· Città del Vaticano ·

Il cammino abramitico per uscire dalla pandemia

Con il coraggio di cambiare

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28 ottobre 2020

In genere i cambiamenti suscitano molti sentimenti contrastanti come l’attesa, la tensione, l’incertezza e la resistenza. E questo avviene soprattutto nei momenti di svolta esistenziale drastici e non programmati. Nella storia dei popoli, delle famiglie e delle persone, spesso tali cambiamenti, che al momento possono risultare dolorosi, vengono poi percepiti come necessari e terapeutici.

La crisi planetaria e umanitaria prodotta dalla pandemia ci sta lasciando grande dolore, molto pianto e un profondo senso d’impotenza, a partire dalla nostra fragilità e dalla nostra rabbia. Ma abbiamo anche percepito a fondo che è necessario ripensare il mondo in cui viviamo e il tipo di umanità che vogliamo essere. Come Chiesa ci ha colpiti il kairos di una storia che non ci aspettavamo di dover vivere, ma siamo anche stati illuminati dall’esempio di tanti fratelli e sorelle che hanno servito fino a offrire la propria vita per i sofferenti. Guardiamo più che mai al Dio delle promesse, al Signore della storia e al Cristo guaritore degli infermi, attendendo la sua parola di guida in mezzo a un campo minato da un nemico invisibile. La promessa di Dio ad Abram di un posto nuovo dove vivere in vecchiaia con sua moglie implicava molto più di un cambiamento di luogo; significava una trasformazione tanto integrale e trascendente quanto sconosciuta (cfr. Genesi, 12, 1-3; 13, 16-18; 15, 5). Integrale perché la chiamata si estendeva a tutto l’ecumene, ossia a tutto il mondo conosciuto: «Tutte le famiglie della terra» (Genesi, 12, 3). Trascendente perché comportava una promessa di discendenza infinita, paragonabile alla “polvere della terra” (Genesi, 13, 16) e alle “stelle del cielo” (cfr. Genesi, 15, 5). Sconosciuta perché Dio non aveva dato loro un gps per raggiungere quella destinazione ricreata e meravigliosa; «il paese che ti indicherò» (Genesi, 12, 1) era l’unica indicazione di percorso fornita. La proposta del Dio della storia portava con sé una conversione esistenziale le cui coordinate avevano un nord planetario, un asse umanitario e un unico punto di riferimento invisibile nella fiducia verso colui che chiama.

La nostra Chiesa bimillenaria è pronta a essere parte di una trasformazione ecumenica o cercherà semplicemente di riprendere la sua vita religiosa precedente? Ricorreremo alle forze del Signore, noi suoi discepoli, per portare avanti in modo creativo e con impegno la grande missione di fronte a questo grande sconvolgimento? Avremo il coraggio, noi cristiani, di togliere la mano dal timone delle sicurezze tradizionali della nostra missione per procedere con e per la fede, facendo il cammino andando, come ha detto il grande scrittore spagnolo Antonio Machado?

Abram, di fronte a una simile chiamata, ricorre a ciò che conosce e gestisce e in cui si sente sicuro. Pensa come individuo, si chiude nei suoi limiti e si aggrappa alla sua autonomia. In intesa con sua moglie Sarai, decide di avere un figlio con la schiava Agar. Abram, svegliandosi dall’incubo «di un sonno profondo avvolto in un’oscurità terrificante» (cfr. Genesi, 15, 12), smette di contemplare il Dio ispiratore di grandi sogni per la sua creazione. Mentre cerca di riprendersi dall’impatto della sfida che ha di fronte, si allontana dalla visione generosa e guaritrice di un nuovo popolo allargato, numeroso e all’altezza della dignità dell’umanità fatta a immagine di Dio.

Il processo della sua trasformazione all’altezza della visione, della gratuità e dell’universalità impegna Abram per molti anni. Questo amico di Dio che, tra risa nervose d’incredulità, e in mezzo a una crisi provocata dalla sua “soluzione di continuità”, alla fine ha il coraggio di procedere con sua moglie verso una conversione integrale. In Isacco cambia il corso di un’umanità, di un popolo, di un pianeta. Dio, da parte sua, cambia il nome ad Abram chiamandolo Abraham (padre della misericordia) e a Sarai chiamandola Sara (principessa). Il Signore stabilisce il principio che molto spesso, dinanzi alle crisi planetarie e umanitarie, non si può ritornare alla piccolezza di ciò che è individuale, noto e sicuro. Occorre invece avere il coraggio e la fede per trasformare il mondo conosciuto in un mondo nuovo che ci sfida, sconosciuto e inclusivo.

Dobbiamo dare, come fa Dio con Abram e Sarai, nomi nuovi ai cambiamenti che questa crisi della pandemia sta generando. Non possiamo continuare a parlare di “nuova normalità” per coprire la meschinità dell’individualismo del “si salvi chi può”. Teniamo a mente le “soluzioni” dei dopoguerra scorsi. Sono state sprecate opportunità di cambiamenti trasformatori, per l’ipocrisia di ritornare alla “vecchia normalità”, dove sono i deboli a pagare il conto per il circolo ristretto dei potenti.

Non dobbiamo uscire da questo incubo della pandemia soffocando il senso di colpa di sapere che dobbiamo cambiare qualcosa e ricorrendo al trucco di un vile gattopardismo. Diamo un nome ai cambiamenti che possono guarire davvero la terra malata e l’umanità dolente. Troviamo il coraggio, pur se con timore, di realizzare con fede i grandi sogni di Dio per un’umanità solidale, giusta e inclusiva e per un pianeta sano, infinitamente generoso di cui tutti dobbiamo prenderci cura per vivere sani, in giustizia e pace.

di Marcelo Figueroa