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I grandi libri della cristianità in una serie di incontri all’università Gregoriana: la «Laudato si’»

Non c’è futuro senza compassione

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26 ottobre 2020

Riprende, anche se in modalità streaming, la serie di incontri «Tra labirinti e biblioteche. I grandi libri della tradizione cristiana» organizzata dal Centro Fede e Cultura Alberto Hurtado della Pontificia Università Gregoriana. Martedì 13 ottobre dopo l’introduzione di Stella Morra e di Sandro Barlone, è intervenuto Marco Revelli, docente presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università del Piemonte Orientale, che ha svolto la sua relazione sulla Laudato si’ di Papa Francesco. Per il docente l’enciclica è stata accolta come un testo rivoluzionario, sia per il linguaggio facilmente comprensibile per le persone di ogni fede e cultura, sia per i contenuti critici nei confronti dello status quo. Tuttavia, si può notare come il testo contenga anche una forte componente di tradizione e di continuità. Ciò è evidente, non solo per il fatto che sono richiamati sistematicamente il pensiero e l’insegnamento dei Papi immediatamente precedenti a partire da Giovanni xxiii, ma anche dal costante appello a una tradizione spirituale antica, a cominciare dall’opera che dà il titolo stesso all’enciclica, il Cantico delle Creature di San Francesco, del quale il Papa raccoglie il messaggio devozionale e il riferimento alla totalità del cosmo che, si integrandosi plasmano un autentico inno alla vita e alla magnificenza del Creato, oltre che alla fratellanza fra le sue creature.

Per Revelli la struttura dell’enciclica, organizzata in sei capitoli, riproduce, per dirla con padre René Micallef, il paradigma della Dottrina sociale della Chiesa dell’epoca conciliare e post conciliare, ispirato all’epistemologia induttiva, inaugurato con la Mater et Magistra e conosciuto come quello del vedere—giudicare—agire. Infatti, il primo capitolo, Quello che sta accadendo alla casa comune, corrisponde all’osservare con gli occhi delle scienze naturali e dell’economia. Il secondo, Il Vangelo della Creazione, comporta un atto di contemplazione con gli occhi della fede, coinvolgendo sia il vedere che il giudicare. Il terzo capitolo, La radice umana della crisi ecologica, implica il discernere con il senno dell’antropologia filosofica, ovvero ancora una variante del giudicare. Il quarto capitolo, Un’ecologia integrale, vero baricentro dell’opera, è tutto dedicato all’atto del giudicare in prospettiva dell’etica sociale. Infine, il quinto e il sesto, Alcune linee di orientamento e di azione e Educazione e spiritualità ecologica, costituiscono evidentemente la parte dell’agire.

Per quanto riguarda il nucleo centrale dottrinale e programmatico, per Revelli è da evidenziare la denuncia del pericolo estremo in cui versa la Terra e, con essa, l’umanità tutta, effetto dei dissennati comportamenti umani che danno origine alla crisi ambientale e a quella sociale, intimamente collegate, come ribadito più volte dall’autore stesso dell’enciclica. Infatti, un altro elemento portante è l’idea che tutto è connesso e in relazione e da ciò derivano i diritti e i doveri, i fondamenti della fisica e dell’etica, le condizioni dell’esistenza e della sopravvivenza dell’umanità. Al contrario, la negazione di ciò implica la disgregazione del sé, della società e del mondo intero, perché, senza condivisione con le cose e compassione per le persone, non c’è nessun futuro possibile. È questo il fil rouge che attraversa tutti i capitoli e cuce il discorso in una trama coerente e unitaria. Un tale approccio risolve le antinomie del pensiero analitico e razionalistico contemporaneo che rimarca la differenza fra natura e cultura, tra soggettività dell’umano e oggettività dell’ambiente, tra scienza e fede, tra ragione ed emozione, tra individuo e comunità, tra identità ed alterità. Insomma, tutta l’enciclica è un appello alla riconnessione tra l’uomo e il creato.

Un ulteriore tema portante dell’enciclica — ha concluso Ravelli — è la riflessione sulla tecnica, principale mezzo di potenza attraverso il quale l’uomo interviene sull’ambiente modificandolo. La tecnica si mostra onnipresente nella vita dell’uomo contemporaneo e tuttavia può rivelarsi pericolosa se, unita alla finanza, finisse per sottomettere la politica. Notevole a tal proposito è l’influsso sul pensiero del Papa di un autore come Romano Guardini, forse il più sistematico interprete di una visione del mondo cristiana elaborata nello stretto rapporto fra pensiero e vita, un approccio molto vicino a quello di Papa Francesco. In La fine della modernità, Guardini aveva riflettuto a fondo sulla potenziale distruttività della tecnica e sul suo rapporto con la categoria del dominio. Papa Francesco riprende la visione del teologo italo-tedesco e con quelle categorie analizza il presente. Il Papa non ignora gli effetti che la tecnica può apportare alla vita dell’uomo, ma mette in guardia dai pericoli che possono derivare dalla sua idolatria, causati dalla sproporzione fra la potenza dei mezzi che l’uomo ha a disposizione e l’insufficienza della sua coscienza morale.

di Nicola Rosetti