· Città del Vaticano ·

Nel Meridiano Mondadori dedicato a Gianni Rodari

Un patrimonio umanistico a misura di bambino

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27 ottobre 2020

Certo, potrebbe anche trattarsi di una mera, fortuita coincidenza. Almeno a ragionare in termini di arido agnosticismo. Ma nulla vieta a una prospettiva di fede, a una sensibilità “creativamente” cristiana, di scorgere piuttosto la traccia di un disegno trascendente nella contiguità temporale di due eventi che hanno illuminato, nei territori del magistero pontificio e del mondo culturale, questo mese di ottobre oscurato dalla recrudescenza della pandemia.

Il 15 ottobre, in un videomessaggio inviato ai partecipanti al Global Compact on Education, Papa Francesco ha rilanciato con energia, sullo sfondo dell’Enciclica Fratelli tutti, la sua proposta di un patto educativo globale che miri a «costruire nuovi paradigmi capaci di rispondere alle sfide e alle emergenze del mondo contemporaneo, di capire e di trovare le soluzioni alle esigenze di ogni generazione e di far fiorire l’umanità di oggi e di domani»: un progetto di lungimirante respiro planetario, fondato su un’educazione da interpretare soprattutto come «una questione di amore e di responsabilità che si trasmette nel tempo di generazione in generazione».

Il 23 ottobre si è commemorato il centenario della nascita (a Omegna, sul lago d’Orta) di Gianni Rodari, il grande scrittore e giornalista appassionatamente votato alla causa dell’educazione non solo infantile ma in realtà “globale”, per effetto del coinvolgimento di genitori e insegnanti, da lui chiamati a interagire nella cooperazione fra i due fondamentali pilastri della famiglia e della scuola in vista della formazione di uomini e donne maturi, liberi e responsabili. Il Papa ha affermato, con splendida formula conclusiva, che «nell’educazione abita il seme della speranza»: una speranza proiettata verso «una civiltà dell’armonia sociale». Sia pure non librandosi a così alta quota, Rodari, del quale si ricorda quest’anno anche il quarantennale della prematura scomparsa (Roma, 14 aprile 1980), fin da giovane e con ogni mezzo ha perseguito un obiettivo simile a quello prospettato dal Pontefice. Ne ha fatto una perseverante e quasi ossessiva missione sia nel vissuto personale sia nell’attività professionale. A partire da un postulato: sono i bambini e i ragazzi stessi che «hanno bisogno di concepire ideali e d’imparare ad amarli sopra ogni altra cosa» (da Scuola di fantasia). Devono poter condividere con gli adulti la forza propulsiva della «passione», intesa come «volontà di azione e dedizione», «coraggio di “sognare in grande”, coscienza del dovere che abbiamo, come uomini, di cambiare il mondo in meglio, senza accontentarci dei mediocri cambiamenti di scena che lasciano tutto com’era prima» (ibidem).

Non minore appare la consonanza della ricerca e dell’operato di Rodari con l’insegnamento di Papa Bergoglio qualora si confronti un passo del videomessaggio, «il nostro futuro non può essere l’impoverimento delle facoltà di pensiero ed immaginazione», con la seguente riflessione rodariana: «Se una società basata sul mito della produttività (e sulla realtà del profitto) ha bisogno di uomini a metà – fedeli esecutori, diligenti riproduttori, docili strumenti senza volontà – vuol dire che è fatta male e che bisogna cambiarla. Per cambiarla, occorrono uomini creativi, che sappiano usare la loro immaginazione» (da Grammatica della fantasia). Creatività, immaginazione, fantasia: concetti cari alla visione pastorale del Pontefice; concetti che, in un altro ambito e in un’altra epoca, Rodari – apostolo e profeta laico di una pedagogia antropologicamente innovativa – immette in dosi massicce nella sua riforma ideale della didattica a livello di scuola dell’infanzia, primaria e media inferiore. Dal suo punto di vista, solo se genitori e insegnanti sapranno, in termini di collaborazione concorde, rinnovarsi, “autoeducarsi” nella prassi educativa, e solo se fra adulti e minori si instaurerà una dinamica di ascolto e rispetto reciproci, gli scolari potranno assumere il ruolo attivo, e non più passivo, che a loro compete: quello di «produttori, creatori, trasformatori del mondo».

L’accostamento fra queste due concezioni di un “patto educativo” non sembra affatto eretico. Vero è che, mentre partecipava alla Resistenza dopo aver maturato le sue prime esperienze di maestro elementare (non avrebbe poi tardato ad abbandonare la cattedra optando per la scrittura creativa e il giornalismo, pur senza estraniarsi dalla sfera della scuola), Rodari aderì al Partito Comunista. Ma la sua militanza non fu mai faziosamente ideologica, né tanto meno dogmatica, e non si tradusse in politica attiva. Spirito naturaliter democratico, prese in certi casi una posizione critica rispetto all’ortodossia partitica. Fu stimato ospite dell’intelligencija russa senza inchinarsi al regime sovietico. Oltretutto, conservò un vincolo affettivo con le sue radici cattoliche, con figure come monsignor Bernardo Citterio, vicerettore del seminario di Seveso, da cui era uscito nel 1933. In occasione delle onoranze funebri per Aldo Moro in San Giovanni in Laterano, pubblicò su «Paese Sera», il 14 maggio 1978, un articolo striato di commossa ammirazione per Paolo vi. E citazioni di brani dei Vangeli si affacciano più volte nei suoi testi extra-narrativi.

Dai precedenti accenni sono emersi alcuni cardini della produzione teorico-saggistica del Rodari pensatore, impegnato – con una lucidità e un nitore di scrittura paragonabili alla prosa del Calvino di Lezioni americane o del Pontiggia di Prima persona – a svelare, a se stesso prima ancora che ai suoi lettori, le tecniche, i segreti, i meccanismi occulti, i “trucchi” del suo mestiere di geniale affabulatore: dal binomio fantastico all’errore creativo, dal falso indovinello alle storie per ridere e per giocare. Con lo sguardo puntato ora sugli imprescindibili modelli creativi di Andersen e Collodi, ora sui maggiori pedagogisti e studiosi di letteratura per l’infanzia, quali Dewey, Propp, Šklovskij. E proprio il magazzino concettuale, l’«ideario» sedimentato in Grammatica della fantasia e in Scuola di fantasia, costituisce in sostanza l’elemento più sorprendente, con il suo confidenziale autobiografismo, del corpus letterario di Gianni Rodari, famoso e apprezzato tessitore di romanzi, favole, filastrocche ad usum puerorum, ma non altrettanto conosciuto come eclettico uomo di cultura. Colma ora ogni lacuna il volume Opere, a cura e con un saggio introduttivo di Daniela Marcheschi, «I Meridiani» (Milano, Mondadori, 2020, pagine clxii-1772, euro 90, in cofanetto unico con l’agile complemento Rodari a colori. Tavole, disegni, figure, a cura di Grazia Gotti, pagine 96).

Se la missione etico-sociale di Rodari prendeva corpo nell’invenzione di trame insieme divertenti e istruttive destinate a un pubblico di minorenni, quella eminentemente culturale di Daniela Marcheschi, alimentata da un connubio ineguagliabile di passione e competenza, si rivolge a una platea di maggiorenni. La curatrice si propone di sfatare uno stereotipo ancora oggi diffuso per insufficiente conoscenza dell’opera rodariana e condensato in un’etichetta sbrigativa: “scrittore per l’infanzia”, con la sottintesa riduzione di quel tipo di scrittura a “genere minore”. Poeta e narratore di purissimo talento, «capitano coraggioso», Rodari dimostrò in realtà che «letteratura per l’infanzia e letteratura per gli adulti potevano arrivare a convergere e “coabitare” alla pari negli statuti formali del burlesco e del comico-umoristico» in tutte le relative declinazioni (ironia, satira, parodia…). Così come potevano, e tuttora possono, confluire nei registri, di volta in volta alternati o mescolati, del magico, del fiabesco, del favoloso, dell’avventuroso, del romanzesco.

Campi privilegiati di sperimentazione, dove materiali e schemi di tradizione popolare vengono sottoposti a un processo di aggiornamento e rivitalizzazione, sono la filastrocca e la favola. La prima (nel «Meridiano» rappresentata dalle cangianti Filastrocche in cielo e in terra, con prolungamento nel Libro degli errori e nelle Parole per giocare: categoria per eccellenza rodariana è quella dei «giocattoli verbali») viene adibita a veicolo elementare dei valori, ovunque propugnati da Rodari, dell’amicizia e della solidarietà; si apre inoltre a temi sociali in precedenza trascurati o edulcorati: la conquista della libertà, la necessità del lavoro, la difesa della pace in tempo di guerra fredda e minacce atomiche. La seconda, con la variante della fiaba moderna, diventa un patrimonio umanistico da reinventare a misura del bambino situato nel cuore di una civiltà della tecnoscienza galoppante, con ciò configurandosi come terreno d’incontro e condivisione fra le generazioni. Alla luce di un’utopia ragionevole, anzi razionale: l’edificazione di una società più giusta e inclusiva.

Ed ecco allora dispiegarsi nel «Meridiano» un colorato ventaglio di letture emblematiche, tra realismo, surrealismo, fantascienza, sapiente allegoria morale, personificazione “esopica” di animali, vegetali, giocattoli e altri oggetti. Presentano impianto e dignità di romanzi, popolati da una folla di personaggi e articolati in una molteplicità di trame e sotto-trame, Le avventure di Cipollino, che metaforizzano la lotta per la libertà e la democrazia contro il dispotismo repressivo del potere assoluto; Gelsomino nel paese dei bugiardi, dove la singolarità di un tenore dalla voce ultrapotente (Rodari era anche un colto musicologo) sconfigge l’ipocrisia collettiva fomentata da un sovrano tronfio e mendace, restituendo al popolo verità e stabilità; La Freccia Azzurra, che inscena una fantasmagorica contrapposizione a lieto fine tra la Befana e i suoi giocattoli desiderosi di donarsi a un bambino indigente; C’era due volte il barone Lamberto, ovvero I misteri dell’isola di San Giulio, immaginifica parodia, ambientata sul lago d’Orta, del mito faustiano dell’eterna giovinezza. Nella misura breve del racconto o del bozzetto Rodari tende a prendere spunto da fatti e personaggi di attualità (imprese spaziali e Ufo, sviluppo economico, televisione, ecc.). Resta però sempre fedele al codice pirotecnico dei paradossi al limite dell’assurdo, dei colpi di scena e degli stravolgimenti che divertono con intelligenza perché obbediscono comunque a una logica “interna”. Si dispongono su questa linea La torta in cielo (storia di una mancata bomba atomica, colossale delizia per il palato dei bambini di Roma), Favole al telefono, Gip nel televisore e altre storie in orbita, Novelle fatte a macchina. Guadagna spazio, qui, uno stile in parte mutuato dall’imponente, poliedrica produzione giornalistica, della quale il volume mondadoriano offre un assaggio mediante una selezione di scintillanti recensioni tratte dalla rubrica Le letture di Benelux del quotidiano «Paese Sera»: punta di un iceberg, sufficiente tuttavia a confermare l’ambivalenza di un intellettuale capace di scrivere per una dual audience, per i “grandi” non meno che per i “piccoli”.

Sosteneva Rodari che la letteratura per bambini e ragazzi non conosce, entro certi confini, argomenti proibiti. Persino complessi problemi scientifici, il terrorismo, l’inquinamento possono essere adeguatamente spiegati, a suo avviso, attraverso il filtro della fabula. Viene quindi da chiedersi: come gli riuscirebbe oggi di interpretare in chiave narrativa, per un impiego giovanile sano ed equilibrato, fenomeni e strumenti connessi ai new media, con l’attenzione rivolta al computer, allo smartphone, a Internet, YouTube, WhatsApp, Facebook, e via digitalizzando?

di Marco Beck