· Città del Vaticano ·

I minatori raccontati da Rodari in un articolo del 1952

Storie da un immenso scrigno

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27 ottobre 2020

«Verso quell’epoca venne a lavorare nella cava uno che non s’era mai visto, e si teneva nascosto il più che poteva. Gli altri operai dicevano fra di loro che era scappato dalla prigione, e se lo pigliavano ce lo tornavano a chiudere per anni ed anni. Malpelo seppe in quell’occasione che la prigione era un luogo dove si mettevano i ladri, e i malarnesi come lui, e si tenevano sempre chiusi là dentro e guardati a vista (…) Dopo poche settimane però il fuggitivo dichiarò chiaro e tondo che era stanco di quella vitaccia da talpa, e piuttosto si contentava di stare in galera tutta la vita, ché la prigione, in confronto, era un paradiso, e preferiva tornarci coi suoi piedi» (Giovanni Verga, Rosso Malpelo). Ed è questa l’immagine della miniera che ci accompagna, quella di un luogo claustrofobico, estremo, ostile, dove la giornata è una faticosa attesa della risalita e anche i rapporti umani sono duri se non violenti. «Temendo di non più reggere al peso, con quel tremitío, Ciàula gridò: “Basta! Basta!”; “Che basta, carogna!” gli rispose zi’ Scarda. E seguitò a caricare» (Luigi Pirandello, Ciàula scopre la luna).

A darci una prospettiva diversa della miniera, senza nulla omettere della sua drammaticità, è il volume I sepolti vivi (Torino, Einaudi Ragazzi, 2020, pagine 96, euro 14), nato da un’idea dello storico Ciro Saltarelli, con le perfette illustrazioni di Silvia Rocchi, tratto da un articolo di Gianni Rodari, il geniale scrittore, qui cronista d’eccezione.

È il giugno 1952, siamo a cinquecento metri sottoterra, fra i cunicoli della più grande miniera di zolfo d’Europa, a Cabernardi, in provincia di Ancona. Qui trecento operai vivono asserragliati da oltre un mese «per difendere il loro pane, per respingere 860 lettere di licenziamento». Con Rodari la cronaca di quei giorni diventa narrazione acuta e appassionata, il committente per lui non è solo il giornale per cui scrive, ma i minatori, loro che laggiù alla scarsa luce delle lampade elettriche hanno improvvisato una specie di sala mensa, dove si mangia, si gioca a carte, si legge Gramsci, si discute, si tira avanti fra le tante contraddizioni.

La miniera, buia e malsana, è però un immenso scrigno. Dalle sue viscere si estrae il prezioso zolfo che ricorda l’oro «anche nel colore, sebbene con un tono più livido», materia prima dell’acido solforico, prodotto base dell’industria chimica, i minatori ne conoscono il valore e sanno quello del loro lavoro, del quale difendono la dignità, troppo spesso calpestata. Fuori dalla miniera ci sono gruppi di donne che portano il cibo, vigilano giorno e notte, a turno, sono le mogli, le madri, ma anche semplici contadine. «Di giorno stanno alla sferza del sole, dividendosi a turno la poca ombra della valle: di notte dormono per terra».

Così il racconto della complessità politica che viene e porta lontano, America, Asia, Europa, «il mondo è piccolo per i monopoli», si intreccia con le storie di alcuni dei sepolti vivi e Rodari lo fa con la levità e l’incanto della sua cifra narrativa. Non c’è retorica, il lettore impara, partecipa, si fa domande. Ernesto affronta cinque ore di salita dal fondo della miniera per vedere la moglie Maria almeno un minuto. Lei lascia la bambina al nonno e corre dodici chilometri sotto il sole per arrivare all’appuntamento. «Sei tanto bianco Ernesto».

Attilio Mancini si preoccupa per la mietitura, ma i compagni rimasti in superficie andranno a mietere il suo grano. Assunta Urbani ha il marito al tredicesimo livello — «ventisei rampe di scale, ogni rampa pari a cinque o sei piani di una casa moderna» — la loro bimba di otto mesi ha una gamba lussata, dovrà essere ingessata e ricoverata. Delfino Romei il giovedì 29 maggio doveva andare a fare le spese per il suo matrimonio, ma il 28 è sceso nel pozzo e non è ancora risalito. Con la fidanzata si scrivono e si fanno coraggio. Tante storie, storie di famiglie, di affetti, sofferenze, dubbi, speranze.

L’articolo completo si trova in coda al libro. Il volume invece ne seleziona dei frammenti mirati, a margine di splendide illustrazioni. Fuori luce, vita sospesa di chi attende, campi assolati; nella miniera una patina livida avvolge le figure e le cose. Il testo si propone di raggiungere un vasto pubblico di giovani lettori «in perfetta sintonia — scrive Santarelli — con gli intenti di Rodari che tanta passione e impegno aveva dedicato alla formazione di una prassi educativa autenticamente democratica (…) senza mai cedere alla tentazione di semplificare i problemi».

Rodari è stato forse lo scrittore che più di ogni altro ha creduto nella necessità di trasformare i principi della nostra democrazia in materia prima del suo lavoro, sempre dalla parte dei più fragili, contro la sopraffazione, dando voce a chi non ne ha. «I nomi delle stelle sono belli: / Sirio, Andromeda, l’Orsa, i due Gemelli. / Chi mai potrebbe dirli tutti in fila? / Son più di cento volte centomila. / E in fondo al cielo, non so dove e come, / c’è un milione di stelle senza nome: / stelle comuni, nessuno le cura, / ma per loro la notte è meno scura».

di Nicla Bettazzi