· Città del Vaticano ·

Tra un ballo e l’altro

Una scena della serie televisiva ispirata al romanzo (dal 18 settembre in Italia)

L’ipocrisia in «Sanditon», ultimo e incompiuto romanzo di Jane Austen

20 ottobre 2020

Centinaia di candele illuminano la sala barocca. L’orchestra suona le melodie su cui si danza. Prima che la notte svanisca una giovane donna viene raggiunta da un giovane uomo, che domanda: «Di grazia, mi concedereste questo ballo?». È proprio quando il guanto di lei sfiora la mano di lui che non possono esserci dubbi. Tutto questo è Jane Austen. Anzi, si tratta dell’adattamento televisivo di Sanditon  — ultimo e incompiuto romanzo della scrittrice inglese —, trasmesso prima nel Regno Unito (2019), poi in America (2020) e, infine, in Italia (dallo scorso 18 settembre, su LaF). Alla serie — creata dallo sceneggiatore britannico Andrew Davies, lo stesso di Orgoglio e Pregiudizio  (1995) e dell’originale House of Cards  (1990, dal romanzo di Michael Dobbs) — va un grande merito: far scoprire al grande pubblico il testo misconosciuto di Austen, incentivandone la lettura.

Il romanzo, iniziato nel gennaio del 1817 col titolo di The Brothers , viene abbandonato il 18 marzo dello stesso anno, esattamente quattro mesi prima della morte, a soli 42 anni, dell’autrice. Mai portato a termine, Sanditon  è, dunque, pubblicato postumo, nel 1871 e nel 1925 (in Italia, Newton Compton 2014, traduzione a cura di Daniela Paladini). In 120 pagine, con le solite arguzia e ironia, Austen (a dicembre ne ricorrono 245 anni dalla nascita) racconta la storia di Charlotte Heywood: ventiduenne di campagna, primogenita di 14 figli, allevata per diventare una donna indipendente, che rompe la monotonia imbattendosi nei coniugi Parker.

Quando l’eroina ottocentesca Charlotte si trasferisce sulla costa del Sussex coi Parker — visionari imprenditori pronti a trasformare il villaggio (fittizio) di Sanditon in una moderna località balneare —, inizia a conoscere un’umanità piena di contraddizioni, dove compare, rivoluzionando i tradizionali schemi narrativi, pure Miss Lambe, la prima co-protagonista di colore di cui Austen abbia mai scritto, destinata a sollevare pregiudizi nella cittadina. Nel testo poi, l’eroe fa giusto in tempo a entrare in scena — è Sidney Parker, un «giovanotto molto intelligente», con «più ingegno o più spirito degli altri» — che l’ossatura di Sanditon è già completa: i personaggi sono ben caratterizzati, la storia d’amore (tra Charlotte e Sidney) s’intravede e la protagonista principale ha le caratteristiche delle donne austeniane: è controcorrente, non intende sposarsi per soldi («Una signorina molto giudiziosa, abbastanza esperta di romanzi per divertirsi a fantasticare, ma senza lasciarsi influenzare in maniera irrazionale»).

Tuttavia c’è dell’altro. Quest’ultimo romanzo presenta elementi di diversità rispetto alle opere più celebri di Austen. Sanditon  è imprevedibile perché, oltre al tipico motivo della condizione di dipendenza economica delle donne, ristrette nella provincia dai retrogradi codici di classe, racconta qualcosa di nuovo, che non riguarda solo la presenza di Miss Lambe o la denuncia dei tabù nella società, ma ha anche a che fare con la modernità. Gli uomini non sono più aristocratici di campagna, bensì self made men , che, sul tramonto dell’età georgiana, parlano di rischio e speculazione economica. Alla periferia inglese si contrappone «la brezza marina» di Sanditon, il luogo dello «sfoggio di bellezza», volto a richiamare i turisti con la costruzione di hotel, terrazze panoramiche e negozi.

Tra i volumi della scrittrice, Sanditon  sa riflettere la trasformazione sociale della comunità. E parla per la prima volta — sebbene il termine venga coniato nell’Inghilterra del Novecento e sebbene non sapremo mai se con avversione o ammirazione — di gentrificazione, fenomeno che indica la sostituzione della classe lavoratrice con quella più benestante, dovuta ai nuovi standard qualitativi del luogo di residenza («Guarda le vetrine di William Heeley: scarpe blu e stivali di nanchino! Chi poteva aspettarsi un’esposizione del genere dal calzolaio nella vecchia Sanditon?»).

C’è, in ultimo — lo rileva pure  «The New Yorker» —, una riflessione sulla mortalità in Sanditon . La morte riguarda il passato che scompare e anche gli uomini, visto che la scrittrice, ammalata da circa un anno, esorcizza la sua condizione tramite la costruzione di tre personaggi ipocondriaci, di cui mostra, con una risata amara, tutta la fragilità. Ma non c’è pessimismo nel testo: c’è un piglio beffardo, il genio comico di una donna che, forse, sa che la fine è vicina e fa prevalere la forza d’animo.

Con Sanditon , pertanto, l’autrice dà, più di prima, prova di dipingere il suo tempo con gli occhi di una donna di spirito e come una femminista ante litteram , capace di leggere con un filtro irridente i fatti della società, consegnando ai posteri, non un tradizionale romanzo, ma un pamphlet sull’ipocrisia, l’avarizia e la presunzione del mondo, nonché un racconto privato sulla malattia. Austen immagina, guarda dentro gli altri. E non smette mai, tra un ballo e l’altro, di avere qualcosa da  dire.

di Enrica Riera