· Città del Vaticano ·

Restauro simbolico ed emblematico

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Condotto dai Musei Vaticani sulla Pigna bronzea di Belvedere

30 ottobre 2020

Un restauro simbolico quello condotto dai Musei Vaticani sulla Pigna bronzea di Belvedere, la pigna più grande del mondo. Un restauro emblematico per tanti versi, in primis per l’attitudine costruttiva di andare avanti, con restauri e progetti di ricerca, nonostante la pandemia e poi anche per le sue tante belle simbologie. Pigna quale simbolo di forza vitale, di immortalità, di divinità, fertilità, abbondanza e prosperità.

Ma anche emblema di alto grado di illuminazione spirituale per tante civiltà, antiche e moderne, da quelle babilonesi ed egiziane a quelle greco e romana, alle culture orientali ed esoteriche. Un elemento profano ma anche una fortissima simbologia cristiana per la metafora del ciclo vitale; ornamento delle sedie papali e dei pastorali e utilizzata nel Medioevo quale emblema distintivo della Basilica petrina. Pigna anche simbolo del “terzo occhio”, l’occhio dell’anima di ascendenza platonica, ma anche della ghiandola pineale, sede del benessere dell’uomo e, secondo Cartesio, sede principale dell’animo umano.

La Pigna è una delle opere identitarie dell’arte e della storia del Vaticano. Posta nel cuore delle collezioni papali, in quel cortile che prende il suo nome, crocevia dei Musei Vaticani dove è ammirata da tutti i visitatori. È imponente, raggiunge l’altezza di quasi quattro metri ed il diametro di oltre due; reca la firma dell’artista Publius Cincius Salvius, che la realizzò fra il i e il ii secolo d.C. per ornare probabilmente un importante monumento pubblico di Roma antica, forse nel Campo Marzio.

È certo invece che fin dal xii era inserita nel cantharos Paradisi, la fontana per le abluzioni rituali situata al centro del quadriportico della basilica di San Pietro, tanto che perfino Dante Alighieri la cita nel xxxi canto dell’Inferno.

Nel 1608, durante il pontificato di Paolo v Borghese, venne trasferita nel Belvedere per poi essere sistemata nel 1704, così come ancora oggi l’ammiriamo, nel nicchione ligoriano durante il pontificato di Clemente xi Albani. Il monumentale e meraviglioso capitello sul quale è poggiata dal xviii secolo è in marmo proconnesio e venne ritrovato nel corso degli scavi eseguiti da Alessandro vii Chigi negli anni sessanta del Seicento, in corrispondenza delle Terme Neroniane Alessandrine in Campo Marzio, e portato al Quirinale. Il grandioso capitello è di una rara tipologia per cui la tradizionale decorazione con motivi vegetali è sostituita da scene figurate eseguite a rilievo quasi a tutto tondo.

Un documento rinvenuto recentemente nell’Archivio Storico dei Musei Vaticani dimostra che nei fertili anni della direzione di Bartolomeo Nogara (1920-1954), si stava seriamente pensando di rimuoverla da quella posizione per dare maggiore visibilità alla base della colonna di Antonino Pio, che era anch’essa collocata nel nicchione, e ricreare, all’interno del cortile l’antico “cantaro” medioevale (asmv, 22 gennaio, 7 aprile 1951). Alla fine il progetto rimase sulla carta e fu la celebre base della colonna ad essere movimentata e la Pigna subì alcuni restauri negli anni ottanta e sullo scorcio del secolo scorso.

Il restauro odierno ha previsto lo straordinario recupero anche del monumentale capitello in marmo da parte del Laboratorio restauro dei Materiali lapidei dei Musei Vaticani, coordinato da Guy Devreux, e magistralmente condotto da Michela Gottardo e Stefano Spada. La parte bronzea ha visto coinvolto il Laboratorio di restauro Metalli e Ceramiche, coordinato da Flavia Callori.

Il supporto del Gabinetto di Ricerche e di Diagnostica è stato fondamentale per le scelte metodologiche, così come la curatela generale del progetto è del Reparto di Antichità Classiche, diretto da Giandomenico Spinola, con la cura scientifica di Claudia Valeri.

I Patrons of the Arts in the Vatican Museums, in particolare il capitolo del Minnesota e la Trivent Foundation e la famiglia Altig (per la scala michelangiolesca che la inquadra nel nicchione, anch’essa restaurata), hanno supportato l’intero progetto: una munificenza e filantropia ancora più apprezzate in questo difficile periodo di crisi. L’ottimo recupero della Pigna vaticana, con le simbologie positive che si porta dietro, è di buon augurio per il nostro incerto prossimo futuro.

di Barbara Jatta


Il sistema a “cera persa”


La monumentale pigna bronzea vaticana è stata fusa con il sistema “a cera persa” in cinque elementi saldati tra loro, con aggiunte in epoche successive di una base e di un nuovo elemento apicale. Il recente restauro è iniziato già dal 2018 con le ricerche d’archivio. Fondamentale è stata la relazione di restauro di Sergio Angelucci, pubblicata sul Bollettino dei Monumenti Musei e Gallerie Pontificie del 1986, nella quale egli descrisse puntualmente le tecniche esecutive dell’opera, avvalendosi di un’accurata ispezione interna e di una precisa documentazione fotografica e grafica. La superficie bronzea risultava caratterizzata dalla presenza diffusa di vecchi protettivi ormai invecchiati. Il lato sud della pigna, esposto verso il cortile, non avendo la copertura e protezione del “nicchione” risultava essere maggiormente soggetto all’azione abrasiva e dilavante degli agenti atmosferici, con diffusa presenza  di linee di percolamento; viceversa, uno spesso strato di protettivo appariva ancora consistente lungo il versante esposto a nord, protetto dall’architettura  retrostante. Molte lacune del bronzo furono integrate con resine nel corso di precedenti interventi manutentivi e cromaticamente accordate all’originale. Si presentavano fortemente virate nel colore, ma ancora con una buona tenuta meccanica. Grazie alle analisi condotte dal Gabinetto di Ricerche Scientifiche applicate ai Beni Culturali dei Musei Vaticani su campioni di protettivo prelevati in superficie è stato possibile identificarne la natura chimica e progettare un intervento adeguato. Per mezzo di una pulitura chimica e meccanica è stata ripristinata la corretta leggibilità della superficie metallica esterna e la protezione dei piani è stata affidata a resine acriliche e cere microcristalline. Le vecchie integrazioni sono state verificate e accordate cromaticamente in maniera mimetica all’originale mediante l’uso di pigmenti naturali incorporati in resina epossidica. È stato infine applicato un protettivo, in due stesure, di una vernice acrilica e successivamente di una cera microcristallina.

di Flavia Callori


Stuccature e antigraffiti


L’attuale sistemazione della Pigna vaticana risale agli inizi del xviii  secolo, quando venne collocata nel nicchione di Belvedere sopra un antico capitello in marmo proconnesio. Diversi sono stati gli interventi di restauro che si sono succeduti nel tempo. Molti dei materiali utilizzati in passato, a causa del continuo dilavamento da acque meteoriche, avevano provocato un progressivo accumulo di depositi sulla superficie marmorea, in alcuni casi di notevole spessore. Uno dei fenomeni di degrado più evidenti era la colorazione verde, dovuta ai prodotti di corrosione del rame per percolamento dalla pigna soprastante. Nel corso del recente restauro, sulla base dei risultati delle indagini diagnostiche eseguite dal Gabinetto di Ricerche Scientifiche applicate ai Beni Culturali dei Musei Vaticani e di specifici test preliminari, sono stati usati mezzi chimici, meccanici e fisici per la rimozione di concrezioni, croste, strati di varia natura che avrebbero potuto essere causa di ulteriore degrado e che, per la loro colorazione bruna e nera, creavano anche un effetto assai deturpante dal punto di vista estetico. Particolare attenzione è stata posta alla rimozione/estrazione dei prodotti di corrosione del rame che è stata effettuata con una metodologia, individuata dopo diverse sperimentazioni, che si è rivelata innovativa rispetto al passato e che in futuro potrà sicuramente rappresentare un’ottima soluzione metodologica in altre situazioni analoghe. Consolidate le zone decoese, sono state eseguite stuccature e microstuccature di piccole mancanze, scagliature, fratture e fessurazioni. Sono stati anche ricostruiti a malta gli angoli nord/est e nord/ovest, modellandone i volumi e individuando la cromia della finitura finale. È stato infine applicato un protettivo finale e, in corrispondenza delle alzate del plinto, anche un antigraffiti, al fine di facilitarne la manutenzione in relazione a possibili interventi di pulizia del terrazzo circostante.

di Michela Gottardo
e Stefano Spada