· Città del Vaticano ·

Disegni per un genio che somigliava ai suoi versi

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Settant’anni di illustrazioni in «Rodari a colori»

27 ottobre 2020

La prima è stata Giulia Mafai. Era il lontano 1950. «Per lui curai le illustrazioni del suo primo libro, Il libro delle filastrocche, che mi piace definire bello e non presuntuoso. Gianni — ci racconta la costumista e scenografa proprio nei giorni del centenario rodariano — fu felicissimo delle mie tavole: immagini che si accordavano perfettamente, così mi disse, alle sue storie. Dei miei disegni apprezzava il nitore, la semplicità, forse anche una certa ingenuità. E soprattutto apprezzava quell’arte di togliere che è stata una mia caratteristica fin dagli esordi e che mi sono portata felicemente dietro per tutta la vita».

A quel tempo, continua Mafai, «frequentavo il Centro Sperimentale e per cominciare a fare esperienza accettavo volentieri piccoli lavori. Tra questi i fumetti per “Il Pioniere”, un giornale per ragazzi diretto da Rodari che ne fu direttore dal primo numero (settembre 1950), fino a tutto il 1953 insieme a Dina Rinaldi. Il progetto, di grande impatto etico, stava molto a cuore a Gianni che mi chiamò a collaborare. Inventai delle strisce che avevano come soggetto le avventure di un bambino e di un pescecane. Il giornale, attraverso immagini e parole, voleva svolgere una funzione didattica dando consistenza ai sogni di ragazzi usciti dalla guerra ed educandoli a valori quali la pace, la democrazia, la giustizia sociale, la solidarietà. Accanto ai fumetti — che divennero presto per i lettori un appuntamento atteso e gradito — comparivano molte rubriche che avevano per oggetto lo sport, la storia, le grandi imprese, il mondo, ma anche episodi della Resistenza al nazifascismo e spazi di riflessione civile e politica. Il giornale dette anche l’opportunità a tanti, uomini e soprattutto donne sempre penalizzate in questi settori “minori” dell’espressione artistica (moda, pubblicità, calendari, illustrazioni, ecc.), di cominciare a esprimere il loro talento».

«Ricordo — prosegue Mafai — le storie grottesche di Marcello Argilli, i disegni non convenzionali di un pittore come Vinicio Berti (tra i fondatori dell’astrattismo classico fiorentino), le tavole impeccabili di Raul Verdini e i disegni di Flora Capponi che Rodari definiva “arabescati”. “Quella del Pioniere è una bella storia, una storia pulita” amava ripetere Rodari che mi dette molta fiducia». È l’inizio di un legame che durerà saldo negli anni: «Imparai subito ad apprezzarlo e diventammo molto amici. Era un uomo tranquillo, di modi dolci e semplici, dal sorriso pieno e trasparente che metteva tutti a loro agio. Non creava mai frizioni, al contrario cercava di mettere pace spegnendo con abilità e decisione una certa tendenza alla rissosità che animava una redazione così giovane. Pur non essendo protettivo, Rodari risultava tranquillizzante perché trovava sempre il bello e il ben fatto nei suoi collaboratori. Rassicurati dal suo modo di fare tutti noi prendevamo coraggio e superavamo i timori che nascevano dall’inesperienza, tirando fuori le nostre capacità».

Le tavole di Giulia Mafai aprono dunque una storia, quella degli illustratori dei libri di Gianni Rodari, che attraversa settant’anni. Seguendone il dipanarsi dal 1950 a oggi è possibile ricostruire un percorso che, relazionandosi con l’arte di un genio indiscusso, racconta molto di sé, e del suo sguardo verso i bambini. Un percorso ricostruito fedelmente in Rodari a colori. Tavole, disegni, figure, a cura di Grazia Gotti, che accompagna saldamente nel cofanetto il Meridiano Mondadori dedicato allo scrittore piemontese (era nato a Omegna il 23 ottobre 1920) di cui quest’anno si celebra un doppio anniversario: quarant’anni dalla morte e cento dalla nascita.

Quella delle illustrazioni è una storia — scrive Gotti — «strettamente connessa alla storia dell’editoria. È l’editore a scegliere gli illustratori, seguendo il proprio gusto o lasciandosi influenzare dalle relazioni con il mondo dei creativi, che finiscono talora per determinare la poetica e lo stile delle collane come dei singoli titoli. È stato così per tutto il Novecento, a partire dall’editore artigiano, che esercitava una forte influenza e sovrintendeva e giudicava il lavoro del grafico».

Il viaggio a colori di Rodari in Italia — Gotti certifica anche la fortuna internazionale dello scrittore — prosegue negli anni Cinquanta con Vinicio Berti e Raul Verdini (indimenticabile Il romanzo di Cipollino del 1951). Con incursioni di Enrica Agostinelli (che, tra l’altro, nel 1972 illustrerà Gli affari del signor Gatto nella meravigliosa collana “Tantibambini”, che davvero meriterebbe di essere riedita), negli anni Sessanta Einaudi sceglie di accostare a Rodari Bruno Munari; si parte con Filastrocche in cielo e in terra (1960). A eccezione de Il libro degli errori (1964), che lascia lo scrittore un po’ perplesso, il sodalizio tra i due si rafforza di volume in volume. Rodari apprezza molto «le illustrazioni praticabili e smontabili» di Munari, i suoi «bei disegni sbagliati da far accapponare la pelle».

Nel 1962, in occasione del film di animazione realizzato dall’artista per la fiaba Castello di Carte, avviene l’incontro tra Rodari ed Emanuele Luzzati, la cui fedeltà verso lo scrittore proseguirà per tutti gli anni Ottanta (come testimoniano i lavori realizzati per gli Editori Riuniti) anche dopo la morte dello scrittore, avvenuta a Roma il 14 aprile 1980. Davvero un’accoppiata grandiosa. Per me, ad esempio, Gianni Rodari è Emanuele Luzzati, così per anni quando incontravo un’illustrazione di questo maestro delle arti applicate cercavo automaticamente (al di là del contesto e del possibile) una storia o una frase di Rodari. Il legame tra i due produrrà libri mitici come Filastrocche lunghe e corte, Atalanta, Il libro dei perché, Fiabe lunghe un sorriso. Magia di collage, racconti illustrati, poesie e fiabe, bozzetti e disegni originali per illustrazione e teatro, manifesti, libri: un insieme di miracoli nati dall’amicizia tra i due. Un’amicizia forte anche perché si è trattato di due persone accomunate dal rapporto serio e alla pari con il mondo dell’infanzia: «Una caratteristica di Lele che i ragazzi capiscono — scrive Rodari poco prima di morire — [è] il suo rifiuto di stabilire gerarchie tra impegni “importanti” e impegni meno “importanti”, tra cose grandi per grandi e cose per bambini. Non ci sono per lui lavori di serie A e lavori di serie B. In quel che fa sta sempre dentro tutto intero», parole che noi facilmente potremmo applicare allo stesso Rodari. Come è tipico dei lavori di Luzzati, anche le illustrazioni rodariane sono costantemente in equilibrio tra narrazione e invenzione, tra elementi descritti e figure abbozzate, in un intreccio continuo tra realtà, fantasia, colore e materia.

Riprendendo il nostro viaggio nel Rodari a colori, nel 1991 (dopo le difficoltà degli anni Ottanta) la casa editrice Einaudi entra in società con la EL di Trieste portando in dote Einaudi Ragazzi e Emme Edizioni, linee editoriali dedicate ai più piccoli. «Volevo rompere con la tradizione — racconta a Grazia Gotti Orietta Fatucci, sempre alla guida del gruppo editoriale — volevo che queste opere potessero ricomparire come nuove. Quindi la scelta del tascabile, molto azzardata rispetto alla tradizione, e un illustratore altrettanto rivoluzionario. Pensai immediatamente ad Altan con il quale collaboravo da molti anni. Altan che, come Rodari, è artista acuto, pungente, quasi di denuncia, ma, come Rodari, anche molto delicato e grande poeta». I titoli illustrati da Altan negli anni Novanta saranno più di una ventina. Tavole «affollate come i suoi fumetti per adulti — nota Gotti — ma le figure hanno forme più arrotondate, vicine al mondo della Pimpa. (…) Ed è proprio questo bilanciamento fra il mondo dei grandi e quello dei piccoli a mettere in sintonia il suo lavoro con quello di Rodari: l’illustrazione che “avvicina”, che “rende semplice”, ma mai banale, la scena».

«Con gli anni Duemila — prosegue Gotti — ha avuto inizio una stagione nuova in cui l’illustrazione è diventata protagonista, grazie al lavoro di molte scuole in tutto il mondo e alla rivalutazione di questa forma d’arte in molti Paesi. (…) Nascono piccoli capolavori, e anche in questa stagione i testi di Rodari hanno una nuova, straordinaria fioritura». Ecco i nomi di Lorenzo Mattotti, Beatrice Alemagna e Alessandro Sanna («Se Rodari costruiva i suoi “giocattoli poetici”, Sanna costruisce “giocattoli di segni”. Un “binomio fantastico”, dove fantastico sta per bellissimo») fino a Paola Rodari.

Proprio in quest’ottica, tra i tanti libri — molti dei quali davvero notevoli — usciti in questi mesi per celebrare la doppia ricorrenza di Rodari, spicca 100 Gianni Rodari (Einaudi Ragazzi 2019) a cura di Gaia Stock. Cento testi di Rodari, alcuni famosissimi, altri meno — filastrocche, storie brevi, estratti di libri e romanzi — sono stati affidati ad altrettanti illustratori che li hanno interpretati a modo loro. Il risultato è un volume che attraverso cento storie, cento interpretazioni e cento immagini restituisce la meravigliosa vitalità dello scrittore. Il cui genio è confermato dal fatto che il libro curato da Stock, pur così vario ed eterogeneo, ha una matrice salda, inequivocabile. È Gianni Rodari, è il suo sguardo divertito e appassionato, felice e profondo, ostinato e attento. Attento ai bambini a cui lo scrittore parla di tutto — di errori, di pace, di diritto al lavoro e alla dignità, di democrazia, di giustizia sociale, di accoglienza e solidarietà — senza mai forzare il loro sguardo, ma immergendovisi guidato dal rispetto e dalla fantasia.

Una delle definizioni più belle di Gianni Rodari l’ha data recentemente Giulia Mafai a Francesca Romana de’ Angelis: «Gianni Rodari somigliava ai suoi versi». E che l’abbia detto la sua prima illustratrice, e amica, qualcosa dovrà pur significare.

di Giulia Galeotti