· Città del Vaticano ·

Il sottile veleno dell’indifferenza

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L’attualità del pensiero di Emmanuel Mounier

30 ottobre 2020

Emmanuel Mounier, una delle figure più originali del pensiero cattolico del Novecento, è uomo del dialogo, qualità presente in molti cattolici che hanno ispirato il pontificato di Paolo VI. Operò in anni tormentati del secolo scorso, nei quali tanti smarrirono la strada che avevano intrapreso. La sua riflessione ha radici antiche poiché i temi della persona e della comunità sono presenti da sempre nella cultura cattolica. Mounier si pone in un filone che trova un riferimento in san Tommaso nel quale rinviene la concretezza. Mounier coglie, infatti, in molta cultura moderna, il sorgere di un umanesimo astratto che genera una sorta di mistica dell’individuo, alla quale si aggiungerà la mistica del collettivismo.

Da tali aberrazioni la persona ne usciva stritolata, sommersa da realtà mostruose e onnipresenti che la riducevano a puro accessorio della storia, sfruttato o sostituito dai vari Leviatani di turno. Consapevole di questa spersonalizzazione, Mounier concepisce la necessità di un nuovo Rinascimento che recepisca e “cristianizzi” quanto di buono ha la modernità. Da qui il suo famoso Manifesto in cui definì l’impostazione personalista, cioè «ogni dottrina, ogni civiltà che affermi il primato della persona umana sulle necessità materiali e sulle strutture collettive che sostengono il suo sviluppo (…). Personalismo è per noi (…) una designazione comune a dottrine diverse, ma che possono essere d’accordo sulle condizioni elementari, fisiche e metafisiche di una nuova civiltà».

Il dialogo con le diverse culture non può prescindere da una consapevolezza: in questa fase della storia, al senso della virtù si è sostituito quello del denaro, vero male della società borghese perché accentua l’individualismo e frantuma la società, separa e rende avversari. Da questa comunità scompaginata, scaturiscono le premesse che hanno portato al fascismo che ha cercato di recuperare certi miti eroici della nascente società borghese per rinvigorirli nel momento della sua crisi. Ciò spiega il successo che, allora, raccoglieva tra i giovani, stanchi di una società incapace di entusiasmare la gioventù.

Non sfuggiva a Mounier che il fascismo era un’appendice del liberalismo borghese per combattere il marxismo, ma era convinto che un tale mezzo fosse del tutto inefficace. Occorreva recuperare all’uomo la sua dimensione trascendente non sottovalutando però la sua condizione concreta nel mondo. Il marxismo si era fermato solo a quest’ultima, mentre il cristianesimo ribadiva che «non vi è civiltà e cultura umana che non sia orientata metafisicamente». Il bilancio, su quelli che Maritain avrebbe definito umanesimi contemporanei, era perciò pieno di perplessità. Arricchire questi umanesimi era possibile solo recuperando la specificità che il cristianesimo aveva dato al patrimonio spirituale dell’Occidente.

Il personalismo cristiano deve proporre un nuovo modello di educazione, di cultura, di economia, di lavoro, di vita familiare, di servizi sociali e di pluralismo democratico, ma occorre anche presentare una nuova immagine della vita privata, anche per la donna, perché la vita privata è lo «spazio di preparazione della persona» per uscire dal chiuso egoismo.

Sulla vita privata ritorna, pur larvatamente, la polemica contro capitalismo e marxismo che deformano la vita privata, il primo potenziandola eccessivamente, il secondo annullandola. Si rendeva necessaria una visione economica che superasse capitalismo e comunismo senza ostacolare alcun progresso che il personalismo non può deridere.

Persino la tecnica usata dal capitalismo non deve essere boicottata, ma vivificata da un’etica della persona. Il comunismo, dal canto suo, cercando un dialogo col cristianesimo, non può esaurirlo nella dimensione storica, perché una religione è tale solo se conserva la prospettiva ultraterrena. Il cristianesimo riesce a superare l’apostasia silenziosa dell’indifferenza che lo trascina, in quella che Miguel de Unamuno chiamava la sua agonia, trovando spazio nel mondo, conservando la sua spinta escatologica e proponendola agli uomini. Il parallelismo tra i due filosofi è stato citato recentemente anche dal cardinale Gualtiero Bassetti (in un articolo uscito il 29 ottobre su LaVoce.it). De Unamuno scrisse un pamphlet dal titolo provocatorio L’agonia del cristianesimo?. I credenti — scrive Mounier nel 1947 — «si riposano nell’illusione della loro forza» ma il mondo attuale non «incontra» più il cristianesimo e la parola di Dio diviene per esso propriamente lettera morta. Il cristianesimo «non è minacciato di eresia» ma è «minacciato da una specie di silenziosa apostasia provocata dall’indifferenza che lo circonda e dalla sua propria distrazione».

Questo libro di Mounier, pubblicato in Italia agli inizi degli anni Sessanta, «si colloca tra le mie letture giovanili, quando da giovane seminarista assistevo con speranza allo svolgimento del concilio Vaticano ii, e si combina con gli stimoli e le passioni suscitate dal vivacissimo cattolicesimo fiorentino del tempo» scrive Bassetti. Parole profetiche, visto che «per dirla con le parole di Mounier il mondo, nel suo insieme, si forma fuori e addirittura “contro” i cristiani». Oggi, in tutto il mondo occidentale, stiamo vivendo gli effetti di una crisi di fede annunciata ormai più di settant’anni fa. «Ho ascoltato spesso — continua Bassetti — lo spaesamento dei fedeli in una società in cui sembra che tutto stia crollando. Sembra. Ma non è così. Questo è il tempo della Profezia e della Grazia». La storia del cristianesimo, conclude il porporato «è la storia di una lotta, di una battaglia e di una “agonia” che non deve far paura. Soprattutto a coloro che si interrogano sul futuro della Chiesa. Perché, scriveva sempre Mounier, per il cristiano non c’è che un riformatore della Chiesa: lo Spirito stesso che la ispira».

di Rocco Pezzimenti