· Città del Vaticano ·

Una famiglia per crescere nell’amore

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Dedicata ai bambini abbandonati un’iniziativa dell’Unione internazionale delle superiore generali

02 ottobre 2020

«Vogliamo dare risposte concrete, un servizio alla vita che possa garantire una cura ai minori non accompagnati, adolescenti vulnerabili che vengono abbandonati per ragioni sociali, economiche e familiari non più sopportabili. Vogliamo evitare il ricorso alle istituzioni poiché crediamo che ogni bambino abbia diritto a un ambiente amorevole dove possa svilupparsi e crescere in modo integrale e sano». Suor Nadia Coppa, superiora generale delle Adoratrici del Sangue di Cristo, spiega così l’obiettivo del progetto Catholic Care for Children International che viene lanciato ufficialmente nel pomeriggio di venerdì 2 ottobre con un evento online. A promuoverlo è l’Unione internazionale delle superiore generali (Uisg) che esorta gli istituti religiosi, specialmente quelli con uno specifico carisma legato alla cura dei bambini e delle persone vulnerabili, a fornire un’assistenza della massima qualità possibile. La precisa missione è quella di ridurre il ricorso alle istituzioni pubbliche, incoraggiando il sostegno familiare e comunitario dei minori.

Catholic Care for Children International nasce l’anno scorso dopo un seminario di due giorni (2-3 maggio), intitolato «Sowing Hope for Children in Our Care», tenutosi a Roma in concomitanza con l’assemblea triennale dell’Uisg e organizzato insieme alla ghr Foundation. L’incontro ha evidenziato gli esempi stimolanti del lavoro effettuato dalle suore di San Giuseppe a New York, dalle suore del Buon Pastore in Sri Lanka o dalle suore cabriniane nello eSwatini (Swaziland), dove ogni gruppo sta lavorando per garantire una famiglia amorevole a ogni bambino. I partecipanti al seminario sono stati inoltre informati dell’opera delle associazioni nazionali di religiosi in Zambia, Uganda e Kenya, i cui membri sono impegnati a ridurre il ricorso all’assistenza istituzionale e a promuovere quella familiare e comunitaria. Da qui è venuto l’incoraggiamento, all’Unione internazionale delle superiore generali, a espandere in tutto il mondo quell’idea di accoglienza, quel carisma di cura.

La portata del problema è enorme, si legge sul sito in rete dell’Uisg. L’esistenza di ogni individuo inizia in una famiglia, ambiente naturale per la crescita, il benessere e la protezione dei più piccoli. Ma oggi circa otto milioni di bambini nel mondo sono separati dall’amore, dalla cura e dalla protezione della mamma e del papà. Molti vivono in orfanotrofi, anche se la maggior parte ha almeno un genitore vivente.

Tuttavia, per uno sviluppo sano, un bambino ha bisogno di essere nutrito e di sviluppare un senso di appartenenza che solo la famiglia può fornire pienamente: «I bambini, appena nati, incominciano a ricevere in dono, insieme col nutrimento e le cure, la conferma delle qualità spirituali dell’amore. Gli atti dell’amore passano attraverso il dono del nome personale, la condivisione del linguaggio, le intenzioni degli sguardi, le illuminazioni dei sorrisi. Imparano così che la bellezza del legame fra gli esseri umani punta alla nostra anima, cerca la nostra libertà, accetta la diversità dell’altro, lo riconosce e lo rispetta come interlocutore. […] E questo è amore, che porta una scintilla di quello di Dio!» (Amoris laetitia, 172).

Catholic Care for Children International sosterrà le religiose nella promozione di metodi che coinvolgano famiglie e comunità. È concepito come una rete di reti e lavorerà a stretto contatto con le associazioni esistenti in Uganda, Zambia e Kenya, fornendo opportunità per riflettere sul carisma e imparare le migliori pratiche, e coinvolgendo altri soggetti sociali.

Assumere la responsabilità di un bambino al di fuori della cura della famiglia è una profonda responsabilità morale. Sono le religiose, in questo caso, a fare da garanti: «Per questo — sottolinea suor Nadia — ci impegniamo attraverso l’esperienza delle case famiglia e la collaborazione con le famiglie affidatarie, affinché questi adolescenti possano rientrare nel contesto sociale, cercando di superare la profonda ferita che spesso ha segnato in modo indelebile la loro storia di esseri umani». (giovanni zavatta)