· Città del Vaticano ·

Il primo sci club afghano e l’ombra dei talebani

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Appunti di viaggio

30 ottobre 2020

In un paese dove i vecchi non si ricordano più cosa sia lo sci e i giovani non lo hanno mai saputo, due ventenni di Bamyan in Afghanistan hanno deciso che le loro montagne, un panorama mozzafiato a ridosso delle vette dell’Hindu Kush, non meritavano più di essere solo uno spettro nella memoria di guerre e terrorismo islamico. Sajjad Husaini e Alishah Farhang hanno cominciato ad andarci a sciare. Un gesto semplice e rivoluzionario nell’Afghanistan di oggi. La loro storia
è stata raccontata nel documentario Where the Light Shines (“Dove brilla la luce”), uscito mesi fa. All’inizio sono stati presi per pazzi. Salivano per quattro ore con ai piedi rozzi sci di legno, e poi si lanciavano sulla neve fresca per tornare a valle in 4 minuti. La mamma di Alishah piangeva e pregava perché al figlio non succedesse niente sul Koh-e Baba. Finché qualcuno ha cominciato a seguirli e a credere in loro ed un aiuto economico e tecnico del tutto inaspettato è arrivato da San Moritz.

Così i due primi sciatori afghani hanno cominciato ad organizzare a febbraio un corso per ragazzi e ragazze della zona. Tutti insieme, in pantaloni da neve. Lo scorso gennaio è stato inaugurato poi il primo skilift afghano, una robusta corda trainata dal motore di una motocicletta. In poco tempo centinaia di persone si sono iscritte al Bayam Sci Club, che dal 2018 ha una sede permanente. L’obiettivo per i neofiti è partecipare alla corsa sciistica di marzo a Bamyan, una sorta di maratona caotica di oltre 22 chilometri in cui valgono tre regole: si parte tutti insieme, vince chi taglia per primo il traguardo e niente armi. Sajjad e Alishah guardano però ben oltre: il loro obiettivo è di riuscire ad essere ammessi alle Olimpiadi invernali di Pechino nel 2022. Allora sì che lo sci – dicono - diventerebbe popolare in Afghanistan e che il mondo scoprirebbe che il Paese non è solo la patria dei talebani, dell’Is, e delle guerre tribali ma può offrire anche qualcos’altro. Per centrare l’obiettivo, si allenano anche a Saint Moritz.

Bamyan, una cittadina a circa 200 chilometri da Kabul, è tutta con loro. Qui, nel 2001, il regime dei talebani ordinò la distruzione delle due gigantesche statue di Buddha, scolpite nella pietra della montagna, che da oltre 1500 anni vegliavano su questo importante snodo carovaniero della via della seta ed erano simbolo di tolleranza e convivenza religiosa. Alcuni anni dopo, ormai in guerra contro gli Stati Uniti, i talebani, di etnia Pashtun e sunniti, tornarono nella valle per saldare i conti con la popolazione locale, a maggioranza sciita e di etnia hazara e tagika. Diedero fuoco alle case e ai campi, rapirono le donne, uccisero chi cercava di opporsi. La mamma di Alishah, già vedova e con una gamba dilaniata da una granata, prese i figli e si nascose per settimane sul Koh-e Baba. «Non puoi immaginare cosa significhi per un bambino vedere queste cose» racconta Alishah. Negli ultimi anni, la provincia di Bamyan è riuscita a trasformarsi in un’isola relativamente sicura e tollerante, nel mare tempestoso dell’Afghanistan. Qui poche donne portano il burqa e in molte vanno a scuola. Il 2020 ha portato un controverso accordo tra l’amministrazione Trump e i talebani che prevede il ritiro delle forze internazionali dall’Afghanistan e trattative. Mentre il negoziato langue, i talebani stanno riconquistando con relativa facilità il territorio afghano, con attacchi e massacri. La gente di Bamyan è sgomenta, non può credere di essere stata abbandonata. Dalla cima dello skilift sul monte Koh-e Baba si vedono le enormi nicchie vuote dove un tempo si ergevano le statue di Buddha. Come non temere che l’ombra cupa del fondamentalismo islamico possa tornare ad allungarsi di nuovo sulla catena dell’Hindu Kush, chiudendo anche la breve parentesi felice degli sciatori afghani?

di Elisa Pinna