· Città del Vaticano ·

Il convegno: «Chiesa cattolica e politica in Italia a 150 anni dalla breccia di Porta Pia»

Ricostruire con pazienza

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
09 ottobre 2020

Tra nuove paure e impraticabili velleità


Impauriti. “Troppo ligi, troppo obbedienti”. “Irrilevanti”. “Afoni”. Quando si pala dei cattolici italiani e del loro impegno in politica le definizioni ormai da anni denunciano un gran disagio. Intanto perché indubbiamente ci si muove su un campo minato. Poi perché è oggettivamente complicato misurarsi con una storia tanto importante quanto complessa. Infine, circostanza non secondaria, perché quando si ambisce a (ri)assumere un ruolo, intanto ci si dovrebbe interrogare su cosa si abbia da dire, più che su come dirlo.

E’ un disagio condiviso con l'altra parte del Tevere. Nel corso di un convegno tenutosi ieri presso l'Istituto Sturzo a Roma, dedicato a “Chiesa cattolica e politica in Italia a 150 anni dalla breccia di Porta Pia", organizzato dalla Fondazione socialismo, la circostanza è apparsa in tutta la sua evidenza, soprattutto quando, superata la prima parte dei lavori dedicati a una analisi storica dell'impegno cattolico, con gli interventi di Paolo Pombeni, Alberto Melloni e Guido Formigoni, ci si è dedicati a confrontarsi su “Modalità, obiettivi e strumenti di una nuova collaborazione” attraverso le riflessioni di Giuseppe De Rita, Gennaro Acquaviva, Marco Follini e Andrea Riccardi.

Qui il dibattito, piuttosto franco, si è fatto ancora più complicato. Perchè la crisi attuale legata alla pandemia ha posto anche i cattolici italiani in una posizione ancora più scomoda, aprendo interrogativi in fondo antichi ma del tutto nuovi rispetto all'autonomia della vita spirituale, alle libertà concordatarie, alle forme legittime o meno di soggettivizzazione della liturgia. È questo che, per esempio, ha fatto osservare all'ex presidente del Cnel, De Rita, acerrimo nemico della mascherina, che i cattolici oggi appaiono (troppo) impauriti, ligi e obbedienti. Hanno perso, in senso generale, il coraggio di contestare. «Si può contare su una tale platea», si è chiesto retoricamente, nel momento in cui si vuole recuperare una rilevanza politica, quando si vuole costruire un mondo nuovo?

Su una certa tendenza alla lamentela, accompagnata dalla velleità di poter produrre nuove formule convenienti e pronte all'uso, concorda anche Follini, ex vicepresidente del Consiglio dei ministri: «Dobbiamo prendere atto che oggi non c'è alcuna possibilità politica, mentre c'è spazio nel campo dell'educazione, della formazione delle classi dirigenti minute, attive sul territorio». Opinione condivisa dall'ex senatore socialista  Acquaviva, il quale ha sottolineato la forza ancora rilevante di una rete, quella cattolica, che non ha ancora  paragoni nel Paese.

L’ex ministro Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, ha osservato invece un certo alone di tristezza nelle celebrazioni dei 150 anni dalla Breccia, rammaricandosi di come si sia persa l’occasione per mettere in evidenza un evento storico che in fondo ha prodotto frutti importanti anche per la Chiesa in Italia. «Da lì è nato — ha osservato —   il cattolicesimo italiano, nascono le forme dell’organizzazione politica, il Partito popolare e la Dc, lo stesso modello nazionalcattolico, che è l’unico tuttora circolante in Europa (nella forma di certi populismi e sovranismi), il modello diasporico, con una Cei forte che ha tentato di assumere la guida politica e culturale e che è terminato nella proclamazione dei cosiddetti “principi non negoziabil”i, che a mio parere hanno rappresentato la cartina di tornasole di una certa incapacità di leggere adeguatamente i segni dei tempi, scivolando verso un modello cattolico di ridondanza». Detto questo, il modello odierno risulta indecifrabile. «Mi sembra — ha detto ancora Riccardi — che ci sia un punto di partenza: la scarsa rilevanza dei cattolici e della Chiesa. Il problema è il processo di globalizzazione che ha reso noi tutti dei paurosi. La stessa vicenda del Covid in Italia lo ha dimostrato: la Chiesa, che è sempre stata madre del Paese nei momenti più drammatici, è risultata irrilevante».

Non si tratta evidentemente solo di un tema locale. Il cattolicesimo italiano, osserva Riccardi, è ammalato della stessa malattia di quello europeo, la crisi delle  vocazioni, del ruolo un tempo fondamentale dei religiosi e delle religiose, la fine definitiva del mondo rurale, la mancanza di idee e visioni. «La nostra è sì la più grande rete oggi esistente nel paese. Ma fuori c'è il deserto». Ci sono uomini e donne soli, senza più riferimenti comunitari.

Eppure, segnali di speranza ci sono: «La vicenda del Covid ha messo anche in luce un mondo dotato della sensibilità propria, come avrebbe detto Karl Rahner, dei cristiani anonimi. Il nostro — spiega ancora Riccardi — è ancora un Paese di cui una buona fetta non può non dirsi cristiana. Con queste persone, con i cristiani anonimi, con chi magari non va in chiesa, manca il dialogo. Giovanni Paolo ii  diceva che una fede che non diventa cultura è una fede vissuta a metà. E lo stesso dice Papa Francesco. Oggi mancano appunto visione e cultura. Per questo c'è bisogno di un dibattito sul futuro. C'è bisogno di pazienza. Perché la vocazione del cattolicesimo è anzitutto ricostruire un tessuto umano».

di Marco Bellizi