· Città del Vaticano ·

Missionari a chilometri zero

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A Bollate una famiglia anima la parrocchia in cui abita

28 ottobre 2020

Quel segno e quella chiamata sono stati provvidenziali. L’anziano presbitero della chiesa di San Giuseppe Artigiano, a Bollate, nell’arcidiocesi di Milano, si trasferiva in una casa di riposo per raggiunti limiti di età. E la diocesi — siamo nel 2015 — si ritrovava in difficoltà, con una parrocchia tra le più ampie del territorio (oltre 22.000 fedeli) all’improvviso scoperta. Ma quell’emergenza si è rivelata un kairós, un’opportunità offerta perché si manifestasse il progetto di Dio. Così è stato per i coniugi Eugenio ed Elisabetta Di Giovine, e così è stato anche per la diocesi ambrosiana che ha intrapreso con coraggio un nuovo, profetico cammino di evangelizzazione. Si avvia, infatti una sperimentazione pastorale che prevede il coinvolgimento di una famiglia nell’animazione del territorio parrocchiale: un “modello missionario a chilometri zero”, che da anni i missionari fidei donum (sacerdoti, religiosi e laici) sperimentano in Africa e America latina.

E così, con un evangelico “eccoci”, i coniugi Di Giovine (Eugenio, 48 anni, Elisabetta, 40, con cinque figli) — membri dell’Ordine francescano secolare, rientrati in Italia dopo un’esperienza di missione in Venezuela — si trasferiscono in canonica. Viene loro affidato il compito di svolgere l’attività pastorale e apostolica tipica di ogni comunità parrocchiale, lasciando che un presbitero in pensione potesse occuparsi, naturalmente, di celebrare i sacramenti.

«Non è stata un scelta di ripiego, rispetto ad altre possibili rotte missionarie. La comunità stessa di San Giuseppe ha sposato il progetto e ha ritenuto con convinzione che la nuova evangelizzazione presuppone nuove vie e nuove sperimentazioni. Nello spirito di povertà che cerchiamo sempre possa caratterizzare le nostre scelte di vita, non riceviamo alcuna remunerazione per questo servizio, continuando Eugenio a svolgere la sua attività professionale», racconta Elisabetta, dopo un cammino di ormai cinque anni.

La famiglie vive, anima e organizza gli spazi della Chiesa e dell’oratorio. Nota Eugenio: «Abbiamo attivato una squadra di volontari per rendere luoghi nuovamente fruibili alla comunità. Grazie a una donazione dell’Ordine francescano secolare della Lombardia abbiamo realizzato un parco giochi per i bambini. Elisabetta si dedica all’ascolto delle molte persone che vengono a bussare alla porta per un colloquio, un confronto, un consiglio. Abbiamo iniziato il percorso degli “araldini” (il cammino francescano per i piccoli), curiamo alcune liturgie e, nel periodo natalizio, visitiamo le case e le famiglie del territorio. Il quartiere è rinato, la chiesa è tornata a essere piena e punto di riferimento qualificato per la gente».

Uno degli obiettivi era stimolare la corresponsabilità di tutti i fedeli, accompagnandoli in primis con l’esempio, nel far crescere la consapevolezza della propria vocazione battesimale e dunque missionaria. Questo è possibile grazie alla relazione interpersonale. Punto di forza di tale esperienza è, infatti, il fatto che la famiglia viva i luoghi della comunità: l’asilo, il mercato, i luoghi di lavoro, affrontando gli stessi problemi delle altre famiglie, generando legami e ritrovando il contatto col prossimo nel quotidiano.

«Per noi è stato un ritorno a quello stile missionario appreso in Venezuela, dove la vicinanza e la prossimità ai fratelli, soprattutto ai bisognosi, si trasformava in un dono dato e insieme ricevuto: nel cercare di annunciare Cristo si viene evangelizzati», rileva Elisabetta. «Le periferie delle metropoli come Milano sono, per esempio, luoghi in cui il confine tra il benessere e le povertà sono ormai labili».

Lo spirito della famiglia Di Giovine oggi — accanto ad altre che in diverse regioni d’Italia stanno sperimentando questa singolare esperienza pastorale di missione a chilometri zero — è «essere “Chiesa in uscita”, testimoniando in semplicità il Vangelo in mezzo alla gente che quotidianamente incontriamo. Siamo marito e moglie, siamo padre e madre — proseguono i coniugi — viviamo le stesse gioie e le stesse fatiche: ciò crea quella prossimità che pone basi di fiducia. La gente si avvicina, ci cerca per chiederci di Dio a partire dai problemi quotidiani, dalla concretezza della vita».

Per richiamare i fedeli in quegli spazi, allora, non basta più “suonare le campane”, ma «bisogna essere canali della grazia perché Dio tocchi i cuori. Donare l’amore di Dio è compito anche di quanti, come noi, vivono direttamente le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dell’umanità del nostro tempo, soprattutto di coloro che soffrono». Quell’annuncio di bellezza, di salvezza, di amore, promana, lieve e discreto, dai visi dei coniugi nella parrocchia di Bollate, per raggiungere quanti Dio metterà sul loro cammino.

di Paolo Affatato