· Città del Vaticano ·

Una chiave interpretativa “musicale” per capire il testo

Introduzione alla poesia sociale

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30 ottobre 2020

Nel cuore dell’ultima enciclica del Santo Padre batte un’arietta di samba (di bossa nova, per l’esattezza). Quasi tutti i commentatori hanno prestato attenzione alla presenza del nome, più volte ripetuto, dell’imam Ahmad Al-Tayyeb; per quel che mi riguarda, mi ha colpito di più da quello di Vinícius de Moraes, poeta e diplomatico. È su questa presenza che vorrei soffermarmi specialmente e sulla citazione della famosa canzone del repertorio di Vinícius Samba da benção, “Samba della benedizione” (in una nota in calce Papa Francesco si spinge fino a precisare la registrazione a cui fare riferimento, quella dal vivo del 1962 al ristorante Au Bon Gourmet, sulla Avenida Nossa Señora de Copacabana a Rio de Janeiro).

Certo, la citazione del paroliere della Garota de Ipanema può sembrare aneddotica, soprattutto se se ne paragona il ritornello al Documento sulla fratellanza per la pace mondiale e la convivenza comune, solennemente sottoscritto ad Abu Dhabi nel febbraio 2019. Ma nella mia fede, che ammetto essere un po’ ingenua, tendo a pensare che anche gli aneddoti di un’enciclica abbiano un rapporto con lo Spirito Santo. E poi, menzionare una canzone brasiliana nel momento in cui il Brasile è il paese dell’America latina più colpito dalla pandemia di coronavirus, non può non avere un’intenzione profonda.

Si obietterà di certo che il samba ha poco a che fare con una processione del Santissimo Sacramento; forse, pensando al samba del Carnevale, ci sarà indignazione nel sentirmi evocare leggere e discinte ballerine su argomenti così gravi. Non ci si sbaglia del tutto. Anche a me non piacerebbe sentire un prelato affrontare Fratelli tutti da questo punto di vista seducente. Ma io sono un laico. Uno tra gli altri. E questo è il mio modo di ascoltare «la musica del Vangelo» (n. 277).

Ecco la citazione che Francesco trae da Vinícius (la traduzione italiana di questo e altri testi di Vinicius de Moraes è di Giuseppe Ungaretti – ndt): «La vita, amico, è l’arte dell’incontro, malgrado ci siano  tanti disaccordi nella vita» (n. 215). Così comincia la sezione del sesto capitolo intitolata «Una nuova cultura ». Essa rimanda a uno dei princìpi del pontificato: «L’unità è superiore al conflitto» il che vuol dire, come ricorda il seguito dell’enciclica (nn. 237-240), che «il conflitto è inevitabile», «ineluttabile», e che l’unità si raggiunge solo attraverso un passaggio (una pasqua) al livello superiore, verso una «verità trascendente» che si fa carico delle posizioni opposte e le supera. Così la bossa nova attraversa le dissonanze e le sincopi (il Desafinado di Tom Jobim) per raggiungere un’armonia più alta, inaspettata, inaudita. Lungi dall’essere ostacoli, i disaccordi sono occasioni per aprirsi all’altro come altro. Fanno parte dell’arte vivente dell’incontro.

Il samba, nella sua stessa origine, è emblematico di questa arte vivente. È una manifestazione della «cultura popolare» che si sviluppa «quando dialogano in modo costruttivo le diverse ricchezze culturali di un paese» (n. 199). Essa nasce nelle baraccopoli di Rio, poco dopo l’abolizione della schiavitù. Il suo nome così brasiliano proviene dalle lingue bantu. I suoi ritmi sono un’eco dei tamburi africani. Alla fine della canzone Vinícius de Moraes dice che «il samba è venuto da Bahia.  E se è bianco di pelle in poesia  è negro nell’anima e nel cuore».

In verità, il samba è multicolore e corrisponde piuttosto bene alla metafora del «poliedro» che la penna del Papa riprende cinque volte, due volte subito dopo la citazione di Vinícius. Ogni faccia di questa forma geometrica ha la sua esistenza e la sua delimitazione, ciascuna di esse è rivolta in una propria direzione, ma si associa alle altre in una unità che appare solo se si esce dal piano per entrare in uno spazio tridimensionale.

Così il samba scaturisce dall’incontro degli amerindiani di Bahia, degli afro-brasiliani, degli ebrei russi, degli zingari, dei polacchi e di molti altri che erano immigrati con la loro cultura e si ritrovavano a costruire insieme «la stessa barca» (n. 30), loro che erano la classe operaia dei cantieri navali. All’inizio l’alta borghesia rifiutava il samba come osceno e volgare ma poi ha finito per riconoscerlo, per integrarvisi, per concedergli «piena cittadinanza», tanto che alla fine questa musica raccoglie dentro una stessa arca tutta la variegata diversità di un paese composito. Lo stesso vale per il tango. Lo scrittore Michel Plisson riassume così tale improbabile confluenza: «Un ritmo afro sul quale musicisti italiani suonano con strumenti tedeschi melodie dell’Europa dell’Est con parole provenienti dalle zarzuelas spagnole». Il tutto, a poco a poco, risale dai bassifondi all’alta società, dai bordelli di Buenos Aires ai saloni europei.

Tango e Samba sono dunque realizzazioni e simboli di quella fraternità feconda alla quale ci chiama il Papa. Molti passi della sua enciclica si possono leggere alla luce di questa esperienza latinoamericana, musicale e danzante. Questo, per esempio: «Ho esortato i popoli autoctoni a custodire le loro radici e le loro culture ancestrali, ma ho voluto precisare che non era “mia intenzione proporre un indigenismo completamente chiuso, astorico, statico, che si sottragga a qualsiasi forma di meticciato”, dal momento che “la propria identità culturale si approfondisce e si arricchisce nel dialogo con realtà differenti e il modo autentico di conservarla non è un isolamento che impoverisce”. Il mondo cresce e si riempie di una nuova bellezza grazie a sintesi successive che si creano tra culture aperte, al di fuori di ogni imposizione culturale» (n. 148).

Nello stesso senso si possono intendere l’attenzione e la fiducia che bisogna dare ai «movimenti popolari» e il dovere, non di controllarli, ma di far sì «che questi movimenti, queste esperienze di solidarietà che crescono dal basso, dal sottosuolo del pianeta, confluiscano, siano più coordinati, s’incontrino».

Ecco perché il Papa loda i «poeti sociali», «promotori di un processo in cui convergono milioni di piccole e grandi azioni concatenate in modo creativo, come in una poesia».

Non si tratta di un’«immagine poetica» come direbbe un’espressione peggiorativa. La poesia sociale è l’espressione stessa «della fede che opera per mezzo della carità» (Gal 5, 6). Lo sottolinea la lettera di san Giacomo «se uno ascolta la parola e non la mette in pratica», cioè, più letteralmente — poiché la parola greca è poiêtês — se non se ne fa poeta, «assomiglia ad un uomo che guarda il proprio volto allo specchio: appena si è guardato, se ne va, e subito dimentica come era» (Gc 1, 23).

Ricordare chi siamo è essere O poetinha della Parola divina, perché la creazione è una grande poesia drammatica, composta da una moltitudine di poesie visibili che lasciano intravedere l’invisibile (Rm 1, 20); il nostro compito di cristiani è riconoscere in ogni creatura una poesia dell’Eterno, e come popolo che intona salmi, come artigiani di pace, seguendo il Verbo divenuto carpentiere ebreo permettere «all’insieme delle diverse voci di formare un nobile e armonico canto, piuttosto che urla fanatiche di odio » (n. 283).

Alla fine del Samba di benedizione, Vinícius de Moraes sgrana un rosario di nomi propri, nomi di musicisti che avevano contribuito al rinnovamento di quella musica che trasfigurava la storia violenta della colonizzazione nella possibilità melodica di una comunione. Certo, ci furono la deportazione degli schiavi, l’esilio degli ebrei a Rio de Janeiro o a Buenos Aires, e anche la fuga di alcuni nazisti (Alfred Noble fabbricava bandoneón per l’Argentina durante gli anni 1930-40 a Karlsfeld, nel distretto di Dachau). Certo, ci sono ancora le urla fanatiche dell’odio e le fredde strumentalizzazioni dell’ideologia. Eppure, nonostante questo, attraverso tutto questo, ecco il tango, ecco il samba, ecco i segni che ci invitano a pensare alla misericordia come a una forza discreta ma sempre attiva nel susseguirsi delle generazioni e a riscattare il tempo (Ef 5, 16).

Il fatto che Fratelli tutti riprenda le parole di un samba non ha dunque nulla di aneddotico. Il concerto che ebbe luogo il 2 agosto 1962 nel ristorante di Copacabana Au Bon Gourmet e che ora si ritrova nelle pagine di un’enciclica firmata il 3 ottobre 2020 ad Assisi ben ci rivela le svolte e i colpi di scena della provvidenza. Samba da benção lo annunciava in un altro dei suoi versi: «Il samba è preghiera, se lo vuoi». Nell’ultimo brano del concerto citato e datato nella nota 204 dell’enciclica, Vinícius de Moraes, Tom Jobim, João Gilberto, Os Cariocas, Otávio Bailly e Milton Banana si ritrovarono sulla scena per cantare tutti insieme: «Va per la tua vita, il tuo cammino è di pace e di amore / Apri le tue braccia e canta l’ultima speranza / La speranza divina di amare in pace». Può sembrare sdolcinato. Eppure è quanto di più esigente — l’ultima speranza — perché suppone di distruggere gli idoli per scoprire persone in carne, ossa e spirito, di condurre «la buona battaglia dell’incontro» (n. 217), «perché il nostro cuore si riempia di volti e di nomi» (n. 195).

di Fabrice Hadjadj