· Città del Vaticano ·

Elogio della teologia

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Nel libro di Armando Matteo

26 ottobre 2020

Al termine del paragrafo 62 della Gaudium et spes si legge: «La ricerca teologica, mentre persegue la conoscenza profonda della verità rivelata, non trascuri il contatto con il proprio tempo, per poter aiutare gli uomini competenti nelle varie branche del sapere ad una più piena conoscenza della fede. Questa collaborazione gioverà grandemente alla formazione dei sacri ministri, che potranno presentare ai nostri contemporanei la dottrina della Chiesa intorno a Dio, all’uomo e al mondo in maniera più adatta, così da farla anche da essi più volentieri accettare. È anzi desiderabile che molti laici acquistino una conveniente formazione nelle scienze sacre e che non pochi tra loro si diano di proposito a questi studi e li approfondiscano con mezzi scientifici adeguati».

Non v’è dubbio che il recente volume di Armando Matteo, Evviva la teologia. La scienza divina (Cinisello Balsamo, San Paolo 2020, pagine 192, euro 16) si inserisca in maniera fedelmente creativa nel contesto di quelle affermazioni fatte dai Padri conciliari. Infatti Matteo, docente presso la Pontificia università Urbaniana e autore di numerose pubblicazioni, nel suo libro sottolinea con forza il grande valore della teologia e la sua importanza ai fini di una più autentica adesione alla verità cristiana, da parte sia dei sacri ministri che dei fedeli laici.

A questo proposito due sono i punti essenziali richiamati dall’autore: il primo riguarda la viva attualità del sapere teologico. Purtroppo — e Matteo lo afferma con rammarico — è ancora assai diffusa l’idea che la teologia sia una forma antiquata e ormai superata di scienza, mentre, al contrario, essa mantiene ancora oggi una vitalità troppe volte trascurata e misconosciuta: nonostante spesso si pensi il contrario, essa riguarda da vicino le più rilevanti questioni dell’umanità e pure l’uomo contemporaneo potrebbe utilmente giovarsene per gettare una luce più intensa sulla drammatica complessità dell’esistenza.

A quanto detto si collega il secondo aspetto che preme mettere in evidenza: anche tra i credenti — se non tutti, un’ampia maggioranza — si ritiene che la teologia riguardi soltanto quelli che potremmo definire gli addetti ai lavori ecclesiastici, cioè i preti, i religiosi e un’esigua minoranza di laici, tra i quali spiccano gli insegnanti di religione. Matteo si impegna a dimostrare l’inconsistenza di tali convinzioni, animato da una fiducia che deriva dall’invidia. Mi permetto di usare questo termine perché egli stesso dichiara di aver scritto questo libro spinto da un’invidia che ci piace definire sana, quella di chi, negli ultimi anni, ha visto arridere un ampio successo a vari testi scritti per sostenere che le cosiddette lingue morte — il latino e il greco soprattutto — sono in realtà vive e ancora oggi capaci di veicolare contenuti di sicuro rilievo. Perché — si chiede Matteo — ciò non potrebbe accadere anche per la teologia, che nel nostro tempo sembra irrimediabilmente dimenticata, mentre per molti secoli è stata considerata la regina del sapere?

Mosso dunque da questa invidia positiva, Matteo ha cercato di rispondere alla seguente domanda: «È possibile, nel contesto di questa nostra società sempre più secolarizzata, tessere un elogio della teologia? Una lode di quella “scienza divina” che ha per oggetto non questo o quell’aspetto del reale, ma il mistero primo e ultimo di tutto ciò che esiste e che esisterà e che la lingua umana da sempre nomina Dio?». Giunti al termine del volume, non sarà difficile accorgersi che Matteo è riuscito a rispondere in modo convincente agli interrogativi di cui sopra, rendendo un ottimo servizio innanzitutto al lettore e poi alla teologia stessa.

Il percorso da lui seguito consta di nove tappe, corrispondenti ad altrettanti capitoli, completate da un’importante conclusione nella quale l’autore rivendica il decisivo valore della fede nella vita di chi si dedica agli studi teologici. Credere, contemplare, amare: sono questi gli imperativi che devono guidare il teologo, il quale è chiamato a vivere costantemente immerso nella Parola evangelica.

Secondo Matteo, lo studio della teologia è un continuo corpo a corpo con Gesù: così l’hanno intesa, dall’antichità sino ad oggi, i grandi Padri, Dottori, Apologeti, Mistagoghi e Pontefici, ai quali l’autore dedica i capitoli centrali del suo scritto, presentandoli non certo come statue di un museo, ma come persone che hanno glorificato il Signore e servito gli uomini attraverso il loro studio faticoso e spesso sofferto. A un certo punto Matteo fa riferimento a «una teologia bella», capace, cioè, «di parlare in modo bello della singolare bellezza di Gesù». Sicuramente le pagine del suo libro appartengono a questo genere di sapere teologico che, a giudizio dell’autore, ha uno dei suoi vertici nella Leggenda del Grande Inquisitore narrata da Dostoevskij nei Fratelli Karamazov. E, allora, se la teologia è questa, «evviva la teologia».

di Maurizio Schoepflin