· Città del Vaticano ·

Lanciata in rete dalla pastorale carceraria brasiliana una serie di video illustrativi

Non tutti sanno cos’è un penitenziario

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26 ottobre 2020

Una serie di video per spiegare alla gente cos’è, davvero, il carcere: è l’iniziativa intrapresa, nei giorni scorsi, dalla pastorale carceraria della Conferenza episcopale brasiliana che ha come missione «la ricerca di un mondo senza carceri attraverso l’evangelizzazione e la promozione della dignità umana con la presenza della Chiesa negli istituti penitenziari». Il mondo carcerario — spiega a «L’Osservatore Romano» padre Gianfranco Graziola, missionario della Consolata, membro del Coordinamento nazionale della pastorale carceraria brasiliana — «è un luogo insalubre per eccellenza e in tutti i sensi, sia dal punto di vista fisico che mentale che sociale. La prima causa di tutto questo è il sovraffollamento, la cui radice è la detenzione di massa e sistematica come soluzione e controllo delle povertà strutturali. Il carcere per lo Stato è diventato il principio base di investimento senza alcun risultato per il bene della collettività».

A fronte di ciò, la pastorale carceraria ha pensato di realizzare dei filmati visibili sul sito web dell’episcopato, sul canale YouTube e sui social. Il primo video spiega l’origine del servizio di pastorale carceraria, in cosa consiste e illustra l’opera di evangelizzazione che svolge con i detenuti, poiché l’assistenza religiosa «è un diritto delle persone che sono private della loro libertà». In questo primo appuntamento, l’arcivescovo di Belo Horizonte, Walmor Oliveira de Azevedo, presidente dell’episcopato, parla della missione della pastorale carceraria: «Portare nei cuori dei detenuti e delle detenute la forza di trasformare tutte le persone, cioè il Vangelo di Gesù Cristo». Il presule si dice convinto che occorre promuovere ogni azione possibile per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tristi e difficili condizioni nelle quali vivono i detenuti e anche i loro familiari.

Da quando è scoppiata la pandemia, infatti, la situazione negli istituti di pena è ulteriormente peggiorata. Solo a giugno nei penitenziari i contagi sono cresciuti dell’800 per cento.

«Il Coordinamento nazionale della pastorale carceraria — sottolinea padre Graziola — si è trovato a reinventare tutto a causa del coronavirus. L’utilizzo delle piattaforme mediatiche ci ha fatto capire che avevamo una grande opportunità di raggiungere più persone nella costruzione del progetto del “mondo senza carceri”. Da qui — spiega il nostro interlocutore — è nata l’idea di produrre una serie di video che parlassero agli agenti pastorali, alla società civile, alle comunità cristiane e alle istituzioni, sia religiose che statali, dei principi che animano lo spirito della pastorale». Quindi, «partendo dalla realtà carceraria brasiliana e avendo come base il principio pastorale dell’evangelizzazione e della promozione umana, tema fondamentale dell’Evangelii nuntiandi, delle Conferenze di Medellín, Puebla, Aparecida e ora del magistero di Papa Francesco, si è pensato a una serie di video-documento il cui tema abbracciasse le grandi linee che alimentano la pastorale carceraria». Nei mesi scorsi è stato lanciato un sondaggio anonimo, rivolto agli operatori penitenziari, per capire le criticità del sistema. La pastorale brasiliana è molto differente da altre nazioni, poiché non esiste la figura del cappellano penitenziario, ma operano all’interno degli istituti di pena laici e laiche, consacrati e consacrate, religiosi e religiose, sacerdoti e vescovi che visitano le carceri nei ventisette stati del Brasile e nel distretto federale dove si trova la capitale Brasília.

Il primo filmato, dunque, è una sorta di introduzione a quello che è il concetto di pastorale carceraria come presenza cristiana e di Chiesa cattolica «in un mondo disumano come quello delle prigioni — aggiunge Graziola — che vìola e disprezza la vita, dove la punizione, la vendetta, la violenza, la tortura rappresentano l’espressione primaria e barbara di un sistema penale al servizio di un’economia che favorisce la disuguaglianza».

La serie di video, osserva suor Petra Pfaller, coordinatrice nazionale della pastorale carceraria, «affronterà temi fondamentali per la comprensione del sistema detentivo e della nostra missione come strumento di formazione per gli agenti pastorali penitenziari e altre persone interessate». La religiosa anticipa anche i temi dei prossimi video che riguarderanno la mistica e la spiritualità della pastorale carceraria, le difficoltà delle donne detenute e dei loro figli, la salute in carcere, la prevenzione e la lotta alla tortura, le pratiche di giustizia riparativa. Ai video prendono parte non solo i componenti del coordinamento nazionale o esperti, ma anche alcune persone che operano nella pastorale in forme diverse o che condividono il progetto del “mondo senza carceri”. Nonostante le molteplici iniziative promosse, quello che preoccupa maggiormente la Chiesa in Brasile è il contagio da coronavirus all’interno degli istituti di pena e sono numerosi gli appelli rivolti alle autorità affinché vengano prese con urgenza decisioni che pongano fine alle indicibili sofferenze. Padre Graziola punta il dito sui governanti che hanno sottovalutato la gravità della situazione e «ignorato la risoluzione n. 62 del Consiglio nazionale di giustizia che chiedeva ai giudici dei vari stati di concedere gli arresti domiciliari a quelle che sono considerate “categorie a rischio. La proposta — sottolinea il responsabile — prevedeva di anticipare e velocizzare i processi di quanti stavano per concludere la pena o erano in regime di semi libertà in maniera che diminuisse la popolazione carceraria e anche la possibilità di contagio». Nonostante la richiesta di una moratoria sociale dovuta alla pandemia — spiega il missionario — «la “fabbrica” della prigione di massa non ha mai smesso di funzionare e, quel che è ancora più machiavellico, senza nessuna misura di sicurezza sanitaria, collocando dentro il sistema carcerario persone provenienti dal mondo della strada, mettendole a rischio e infettando gli altri». Il sacerdote denuncia in particolare la carenza totale di igiene, la mancanza di assistenza medica e farmacologica e la scarsa attenzione all’alimentazione. «Per questa ragione la pastorale carceraria e anche varie altre organizzazioni della società civile affermano con convinzione che il sistema carcerario non serve perché non recupera e non reinserisce nessuno nella società; al contrario è fonte di violenza e scuola del crimine. Siamo consapevoli che la pastorale carceraria rappresenta una piccola goccia nell’oceano di fronte al mostro che è il sistema penitenziario. Come ripeteva spesso il cardinale Paulo Evaristo Arns: “Di speranza in speranza, continuiamo il nostro servizio ecclesiale”».

A conferma di ciò, in questo tempo di pandemia, gli agenti pastorali hanno inventato le forme più diverse per continuare a essere vicini ai fratelli e alle sorelle privati della libertà e in modo particolare ai loro familiari, con lettere, gesti di solidarietà concreta, l’invio di pen drive con la registrazione di preghiere, canti, la fornitura di cibo, prodotti per l’igiene e con una presenza costante, presso le direzioni degli istituti penitenziari, di assistenti sociali e difensori civici, «vigilando sulla vita di tanti fratelli e sorelle abbandonati al loro destino e condannati all’oblio». Per questa ragione — conclude padre Graziola — mi pare pertinente ricordare quello che Papa Francesco scrive nella Laudato si’ (139): «Quando parliamo di “ambiente” facciamo riferimento anche a una particolare relazione: quella tra la natura e la società che la abita. Questo ci impedisce di considerare la natura come qualcosa di separato da noi o come una mera cornice della nostra vita. Siamo inclusi in essa, siamo parte di essa e ne siamo compenetrati [...] È fondamentale cercare soluzioni integrali, che considerino le interazioni dei sistemi naturali tra loro e con i sistemi sociali. Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura».

di Francesco Ricupero