· Città del Vaticano ·

Storia e testi delle canzoni di De Gregori

Un mare profondo

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21 ottobre 2020

Tra speranza e accenni di preghiera


Com’è profondo il mare di certe canzoni. C’è chi vi nuota in superficie godendone «l’ansare / che quasi non dà suono», per dirla col Montale di Mediterraneo , e chi vi si inabissa, alla ricerca di tesori nascosti. Questa libertà di scelta vale anche per le parole che Francesco De Gregori mette pubblicamente in musica da quasi mezzo secolo: si può provare a coglierne sullo specchio d’acqua le trasparenze dei referenti oppure immergersi nelle penombre di suoi eventuali significati segreti. O fare l’una e l’altra cosa. In ogni caso, i miraggi che sfavillano in questo mare di testi cantati sono sempre in agguato ed è facile finire per ubriacarsi con la «voce ch’esce dalle sue bocche quando si schiudono».

Fuor di metafora, non è inutile suggerire come il modo più corretto, e più bello, per gustare le parole di De Gregori sia ascoltarle. Certo, anche leggerle, ma se possibile sempre con la musica — di cui sono componente inscindibile — a portata di orecchi (e di cuore), e magari tenendo a portata di mano il nuovo libro curato da Enrico Deregibus — Francesco De Gregori, I testi. La storia delle canzoni  (Firenze, Giunti 2020, pagine 720, euro 28) — che raccoglie le parti letterarie dei più di duecento pezzi composti dal musicista romano e incisi in album ufficiali a suo nome, a partire dal primo disco realizzato insieme all’amico Antonello Venditti (Theorius Campus , 1973) fino al cd con le traduzioni dell’amatissimo Dylan (Amore e furto , 2015), passando per un drappello di brani sparsi usciti su antologie e registrazioni di concerti. Ma nel prezioso volume c’è molto altro: oltre alla storia di ogni singola canzone — la genesi creativa con gli eventuali riferimenti cinematografici, letterari, autobiografici, musicali; il lavoro di produzione in sala di registrazione; le trasformazioni subite nelle versioni live e in quelle allestite da numerosi colleghi italiani e stranieri; il successo o l’insuccesso di pubblico e critica — c’è quanto intorno a ogni pezzo è germinato in termini di analisi testuale: un articolato corpus documentale desunto da libri, interviste e articoli, ma anche frutto della lunga amicizia del curatore con l’artista. Ovviamente, le spiegazioni dell’autore, quando vi sono, hanno la primazia sul resto (pure sui non pochi commenti di illustri colleghi). Ed è interessante notare come De Gregori, oltre a esprimere inevitabilmente il proprio punto di vista — comunque sempre instancabilmente ribadendo che canzoni e poesie sono cose diverse —, paia suggerire approcci interpretativi che un semiologo potrebbe definire alternativamente reader oriented  e text oriented , a seconda che lasci libertà ermeneutica al lettore o che lo esorti a «non cercare significati nascosti nelle mie canzoni oltre al testo». Certo è che l’intentio lectoris  senza briglie genera di frequente leggende metropolitane e malintesi, alcuni dei quali, nella fattispecie, sono diventati dei classici, quasi (si fa per dire) come i brani cui si riferiscono (si vedano, per esempio, le fantasiose congetture tuttora in circolazione intorno ai soggetti di Piano bar , Quattro cani , Vecchi amici  e Buonanotte fiorellino ).

Ma tutto ciò è trattato nelle pagine del libro con una sfumatura di divertita ironia, nella consapevolezza che sotto il velame dei versi degregoriani non v’è quasi mai la certezza di un unico indefettibile significato. È noto infatti come ogni artista venga spesso “superato” dalle proprie opere, sulle quali ha un controllo limitato, e come egli stesso sia fruitore di arte. In questo senso è interessante rileggere quanto De Gregori ebbe a dire nell’intervista con Antonio Gnoli pubblicata nel volume Passo d’uomo  (Laterza, 2013): «Con le opere d’arte degli altri ho un rapporto di gioia. La gioia è il termometro che registra la temperatura della mia febbre. Vado in un museo, in una galleria, a un cinema e se quello che vedo mi piace esco da quei luoghi più contento. È una verifica banalissima. Ma è così. Ed è anche ciò che mi serve del lavoro degli artisti: la gioia, la serenità, la pulizia. Gli stessi sentimenti che vorrei trasmettere con le mie canzoni». E sulle interpretazioni: «A me quelle spiegazioni, che sono assolutamente legittime, non danno nessuna emozione. Godo del piano emozionale: lacrime e gioia. Per me è una condizione necessaria e sufficiente del mio rapporto con l’opera d’arte».

Ottimi suggerimenti per gustare la bellezza del suo mare di testi e musica, e procedere “a passo d’uomo” magari confrontando quanto personalmente si intuisce e si “sente” con gli indizi messi a disposizione nelle pagine del volume.

Si può per esempio scoprire — o riscoprire — la speranza che soffia come un refolo nei versi di certi brani, e che nel canzoniere prende inaspettata forza con il passare degli anni (da Natale  a Due zingari , dalla Leva calcistica della classe ’68  a San Lorenzo , da Pane e castagne  a Pilota di guerra  a Ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra ). Oppure trovare, o ritrovare, gli accenni di preghiera che salgono con la musica («Aiutami Signore mio / A dire acqua e terra», Acqua e terra ; «Ascoltaci o Signore perdonaci la vita intera!»,  Il canto delle sirene ; «Ogni giorno metto in tavola qualcosa da mangiare [...] / E certe volte non trovo le parole per ringraziare / Per ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra», Ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra ; «Qualcuno sta aspettando / All’uscita della chiesa / Benedici il suo cappello vuoto / La sua lunga attesa», Passo d’uomo ). E, ancora, ci si può domandare a chi si stia rivolgendo la voce di In onda che canta : «Sto aspettando e sto chiamando / Che qualcuno mi risponda / E sono a casa / La mia porta è aperta / E la mia luce è accesa / Come un ladro nella notte / Puoi venire / Io non ho difesa»; e chiedere di chi si parli davvero nei bellissimi versi finali delle Lacrime di Nemo-L’esplosione-La fine : «E passo dopo passo piano piano / Illumina i miei passi con i tuoi / Che ogni passo avanti è un passo in meno / E meno ossigeno nei serbatoi / Illumina le torri medievali / E i falchi e il tempo e i sogni e gli ideali / E le città sconfitte in fondo al fumo / Il sangue e l’innocenza di nessuno», dove quel “nessuno” innocente potrebbe (condizionale d’obbligo) non riferirsi solo al Capitano del romanzo di Verne.

Come è profondo il mare delle canzoni di De Gregori. Nei concerti accenna al brano del suo amico Lucio Dalla, “citandolo” nell’explicit di Santa Lucia , la canzone preferita in assoluto dall’artista bolognese. Ascoltandola, possiamo anche identificarci, per un momento, con il «ragazzino al secondo piano / Che canta ride e stona / Perché vada lontano / Fa’ che gli sia dolce / Anche la pioggia nelle scarpe / Anche la solitudine».

di Paolo Mattei