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«Vittime di tratta, vittime del mercato»

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24 ottobre 2020

Gabriella Bottani: «Sono le diseguaglianze a dare fragilità»


Suor Gabriella Bottani ci riflette da tempo: «La tratta di persone la possiamo comprendere nel contesto più ampio dell’economia di mercato, caratterizzata dal modello neo-liberista che privilegia il profitto rispetto ai diritti umani, creando una cultura di violenza, mercificazione e disuguaglianze. Tutto questo è all’origine del traffico di esseri umani». Perciò, sostiene, bisogna cambiare approccio nell’affrontare la grande, globale, questione della tratta.

«Essere donne, ci permette di capire nella nostra vita cosa significhi subire una diseguaglianza —spiega — ed è già un elemento di vulnerabilità; ma ci sono altre dinamiche che si innestano su questo. La discriminazione razziale, ad esempio; come nelle comunità indigene dell’Amazzonia, che è il punto da cui sono partita nel 2007, dove essere afrodiscendenti o indigene aumenta le probabilità di essere vittime di tratta.

Così come in Nord America, nelle comunità dei nativi americani di Canada e Stati Uniti. O in Thailandia, dove ad essere particolarmente a rischio sono le ragazze di quelli che chiamano i gruppi tribali. Tutto ciò che porta diseguaglianze, aumenta automaticamente la vulnerabilità all’essere trafficati. Nei flussi migratori, ad esempio, una ragazza che si mette in movimento da sola rischia abusi e violenze sessuali, tratta e sfruttamento. Ma sono tanti anche i ragazzi che vengono abusati, sfruttati, reclutati».

Le persone vulnerabili «sono prede per la tratta di esseri umani, ma guardare il problema solo da questo lato, rischia di stigmatizzarle come povere donne. Invece non è così, noi abbiamo una forza incredibile», rivendica la suora che, un anno fa il presidente Mattarella ha nominato Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana per il suo impegno contro la tratta come coordinatrice internazionale della Rete mondiale Talitha Kum. «Se da un lato esiste la vulnerabilità, dall’altro esistono delle risorse importanti che possono promuovere un processo di trasformazione reale, di resistenza, di innovazione. La nostra rete è un po’ questo. Ci dicono “poverine, siete vulnerabili”, e noi rispondiamo che no, noi non siamo vulnerabili, siamo rese vulnerabili, che è una cosa diversa».

La questione è anche culturale. «Avremmo bisogno di riflessioni profonde da un punto di vista filosofico, antropologico, sociopolitico, che ci aiutino a comprendere quali siano le ragioni che portano a questo tipo di azione disumanizzante, al ritorno della schiavitù. A me una cosa è chiara già da diversi anni: la tratta di persone è un po’ come la punta di un iceberg, è il risultato delle dinamiche complesse del nostro tempo. C’è un aspetto ontologico, uno sociale, uno economico... è una delle espressioni della parte malata della nostra società. Mi rifiuto di credere che sia normale, perché non lo è: ecco, una delle cose che rifiuto e che faccio fatica a digerire è proprio questa normalizzazione dello sfruttamento. Anche se si esprimono con modalità diverse, la tratta di migranti e la tratta di persone si intersecano nel punto in cui la persona umana non esiste più; viene annientata nella sua dignità e tutto il resto diventa possibile perché porta guadagno. Le sorelle in Nigeria mi dicono che non è normale, non fa parte della loro cultura, che delle famiglie mettano in queste situazioni le loro figlie per un benessere sociale. Cosa è successo nelle relazioni umane per arrivare a questo?».

Ed è proprio così che è cominciata la storia di Joy, 27 anni. «La prima a vendermi, è stata la mia famiglia. Io stavo bene nel mio Paese, ho due sorelle, due fratelli, i nipoti. Ma quando è morto mio padre, per mamma è tutto finito, perché in Nigeria le donne dipendono sempre dagli uomini. Poco dopo, una ragazza amica della nostra famiglia che ci aiutava con soldi e vestiti, una pastora, ha chiamato mia sorella per proporle di mandarmi in Italia da sua madre. A farle da badante, ha detto; avrei potuto studiare. Ma io avevo letto libri, visto film, sapevo cosa succede in Italia e in Europa e non volevo. Mamma e mia sorella mi hanno spinta, mi hanno portata in un posto che non conoscevo; non so se abbiano preso dei soldi, ma sono andate via. Da lì è iniziato il viaggio per la Libia, dove ho passato quattro mesi che non riesco a raccontare; nel 2016 sono arrivata in Italia, al Cara di Bari, e ho pensato “grazie a Dio, la mia terra promessa”. Invece era una seconda Libia. Sono venuti a prendermi e mi hanno portata a Castel Volturno, dove la mamma della nostra amica mi ha detto: “Devi pagare 35 mila euro per il viaggio, domani vai a lavorare per strada con altre ragazze”. Un anno all’inferno, schiava della madame. Ma sono rinata a Caserta, nel 2017, quando ho conosciuto le suore Orsoline di Casa Rut».

Ora Joy ha un lavoro da commessa, sempre a Caserta, e una casa con una suora laica. Nel suo percorso di riscatto ha ascoltato parole importanti direttamente da Papa Francesco, che ha incontrato due volte: «La prima volta mi ha detto: “Non avere paura, coraggio, vai a scuola”. La seconda, sono stata io a parlargli: “Lo sto facendo”. E lui: “Brava, sei grande’. Ora voglio mettere la mia storia e la mia forza al servizio di chi ha vissuto la stessa esperienza».

Ed è proprio questo che intende suor Gabriella Bottani quando parla di empowerment: «Rafforzare, sostenersi, non cedere a dinamiche che possano portare ancora dentro la vulnerabilizzazione, ad avere sempre bisogno di aiuto. Qualsiasi gruppo, qualsiasi persona, ha delle potenzialità, delle forze, delle caratteristiche che devono essere valorizzate; è il concetto della resilienza, ma è qualcosa di più, qualcosa che, oltre a resistere, ti permette di cambiare. Bisogna offrire degli spazi di cura e di protezione, che alla fine siano degli spazi di libertà, dove la persona possa veramente evolvere e ricostruire la propria vita. Come rete, lo dico a me stessa, dobbiamo crescere in questa dinamica di valorizzazione delle risorse che abbiamo, metterci in rete, non contrastarci».

Perché il nemico comune guadagna terreno. «L’impressione è che il fenomeno della tratta si stia diffondendo ancora. Non abbiamo dati precisi, ma ascoltiamo diverse testimonianze dalle reti nel mondo. La tratta di persone e quella di migranti sono diventate tra i business più redditizi a livello internazionale, dopo il traffico di armi. E continuano ad essere dei crimini a basso costo: di recente all’Osce è stato confermato che solo uno ogni 25 mila casi di persone identificate come vittime di tratta riesce ad avere un processo, che oltretutto non necessariamente si conclude con una condanna. L’impunità è veramente alta». Geograficamente, «le statistiche continuano ad indicare il Sud Est e il Sud dell’Asia come i luoghi con il maggior numero di persone trafficate. Il continente africano, invece, è il primo nel rapporto tra popolazione e persone trafficate. Segue l’Est europeo. Sono le zone dove si trovano le maggiori vulnerabilità, le grandi instabilità sociali, politiche, ambientali. Penso alla questione della minerazione nel Nord del Mozambico, nella zona di Cabo Delgado, o alla regione del Kivu nella Repubblica Democratica del Congo, con la guerra per lo sfruttamento delle risorse del territorio; all’inquinamento devastante provocato dall’estrazione del petrolio nella regione del Delta del Niger, causa del sovraffollamento e del degrado di Benin City, la città da cui proviene la maggioranza delle ragazze trafficate. Lo sfruttamento delle risorse ha portato diseguaglianza, perché queste regioni si sono arricchite teoricamente, ma di fatto si sono arricchiti in pochi: inquinamento e accaparramento delle terre hanno espulso popolazioni».

Secondo Marcella Corsi e Giulio Guarini, docenti di Economia Politica rispettivamente all’università La Sapienza di Roma e all’università della Tuscia di Viterbo, «mobilitare le donne a difesa dell’ambiente implica combattere le disuguaglianze di genere». Bina Agarwal, economista indiana «sottolinea come queste, soprattutto nei Paesi del Sud del mondo, abbiano il proprio nucleo nel controllo e nel possesso delle risorse naturali», scrivono sul bollettino dell’Uisg dedicato ai dieci anni di Talitha Kum. «Ad esempio, da uno studio svolto in India, emerge che la percentuale di mogli vittime di violenza domestica è pari a 49 per cento tra le donne nullatenenti, mentre crolla al 7 per cento tra le donne con un titolo di proprietà».

I due economisti definiscono l’affermazione di Papa Francesco, «Questa economia uccide» provocatoria e profetica riguardo al sistema economico attuale, di cui «le donne e la natura si possono considerare vittime». E chiudono con delle domande. Gli oggetti che possono essere posseduti e liberamente scambiati sul mercato sono merci, ma cosa succede quando la merce che si scambia è il corpo di esseri umani? Quando vengono distrutti patrimoni dell’umanità come le foreste? E se gli aspetti fondamentali della natura umana, che sono rappresentativi della nostra essenza profonda, vengono monetizzati, cosa resta della nostra umanità?

«Stiamo ragionando, come Unione internazionale Superiore generali, sull’idea di coordinarci di più con chi lavora sulla cura dell’ambiente a partire dalla Laudato si’ e con chi si occupa di migrazioni. Perché alla fine, se analizziamo le cause, i problemi vengono provocati da modelli ricorrenti ingiusti», conclude suor Gabriella.

di Federica Re David


Talitha Kum nel mondo


Talitha Kum è presente in 92 Paesi, nei 5 Continenti: 14 in Africa, 18 in Asia, 17 in America, 41 in Europa, 2 in Oceania. Le reti nazionali sono 44: 9 in Africa, 11 in Asia, 15 in America, 7 in Europa e 2 in Oceania. I coordinamenti regionali sono 7: 2 in America Latina, 3 in Asia, 1 in Europa e 1 in Africa