· Città del Vaticano ·

Le donne dello Zimbabwe contro il bracconaggio della fauna selvatica

Le Akashinga: sentinelle di madre natura

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
30 ottobre 2020

Sono diventate delle celebrità nel loro Paese, lo Zimbabwe. Ma anche all’estero la loro fama si è diffusa al punto tale che sia la Bbc come anche il National Geographic hanno dato risalto alle loro storie. Stiamo parlando delle donne Akashinga, coraggiose in lingua chishona. Per comprendere la statura di queste singolari guardiane di madre natura c’è da considerare che il bracconaggio della fauna selvatica è schizzato alle stelle in Africa durante il lockdown imposto dal coronavirus. Eppure nello Zimbabwe queste donne hanno dato prova, ostentando coraggio e fierezza, di saper contrastare in modo perspicace i cacciatori di frodo.

Grazie all’innovativo programma che porta il loro nome — Akashinga — promosso dalla International Anti-Poaching Foundation (Iapf) — l’organizzazione no profit che si occupa di antibracconaggio a livello mondiale — queste donne ranger hanno riscattato un passato di miseria, lottando contro i cacciatori di frodo. Indossano la mimetica e col fucile d’assalto a tracolla perlustrano l’area del Phundundu Wildlife in Zimbabwe, l’habitat naturale di 11.000 elefanti. Sono donne, vittime di violenze sessuali, abusi domestici, ragazze madri, donne ripudiate dai mariti, in condizioni disperate di povertà rinate come ranger grazie al programma in cui sono coinvolte, avviato nel 2017 da Damien Mander, ex agente dei corpi speciali australiani nelle operazioni speciali in Iraq e fondatore dello Iapf.

Com’è noto gli ecosistemi che bilanciano il nostro clima e rendono possibile la vita sulla Terra sono in pericolo. Senza un’azione adeguata di contrasto, rischiano l’estinzione milioni di specie animali. Come peraltro sottolineato in più circostanze da Papa Francesco nel suo magistero sociale, s’impone sempre di più l’esigenza di «un’ecologia integrale, che comprenda chiaramente le dimensioni umane e sociali», inscindibilmente legate con la questione ambientale.

Nei primi 3 anni di attività, le donne Akashinga hanno ottenuto una flessione del bracconaggio degli elefanti senza precedenti, stimato attorno all’80 per cento, nella Lower Zambezi Valley, una delle zone al mondo con la più alta concentrazione di questi giganteschi pachidermi. L’obiettivo di Iapf è quello di assumere a tempo pieno, entro il 2025, mille ranger donne che proteggano una rete di 20 riserve naturali. Il programma Akashinga riguarda attualmente sei riserve di fauna selvatica che coprono una superficie di 630mila acri, pari a quasi 255mila ettari. Mentre scriviamo, stanno completando la loro formazione 160 donne ranger a tempo pieno che si aggiungono a quelle decine già in servizio.

Nell’immaginario di chi conosce la storia dello Zimbabwe, le Akashinga, per fierezza e ardore, richiamano alla mente la regina Lozikeyi Dlodlo, succeduta de facto al marito re Lobegula nel governo del popolo Ndebele verso la fine del 1800. Si oppose tenacemente, sia con la diplomazia, ma anche con la forza militare, all’occupazione delle terre ad opera dei coloni bianchi, i quali diedero vita successivamente all’ex Rhodesia, oggi Zimbabwe. È importante precisare che già in passato l’idea di utilizzare le donne nel contrasto al bracconaggio aveva trovato un felice riscontro in Sud Africa dove nel 2013 è nata la Black Mamba Anti-Poaching Unit, che prende il nome dal serpente mortale, il mamba nero (Dendroaspis polylepis ). Il loro scopo è quello di proteggere specie a rischio d’estinzione come rinoceronti, ghepardi e licaoni. Ma ciò che distingue queste ranger sudafricane dalle loro colleghe zimbabwane è che queste ultime sono vittime di una povertà estrema, fatta di stenti, violenze e discriminazione.

L’obiettivo del suo ideatore — il quarantenne Mander — è stato infatti quello di saper coniugare la legittima istanza di emancipazione delle donne svantaggiate disseminate nei villaggi rurali con la strategia riabilitativa e gestionale di aree selvagge secondo modalità alternative rispetto al pernicioso sfruttamento venatorio. Per comprendere, comunque, il fondamento di questa geniale intuizione è importante conoscere i trascorsi di Mander.

Di nazionalità australiana, entrò a far parte nel 1999 della Royal Australian Navy all’età di 19 anni. Nel 2003 è stato selezionato per il Tactical Assault Group dell’esercito australiano, un corpo di élite impiegato in operazioni di speciali, come quelle finalizzate alla liberazione di ostaggi. Successivamente ha trascorso tre anni in Iraq lavorando per diverse organizzazioni militari private impiegate per la protezione del corpo diplomatico australiano. Mander è anche stato coinvolto nel progetto Cpatt (Civilian Police Assistance Training Team), sotto l’egida della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, per riabilitare le forze di polizia irachena e il complesso del ministero degli Interni a Baghdad. Profondamente provato dalle violenze di cui fu testimone nel periodo trascorso in Iraq, lasciò questo Paese nel 2008 e l’anno successivo decise di recarsi nell’Africa australe, visitando il Sud Africa, il Botswana, la Namibia, lo Zambia, e lo Zimbabwe «per sfuggire alla morte e alla distruzione» di cui era stato testimone in Medio Oriente — come confessò in un’intervista rilasciata all’emittente radiofonica statunitense «Voice of America» nel 2012 (https://www.voanews.com/africa/iraq-war-veteran-battles-rhino-poachers-africa-).

Stando in Africa, Mander si rese subito conto che «i nemici della fauna selvatica non sono meno spietati dei guerriglieri ribelli che ha affrontato in Iraq». I bracconieri, infatti, usavano ed usano tuttora attrezzature militari, come occhiali per la visione notturna, fucili d’assalto ed elicotteri, per prendere di mira animali d’ogni genere, ottenendo enormi profitti. Ecco che allora l’ex soldato di ventura si è reso conto della pericolosità delle reti criminali internazionali che perseguono attività eversive rispondendo alla domanda del mercato internazionale. Ad esempio, in alcuni Paesi asiatici vi è la convinzione che il corno di rinoceronte macinato sia un antidoto efficace contro ogni forma di neoplasia. Il corno di rinoceronte ora costa circa 65.000 dollari al chilogrammo sul mercato nero, secondo la International Rhino Foundation.

Utilizzando i risparmi di una vita e i fondi raccolti dalla liquidazione delle sue proprietà di investimento acquisite in nove anni di servizio militare e impiego militare privato, Mander ha fondato la Iapf (https://www.iapf.org/) nel 2009 per poi avviare diciotto anni dopo il programma Akashinga di cui sopra. L’ispirazione gli è venuta, come ha raccontato a Gianni Bauce nel saggio All’ombra dell’albero delle salsicce. Storie sulla conservazione della fauna in Zimbabwe (Youcanprint 2019) durante una missione nella Lower Zambezi Valley. «Mentre giravo per i villaggi — racconta — ho incontrato alcune donne sventurate, relegate ai margini della vita sociale: vedove, orfane, ragazze madri, ripudiate dai mariti, talune costrette a mendicare o prostituirsi». Donne rimaste sole, ma con una gran voglia di riscatto. Damien ha offerto loro l’occasione. «Avevo un progetto in mente. Volevo trasformare le riserve un tempo destinate alla caccia, oggi in forte declino e dunque pericolosamente abbandonate, in aree di conservazione controllate e tutelate dalle comunità locali, affinché ne potessero beneficiare sia gli animali che le popolazioni».

Al termine del primo corso preparatorio, durante la cerimonia di investitura delle prime 26 ragazze ranger (di età compresa tra i 18 e i 35 anni), erano presenti quasi duemila persone provenienti dai loro villaggi. Oggi Chigumbura, Hoto, Vimbai e le loro altre compagne hanno un sogno: «Educare le nostre comunità sull’importanza della natura per contrastare la povertà, realizzando progetti di promozione umana rispettosi dell’habitat».

di Giulio Albanese