· Città del Vaticano ·

Le mille vite della sinfonia «Eroica»

Omero tradotto in note Parola di Berlioz

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24 ottobre 2020

L’episodio è arcinoto e nonostante la sua forte caratura agiografica non sembra distanziarsi troppo dalla verità storica.

Dopo aver ricevuto da parte dell’amico Schindler la notizia che Napoleone si era appena proclamato imperatore, Beethoven cancellò il nome di Bonaparte dalla prima pagina della partitura della sua terza sinfonia in mi bemolle maggiore, quella che sarebbe poi passata alla storia come Eroica e che costituisce un punto di svolta epocale non solo nella storia della musica ma anche della cultura occidentale. Perché qui, per la prima volta, un musicista pensa una sinfonia come un racconto e lo fa cercando una nuova via per l’espressione, dilatandone le dimensioni e facendo in modo che le note divengano una narrazione grazie a mezzi esclusivamente musicali, senza allusioni o imitazioni descrittive, ma semplicemente sfruttando ogni risorsa compositiva, melodica, armonica e timbrica per costruire la vicenda di un uomo.

La gran parte del pubblico e della critica ne fu sconcertata.

In diverse recensioni vennero espressi dubbi, riserve, se non critiche esplicite a questo lavoro che già dal primo amplissimo movimento denunciava la sua assoluta discontinuità con quanto fino a quel momento era risuonato nelle sale da concerto.

Eppure Beethoven non cambiava vocabolario, si serviva di un materiale assolutamente identico a quello dei suoi predecessori. Ma, nulla: secondo i più in quella musica c’erano sì belle idee ma confusionarie, qualcuno candidamente scrisse che non si capiva come mai una sinfonia dovesse durare così tanto.

Eppure la straordinarietà dell’Eroica ha continuato e continua tuttora a fecondare il pensiero, anche con esiti singolari se non stravaganti. Berlioz, ad esempio, uno degli alfieri della cosiddetta musica a programma, ravvisò nel finale della sinfonia lo spirito della narrazione omerica dei giochi funebri indetti da Achille per l’amico Patroclo.

Ma ci fu chi fece anche di più, come il musicologo Arnold Schering che a poco più di cento anni dalla nascita di Beethoven si interrogò esplicitamente fin dal titolo di un suo saggio sulla componente omerica della sinfonia, conducendo una serie di raffronti anche puntuali tra il testo del poema e singoli elementi musicali dell’Eroica, con un’acribia e una cura quasi maniacale eppure “romanticamente” seducente.

Quello che ancora oggi percepiamo nell’ascolto di quest’opera è la straordinaria aderenza tra quello che il musicista intende raccontare e il modo impetuoso, totalizzante, credibile e assieme stupefacente con cui lavora.

E questo forse è il dono che Beethoven più di ogni altro musicista ha avuto in dote: una sincerità totale nel fare musica in un’aderenza assoluta al suo io reale, che come per grazia si è riversata intatta nella sua musica. Quello che Beethoven è come essere umano è esattamente quello che esprime, come se non ci fosse discontinuità tra un cuore che vive e un cuore che riesce a svelare sé stesso al mondo.

di Saverio Simonelli