· Città del Vaticano ·

Addio alle scene con la maschera di Edmund Kean

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L’ultimo spettacolo teatrale di Gigi Proietti

02 novembre 2020

Nel sito internet del “suo” Globe Theatre c’è solo una foto sorridente e la scritta «Ciao Gigi!». Per il suo arrivederci alle scene Proietti aveva scelto proprio il palco del Globe, nel cuore di Villa Borghese, e un testo drammatico, dolceamaro, Edmund Kean, la storia di celebre attore inglese e della sua ossessione per il gesto perfetto, croce e delizia di un mestiere tanto esposto — sotto gli occhi di tutti, per definizione — quanto segreto nella sua genesi e nelle sue motivazioni più profonde.

Gigi Proietti è morto il giorno del suo ottantesimo compleanno, il 2 novembre, giorno della commemorazione dei defunti; «tempi comici perfetti, anche stavolta» chiosano i suoi fan sui social, alternando lacrime e sorrisi, messaggi di cordoglio e fotogrammi del Bruno Fioretti alias Mandrake del film cult Febbre da cavallo, grati per gag, battute e parodie “evergreen che vivono una perenne giovinezza su Youtube. Ricoverato da giorni in una clinica romana per accertamenti, era stato colpito da un grave scompenso cardiaco. Da subito le sue condizioni erano apparse molto gravi. Essenziale e sintetico il comunicato stampa della notizia della morte, in linea con il riserbo che Proietti — uno degli attori più conosciuti e amati dal pubblico italiano — è riuscito a mantenere su tutto ciò che riguardava la sua vita privata: «Nelle prime ore del mattino — si legge nel messaggio — è venuto a mancare all’affetto della sua famiglia Gigi Proietti. Ne danno l’annuncio Sagitta, Susanna e Carlotta».

Per trovare traccia del suo testamento artistico bisogna sfogliare le pagine del suo ultimo copione teatrale, la traduzione del monologo firmato da Raymund Fitz Simons (che aveva scritto il testo su Kean pensando a Ben Kingsley come interprete). La scena si svolge in un camerino, mentre il divo (acclamato ai suoi tempi come una rockstar) riflette sulle parole del Bardo e sui personaggi che ha impersonato, da Shylock a Otello. «Un’interpretazione, quella di Proietti — scriveva Azzurra Bergamo, recensendo lo spettacolo — basata non sulla comicità, come nella versione di Gassman, ispirata dal testo di Alexandre Dumas, ma un’interpretazione sofferente che esprime l’ossessione di Kean per la perfezione». Una lettura confermata dal protagonista: «Il personaggio interpretato da Vittorio era il medesimo ma in chiave più comica — scriveva Proietti — Secondo la mia interpretazione Kean risulta più malato, più sofferente. Emerge un uomo che ha sofferto per dieci anni la fame e poi ha incontrato il grande successo, la malattia, fino alla morte stessa. Ho scelto la strada di una malattia montante, di una nevrosi che si mescola con l’alcol per evidenziare il dramma». Due ore di monologo che volano in un soffio, grazie alla proverbiale bravura di Proietti nel far rivivere altri attori in scena, come a inizio carriera era solito fare con il genio surreale di Ettore Petrolini.

Difficile riassumere oltre mezzo secolo di spettacoli, film, serie televisive, a partire dal grandissimo successo di A me gli occhi, please. Mattatore in scena, ma non solo, anche maestro per i più giovani e organizzatore teatrale, Gigi Proietti ha anche cercato di raccontare se stesso, senza prendersi troppo sul serio, pubblicando l’autobiografia Tutto sommato — Qualcosa mi ricordo (Rizzoli, 2013). «Ibsen, Shakespeare, Brecht... Quando gli insegnanti del Centro universitario teatrale gli sottoposero una lista di autori da portare in scena — si legge nella quarta di copertina — il giovane Luigi Proietti per poco non svenne: non ne aveva mai sentito nominare nessuno. Come tanti ragazzi cresciuti nella periferia della capitale, all’ombra del boom economico, pensava soprattutto alla musica e guardava all’America. Per lui l’unico palco era quello dei night club, dove suonava e cantava insieme agli amici di sempre. Si era iscritto per gioco a quel corso di recitazione, spinto dalla voglia di qualcosa di diverso: non poteva immaginare che quel gioco gli avrebbe cambiato la vita».

di Silvia Guidi