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Il reinserimento degli esclusi dalla società obiettivo della cooperativa catanese «Ro’ la Formichina»

Come una sola famiglia

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28 ottobre 2020

«Nella nostra cooperativa non si paga il pizzo a nessuno. Si prega di non insistere. Dio solo è la nostra forza, a Lui solo siamo debitori». All’ingresso della cooperativa sociale «Ro’ la Formichina» di Santa Venerina è esposto questo messaggio che, a chiare lettere, dimostra di che pasta sono fatti i volontari che vi prestano servizio anche perché la provincia di Catania (dove è nato il gruppo di lavoro) è la seconda per numero di arresti di minori: due dei diciannove istituti penali minorili italiani si trovano in questo territorio e l’80 per cento dei detenuti è siciliano, mentre nel resto d’Italia la maggioranza è straniera. La cooperativa prende il via nel 2001 dall’esperienza della Comunità Papa Giovanni xxiii di don Oreste Benzi, per supportare le case famiglia presenti sul territorio e dare una risposta concreta ai bisogni delle persone accolte dalla Comunità. Il suo obiettivo, infatti, è favorire il reinserimento sociale e lavorativo di persone che sono state escluse a causa della loro condizione fisica o del loro passato. Tra questi, ovviamente, figurano i giovani detenuti. Partiamo dalla scelta del nome: «La cooperativa — spiega il presidente Marco Lovato — è dedicata a Rosario, affettuosamente Ro’, scomparso inaspettatamente a 14 anni a causa di una grave malformazione. Come la formichina, che porta pesi fino a cinque volte superiori al proprio corpo, qui, ogni giorno, persone con disabilità o con problemi di devianza percorrono un cammino di rinascita portando insieme il peso di una società che non riesce a comprendere appieno il loro valore». Lovato sottolinea che «Ro’ la Formichina opera in un territorio dove la povertà e la mancanza di opportunità alimentano la criminalità e non permettono ai ragazzi di coltivare i propri sogni. Molti di essi sono cresciuti all’interno di famiglie segnate da esperienze delinquenziali e hanno trascorso l’infanzia in quartieri ad alto rischio, dove non ci sono servizi, né luoghi di aggregazione». L’esperienza in carcere nasce dalle parole e dall’esempio di don Benzi: «Era solito dire che se i poveri non possono venire a cercarci, siamo noi che dobbiamo farlo», riprende Lovato. «Abbiamo iniziato andando a giocare a pallone in carcere con questi ragazzi con un unico scopo: conoscerli e farci conoscere. A quel punto è avvenuta la svolta. Uno dei magistrati ci propose di accogliere uno di loro e noi accettammo di buon grado».

Il sogno di ridare dignità alle persone emarginate e un’occasione di rinascita a chi pensava di non avere più alcuna possibilità è diventato realtà e da lì in poi «ci fu chiesto di diventare una famiglia assieme a questi giovani per offrirgli una seconda possibilità». Sulla scia degli insegnamenti di don Oreste, il gruppo di lavoro si è immediatamente aperto alle realtà più difficili del territorio: «In pratica una famiglia che accoglie con la massima semplicità e che comprende i motivi di una richiesta di aiuto. La famiglia è un dono che dobbiamo mettere a disposizione degli altri. Al suo interno — aggiunge Lovato — ci può essere un tossicodipendente, così come un detenuto che intende fare un percorso di recupero alternativo. In famiglia ci sono piccoli e grandi e questo non vuol dire per noi abitare insieme, ma vivere insieme, mettere la vita nostra con la vita degli altri meno fortunati di noi». Il gruppo si muove all’interno di un binario ben definito: «Nelle nostre case accogliamo Gesù Eucaristia perché sappiamo che è Lui che ci chiede di portare avanti questa missione. Quando accolgo con favore l’invito a visitare i carcerati — aggiunge il responsabile — cerco di lasciarmi interrogare dal bisogno delle persone che vedrò, senza pensare ai miei limiti. È chiaro che ci muoviamo in comunità. Da soli non andremmo da nessuna parte».

Quella ideata dalla cooperativa, dunque, non è una comunità educativa per i carcerati, ma con i carcerati, ai quali «viene proposto un percorso con ragazzi che hanno i loro stessi problemi. Una persona recuperata non è più pericolosa e, come ci ha insegnato il fondatore, ogni detenuto è un bene che manca alla società perché tutti i doni che possiede non possono essere messi a frutto». È una comunità in cammino, quella proposta dal gruppo siciliano, «ma un cammino interiore di rilettura della propria vita per costruire qualcosa di diverso e cambiare la società», precisa Lovato, ricordando che «i progetti che noi proponiamo sono diversi e tutti vedono protagonisti anche educatori e operatori che, in passato, hanno vissuto la terribile esperienza della tossicodipendenza o sono stati in carcere. Oggi hanno riscoperto il gusto della vita e si sono messi a disposizione di chi sta soffrendo o in difficoltà».

di Davide Dionisi