, guarda a quella dei morti.

Dal punto di vista del progetto, di un cimitero neoclassico di metà dell’Ottocento, l’intervento di Aldo Rossi raddoppia sostanzialmente il recinto sacro, utilizzando come cerniera centrale il cimitero ebraico. Circostanza casuale, forse, ma di grande impatto simbolico. Del progetto originale, a oggi, solo una parte ha trovato realizzazione, ma a colpire è una sorta di indifferenza dell’opera alla propria finitezza. «Gli architetti — ha sottolineato Alberto Ferlenga, rettore dello Iuav di Venezia — ci tengono molto alla compiutezza. Ho conosciuto nel corso del tempo dei colleghi che non volevano far pubblicare fotografie del costruito sino al momento in cui persino tutto il prato fosse cresciuto. Invece Aldo Rossi partiva dall’idea che un’opera come questa sarebbe stata completata con i cicli naturali della vita e della morte e che quindi per moltissimi anni non sarebbe stata terminata. Il progetto era basato sul frammento, su un’archeologia del presente, su una sorta di confusione fra il cantiere e la rovina, al punto che non c’è alcuna attenzione al dettaglio. Tutto ciò, paradossalmente, non fa che dare forza a quell’opera, una delle più visitate e fotografate dell’architettura italiana, per il fascino che ha sempre destato».

In effetti, proprio la fotografia — in particolare gli scatti di Luigi Ghirri che lanciarono il progetto di Rossi dalle colonne di Lotus International, una delle più autorevoli riviste italiane di architettura — ha mostrato quanto il nuovo cimitero decida del paesaggio, possa essere cioè completato solo da quel che ha attorno, in qualche modo anche riversandovi nuovo valore: dialogo potente tra vita e morte che compone, anzi ricompone una scena umana altrimenti frammentata. In modo quasi teatrale, l’architetto dispone quindi due corpi di fabbrica in una specie di “c” le cui braccia si spingono verso il paesaggio, una periferia di casette di scarso interesse, chiamate ora a dialogare col segno forte dell’Oltre. Geometrie minime, rapporti semplici, pieni e vuoti che pongono l’umano al centro, in tutta la sua capacità di pensiero che sfida il disfacimento.

Come spesso è stato sottolineato dallo stesso Aldo Rossi, la prima forma di architettura deve essere quella della mente, un riflettere che sempre è rappresentazione, immagine. Ebbene — come ha giustamente osservato il fotografo Giovanni Chiaramonte, commentando il lavoro dell’amico Ghirri — «il fatto che noi nasciamo nudi, ma costruiamo una casa sulla pianura è un atto contro natura. Pensare e costruire nel margine della città moderna, nel resto, nel degrado, nell’immondizia, nel non finito — perché quello è ciò che c’è davvero di mortale, di meramente naturale — l’atto di costruire un cubo di quella forza primaria è un atto davvero “oltre” e che si contrappone. Aldo Rossi era consapevole che il gesto del suo costruire era sempre dentro la rovina del tempo. Sapeva che la vicenda dell’uomo contro la morte è persa in partenza, eppure lì si alza un cubo di quel colore, rosso intenso, e poi due belle stecche di edifici con un tetto dall’azzurro un po’ più profondo di quello del cielo e che dialoga col cielo. Questo è l’umano».

Ecco allora il grande tema: la prima architettura degli umani è il cimitero. Sacra per il modo di abitare la terra che lascia trasparire. Osserva ancora Chiaramonte: «Da sempre la sapienza occidentale, che si connette a Gerusalemme, sa che purtroppo c’è un rapporto intrinseco tra Caino e la città. Fino alla New York di oggi, alla Los Angeles di oggi, la città è sempre il luogo dove succede qualcosa di legato al “nero”. La vicenda dell’umano su questo pianeta è uccidere i propri simili, quindi lo spazio sacro come cimitero è perfetto, perché situa il sacro nel punto primo dell’umano, così come narrato nella Bibbia con il primo fondatore della città, Caino. Noi italiani abbiamo Roma: il mito fondativo racconta di un inizio con un omicidio, Romolo uccide Remo. Mistero fondamentale: lo spazio sacro, il cimitero, legato a un pensiero dell’umano: il fatto che la città dei vivi per essere vissuta e prima ancora abitata, costruita, non può fare a meno di coloro che ci hanno preceduto, tutti uccisi da qualcosa». Il cimitero non è lo spazio della tristezza, ma lo spazio della vera memoria, lo spazio di un costruire che è dentro il tema della vita e ne intuisce il fondamento.

di Sergio Massironi