· Città del Vaticano ·

Guarire dal silenzio

Liosite, «Zagajewski»

Il senso della poesia nelle opere di Adam Zagajewski

24 ottobre 2020

L’Accademia di Svezia ha spesso avuto felici ispirazioni nell’assegnare il Nobel ai poeti, tra i tanti basta ricordare Derek Walcott o Seamus Heaney; a questi nomi un giorno vorrei che si aggiungesse quello di Adam Zagajewski (Leopoli, 1945). La sua celebre poesia sulla sconfitta, che apre la raccolta Dalla vita degli oggetti (Adelphi 2012), mi ha tenuto compagnia nelle solitudini del lock-down: «Davvero sappiamo vivere solo dopo la sconfitta, / le amicizie si fanno più profonde, / l’amore solleva attento il capo. / Perfino le cose diventano pure…».

Ora per conoscere appieno il suo grande cantiere poetico c’è Guarire dal silenzio (a cura di Marco Bruno, Milano, Lo Specchio Mondadori, 2020, pagine 288, euro 22), ricca antologia che spazia a ritroso dalla raccolta La vera vita (2019) ai lontani testi di Comunicato (1972). È un libro alto, di struggente bellezza, un “libro mondo” su tutti gli snodi decisivi di una vita: il dolore, l’amore, la memoria, l’inesorabile incedere dei lutti. La scrittura di Zagajewski è limpida, velata dalla «lieve cenere della malinconia» e si nutre di ricordi e di molti viaggi («sono solo un turista distratto, / ma amo la luce»). È uno zoom ad altissima risoluzione sui dettagli del nostro quotidiano. Zagajewski è un contemplativo che adora la lentezza, che può colmarsi di «spensieratezza, quasi di felicità» sostando in un piccolo museo di apicoltura (Una visita, pagina 12), e che nella poesia cerca una «sapienza (senza rinuncia) / e anche una certa serena follia». (Illuminismo, pagina 15).

L’amicizia è uno dei cardini della sua ricerca (ma si vedano anche le meravigliose poesie in memoriam dedicate alla madre e al padre), come attesta la lirica Charlie (pagina 19) dedicata a C.K. Williams: «L’amicizia è immortale e non ha bisogno / di molte parole. È paziente e serena. / L’amicizia è la prosa dell’amore».

Per alcuni aspetti, Guarire dal silenzio è un’incessante ricerca sul senso della poesia. Per Zagajewski i poeti sono dei «presocratici» che non capiscono nulla… ma che sono attenti al «bisbiglio dei vasti fiumi di pianura», «ammirano il volo degli uccelli, la pace dei giardini suburbani / e i treni ad alta velocità, che corrono dritti fino all’ultimo respiro» e che «all’odore del fresco pane caldo / si fermano d’improvviso, come se ricordassero / qualcosa di molto importante…».

Zagajewski è poeta che s’interroga sul senso profondo della storia (così come Miłosz, suo importante riferimento, e l’Herbert di Rapporto dalla Città assediata). Nei suoi versi scorre il sangue del Novecento e il ripetuto martirio della Polonia. Walcott lo ha definito come «voce sommessa sullo sfondo delle immense devastazioni di un secolo osceno, più intima di quella di Auden, non meno cosmopolita di quella di Miłosz, Celan, Brosdkij». Ma Zagajewski sa anche che il miracolo della scrittura, il montaliano anello che non tiene, può accendersi all’improvviso, in una scena quotidiana, magari guardando un gatto sulla porta di casa: «Sì, difesa della poesia e stile elevato, ecc., / ma anche una serata estiva in un piccolo centro, / quando profumano i giardini e i gatti tranquilli stanno seduti / all’ingresso delle case, come filosofi cinesi» (Difesa della poesia, pagina 98). È un uomo che ama tenere in mano i ciottoli della spiaggia, parlare in modo pacato, scrivere lettere e «leggere libri di cinquecento pagine» (Parla più pacatamente, pagina 158).

Del resto in Due città Zagajewski confida: «Un giorno… feci una scoperta che cambiò ogni cosa. Scoprii (e vi prego di non ridere) che esiste un mondo dello spirito, descritto dai grandi autori. Oltre alla realtà empirica e banale c’era l’ambito della immaginazione, costituito da quello stesso mondo percepibile grazie alla vista, al tatto e all’odorato, ma con in più le schiere infinite degli spiriti e delle ombre… Esiste un senso che resta nascosto nella quotidianità, ma diventa accessibile negli istanti di maggiore concentrazione, negli attimi in cui la coscienza ama il mondo. Cogliere quel senso complesso ti porta un’esperienza di particolare felicità, perderlo ti consegna alla malinconia» (Tradimento, Adelphi, 2007, pagina 71). Per amare Zagajewski non c’è nulla di meglio che leggere il suo Autoritratto, in fondo, un sorprendente trattato di poetica: «Abito in città estranee e a volte converso / con estranei di cose che mi sono estranee. / Ascolto molta musica: Bach, Mahler, Chopin, Šostakovič. / Nella musica trovo forza, debolezza e dolore, tre forze della natura. / La quarta non ha nome. / Leggo poeti, vivi e morti, imparo da loro / perseveranza, fede e orgoglio. Cerco di comprendere / grandi filosofi — il più delle volte mi riesce / di afferrare solo brandelli dei loro preziosi pensieri». […] «Il mio paese si è liberato da un male. Vorrei / che seguisse un’ulteriore liberazione. / Posso essere utile in questo? Non so. / Non sono in verità figlio del mare, / come scrisse di sé Antonio Machado, / ma figlio dell’aria, della menta e del violoncello, / e non tutte le strade dell’alto mondo / s’incrociano coi sentieri della vita che, per ora, / appartiene a me».

Così scrive un poeta. Da Nobel.

di Alessandro Rivali