· Città del Vaticano ·

Sguardi diversi

Se la Santuzza non si può toccare

La statua di santa Rosalia durante una processione ( Ansa)
28 novembre 2020

Palermo, la devozione a santa Rosalia negata dal covid


Santa Rosalia è Palermo e Palermo è santa Rosalia, dice il sindaco Leoluca Orlando. E nelle sue parole c’è la sintesi di un legame viscerale tra Palermo e la sua patrona che attraversa i secoli. Così, il nome della santa risuona insieme a quello della città: Viva Palermo e santa Rosalia!

Che la patrona sia una donna, Rosalia Sinibaldi, damigella d’onore di nobile schiatta cresciuta alla corte di re Ruggero II di Sicilia all’inizio del XII secolo è già qualcosa di non proprio ordinario, ma che questa santuzza (piccola santa), come la chiamano amorevolmente i palermitani, abbia salvato secoli dopo la sua morte un’intera città suona ancora più straordinario.

Era il maggio del 1624 quando una nave proveniente da Tunisi portò la peste a Palermo. Il contagio fu fulmineo quanto silenzioso. Solo un mese dopo venne proclamato ufficialmente che si trattava di peste.

Nonostante la chiusura delle porte cittadine, le quarantene per le navi al porto, i lazzaretti, la peste dilaga. Sono diverse le sante cui la popolazione si affida, sant’Agata, santa Cristina, santa Oliva, santa Ninfa, ma la salvezza arriva dalla santuzza Rosalia, che prima appare a un’appestata rivelandole il luogo dove si trovano le proprie spoglie in una grotta di Monte Pellegrino, e l’anno dopo a un povero saponaro salito sul monte per farla finita dopo la morte della moglie: che il cardinale di Palermo mettesse fine «a dispute e dubbi» sulla natura delle ossa ritrovate e che queste venissero portate in processione per la città, questo gli dice.

È così che il 9 giugno 1625 man mano che le reliquie della santa attraversano le strade, gli appestati guariscono. La santa libera dalla peste Palermo trionfando sulla morte e assurgendo a patrona indiscussa.

«Il contatto… le ossa… Santa Rosalia non dice “pregatemi”, dice “portate le mie ossa per la città”— mi spiega l’antropologa Deborah Puccio-Den—. Il miracolo accade non perché si prega la santa, le si chiede di intercedere, o comunque non solo per questo, ma perché le sue reliquie attraversano, toccano la città. È questo che crea quel legame fortissimo tra la santa e la polis, la comunità», rinnovato ogni anno la notte tra il 14 e il 15 luglio con la processione del Festino tra le strade della città vecchia.

Quanto sia importante il contatto per i devoti, lo capisci salendo al santuario sul Monte Pellegrino, il monte sacro di Palermo. Lo sperimenti la notte tra il 3 e il 4 settembre quando i fedeli, in piccoli gruppi o intere famiglie, si fanno i 4 chilometri dell’acchianata, la salita alla grotta del santuario, per commemorare la morte e ascesa al cielo della santuzza, vegliarla e l’indomani celebrarla con una messa tenuta dal vescovo. Nelle mani, pezzetti di carta da lasciare al santuario: ringraziamenti per grazia ricevuta o invocazioni per grazia da ricevere, scritti a penna meticolosamente o nel modo stentato di chi ha poca dimestichezza con la parola.

«Prima era tutto un toccare… la statua lignea di santa Rosalia all’ingresso, la roccia… tutto un togliersi bracciali, gioielli, oggetti cari e metterli dentro la teca vicino alla statua distesa avvolta nel mantello d’oro con la corona di rose sul capo. Era tutto un baciare accalcati… perché reliquie e immagini, in quel giorno, sono investite della loro massima potenza salvifica, che è lì, manifesta, e bisogna toccarla, appunto», mi spiega l’antropologa Puccio-Den.

E in quel «prima», in quel tempo al passato si annida la realtà di oggi.

È una domenica di questo autunno 2020 in cui si tornano a contare anche in Italia i contagi e i morti da covid. Salgo al santuario. Pochi i fedeli che si fanno l’acchianata. A ogni tornante del monte si vedono i segni dell’incendio doloso del 2016 che ha scarnificato il paesaggio di pini eucalipti e cipressi. È l’ora della messa, si sentono le voci del culto. «Laggiù», mi dice una ragazza della protezione civile. E laggiù è una grande tenda bianca di quelle che si issano per i terremoti. «Il distanziamento», aggiunge, alludendo alle dimensioni ridotte del santuario. Ma è una volta oltrepassato il sagrato e disinfettate le mani che si sperimenta un senso di vuoto, in quel luogo che è stato sempre pieno di oggetti, gesti, segni di devozione: bigliettini, ex voto, rose, fedeli in ginocchio o in preghiera. Anche i rubinetti da cui si beve o si tocca l’acqua sacra del monte sono a secco. Tra un percorso di paletti e catenelle di plastica rossa e bianca, si scorgono cartelli discreti ma onnipresenti che scandiscono divieti, ripetuti dalla voce dei volontari della protezione civile: vietato inginocchiarsi, vietato deporre bigliettini, vietato depositare i fiori sopra la teca, «dateli a me, ci penso io», dice una volontaria a una coppia spaesata, vietato toccare il vetro, vietato poggiare un bacio, vietato accostare la mano al sistema di lamiere che corrono lungo la grotta per far percolare l’acqua sacra del monte. «Se cade, cade, non può toccare!». Una devozione negata nei suoi gesti più ordinari e spontanei.

Dentro la teca, nessuna traccia del tesoro di doni che ha sempre ricoperto la statua della santuzza. Il vicario del santuario cui chiedo spiegazioni allarga le braccia. Per l’intero mese di settembre il santuario è rimasto chiuso, tutto è stato messo al sicuro, nessuno è potuto salire, meno che mai la notte tra il 3 e il 4. Niente ex voto, donazioni, bigliettini, fiori.

A marzo, durante il primo confinamento, alcuni artisti hanno proiettato sulle facciate dei palazzi vicino alla cattedrale (dove cono custodite le reliquie) l’immagine della santuzza: una mascherina chirurgica sul viso. Un modo di affidarsi alla patrona che sembra più un invito a proteggersi e a proteggerla.

«Si vuole ritrovare la santa che libera dalla peste, però allo stesso tempo non si può perché nelle forme in cui è tradizionale incontrarla e renderla salvifica, toccandola e baciandola appunto, diventerebbe una bomba di diffusione del virus», mi spiega l’amica antropologa. Una santa neutralizzata insomma, da pregare a distanza, persino in streaming, come mi dice una devota, la signora Carmela. È lei a spiegarmi che durante il confinamento dello scorso marzo ogni sera seguiva online la messa celebrata da un parroco che si concludeva con l’inno alla Patrona: «O Rosa fulgida...»

Tra i fedeli che devono attenersi ai divieti nel santuario c’è una signora dalle lunghe trecce nerissime, il viso bruno con il pottu rosso delle donne sposate sulla fronte. Si siede composta nel suo abbigliamento decoroso su un sedile in pietra con un cero stretto tra le mani trattenendo il respiro affaticato dalla salita. Ma lì non può stare. Bisognerà disinfettare! E lei si alza in silenzio. È una delle migliaia di Tamil, indù o cattolici, devoti alla santa in una città come Palermo che conta la più popolosa e antica comunità Tamil d’Italia. Circa 8.000, arrivati già dal 1983 come rifugiati, mentre nello Sri Lanka infuriava una delle più sanguinose e dimenticate guerre civili tra la minoranza Tamil (indù e cattolici) e i Singalesi (buddisti).

«Venire qua da santa Rosalia è come tornare a casa col cuore», «anche noi costruiamo templi sulle montagne», «Non abbiamo un nostro tempio». Sono queste le frasi pronunciate dai Tamil indù per spiegare la loro devozione alla Madre della Montagna iniziata con un miracolo negli anni Novanta. Una bambina di 4 anni svegliatasi dal coma mentre i genitori e centinaia di membri della comunità facevano la spola tra l’ospedale e il santuario. Così, santa Rosalia ha un suo posto tra le divinità indù. Perché «Dio è uno ma ha molti aspetti, e uno di questi è santa Rosalia. La loro appartenenza religiosa è un elemento identitario forte. Ma non è un elemento esclusivo», spiega il professor Giuseppe Burgio che conosce a fondo il mondo dei Tamil in città.

I Tamil cattolici invece un tempio ce l’hanno: una chiesa nel cuore del centro storico in cui la messa è officiata da un sacerdote dello Sri Lanka. Perché i Tamil, cattolici o indù, hanno una vita a sé dentro la città: un loro Comitato coordinatore, i loro canali satellitari, le videocassette prodotte dall’industria cinematografica indiana. Acquistano cibo e abbigliamento nei negozi dei connazionali. In gran parte, lavorano silenziosi nelle case come domestiche o domestici. Praticano il cricket (sport nazionale dello Sri Lanka). Hanno insomma pochissimi contatti con i palermitani, ma ogni domenica all’alba si fanno 2 ore di cammino dalle abitazioni nel cuore della città vecchia (Ballarò, il Capo) sino al santuario.

Per chiedere una grazia bisogna mettere in gioco il corpo, soffrire. Questa la ragione di una devozione che si manifesta anche in modi propri dei culti induisti: come la pratica deli uncini infilzati in varie parti del corpo come voto alla divinità.

Me lo ricorda la giornalista Marta Bellingreri come, fino a qualche tempo fa, nella notte tra il 3 e il 4 settembre alcuni uomini salivano al santuario appesi con degli uncini a un palo sorretto da connazionali. Tutto questo prima del covid.

Non sembra che la pandemia sia al centro delle preghiere, però. Ne chiedo conferma anche al vicario.

Il vicario guarda il paesaggio d’alberi scarnificato, sospira. «Palermo ha tante pesti» mi dice.

di Evelina Santangelo


L’autrice

Scrittrice ed editor. Per Einaudi ha pubblicato i racconti L’occhio cieco del mondo (premio Berto, premio Mondello, etc.) e diversi romanzi, tra i quali: Senzaterra e Da un altro mondo (libro dell’anno 2018 Fahrenheit Rai-radio 3; Superpremio Sciascia, etc.). Sempre per Einaudi ha curato Terra matta di Vincenzo Rabito, ha tradotto Firmino di Sam Savage e Rock ’n’ Roll di Tom Stoppard. Suoi articoli sono usciti su quotidiani, blog e settimanali nazionali.