· Città del Vaticano ·

Il racconto

Il pellegrinaggio dell’unico sacerdote asiatico sordomuto

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28 ottobre 2020

È con la lingua dei segni che don Benedict Park Min-seo, coreano, 52 anni, primo sacerdote asiatico sordomuto, comunica tutto il suo «entusiasmo di vedere il Papa di persona, per la prima volta».

È qui all’udienza, nell’aula Paolo VI, con un sacerdote gualandiano della Piccola Missione per i sordomuti che lo aiuta a comunicare ma, confida, «soprattutto ad “ascoltare” la catechesi di Francesco».

A Seoul don Benedict guida una comunità cattolica composta proprio da sordomuti, dando vita a una pastorale originale «che punta sull’inclusione e a non lasciare nessuno indietro». Ordinato sacerdote nel 2007, «dopo 22 anni di discernimento”», don Benedict è a Roma anzitutto per un pellegrinaggio e anche per perfezionare la sua formazione al servizio delle persone sordomute. Appena conclusa l’udienza, ha celebrato la messa nella basilica di San Pietro: «Ecco il senso del mio pellegrinaggio».

Benedict ha scoperto la vocazione al sacerdozio «da ragazzino, in una scuola speciale per bambini sordi». E ha poi completato la sua preparazione alla St. John’s University di New York, attrezzata per consentirgli di seguire gli studi.

«La mia storia — afferma con entusiasmo — mi ricorda sempre che non bisogna mai arrendersi davanti alle difficoltà, e io ne ho avute tante per la mia disabilità. Per questo sono convinto che il covid non può fermarci, è giusto fare tutto il possibile nel rispetto di se stessi e degli altri, ma non deve prevalere la paura».

Parole che ripete pari pari, ma con l’accento toscano, don Massimo Mansani, parroco del Santissimo Nome di Gesù a Pratovecchio, nella diocesi di Fiesole, venuto all’udienza con cinque pellegrini. «La nostra Caritas parrocchiale sta lavorando in modo straordinario per far fronte alle sempre più gravi situazioni di povertà» racconta don Massimo. «Siamo stati in pellegrinaggio anche a San Giovanni Rotondo perché oggi più che mai la preghiera, anche per quanti sono colpiti dalla pandemia, è fondamentale».

Ma anche don Massimo — proprio come don Benedict — invita la sua gente «a non far vincere la paura, pur nel rispetto delle regole. Sì, come Chiesa — insiste — non possiamo stare fermi, chiusi, inerti: c’è tanto a fare».

Racconta la storia della sua comunità, che affonda le radici nell’esperienza monastica camaldolese alla fine del xii secolo: «Siamo circondati dalla forza spirituale della Verna e di Camaldoli — spiega — in una terra che è il polmone spirituale delle diocesi fiesolana e aretina».

Alessandra Niccolini fa eco al suo parroco rilanciando «l’impegno a vedere e ascoltare il Papa, personalmente, come segno di fedeltà e di vicinanza. Certo, Francesco lo vediamo in televisione ma essere qui oggi, all’udienza, in un contesto sociale e storico come questo, vuole rappresentare anche e soprattutto una testimonianza di affetto».

La stessa testimonianza che diciotto suore della congregazione fondata da santa Teresa di Calcutta, insieme a quattro novizie, hanno voluto offrire al Pontefice. Una presenza sobria, silenziosa, discreta, com’è nello stile pratico delle suore Missionarie della carità che, dicono, «consiste nel saper unire contemplazione e azione, anche perché l’una senza l’altra sarebbe impossibile nel carisma di madre Teresa».

Prima dell’arrivo del Papa hanno pregato insieme, intrecciando la recita delle lodi con altre religiose: in particolare le piccole sorelle di Gesù, la “famiglia” ispirata alla spiritualità di Charles de Foucauld.

In aula Paolo VI erano presenti anche numerose famiglie, soprattutto non italiane, alcune coppie di sposi novelli e persone con disabilità. Tra i fedeli, un’anziana donna che ha voluto portare una rosa rossa a Francesco per dirgli, semplicemente: «Ti voglio bene».