· Città del Vaticano ·

Edifici in dialogo con la natura

La scala ideata dall’architetto Giuseppe Momo per i Musei Vaticani

Le opere architettoniche in Vaticano dopo il 1870

24 ottobre 2020

Nella storia urbanistica di Roma il 20 settembre 1870 indica una data che va ben oltre la breccia sulle Mura Aureliane. L’annessione della città al Regno d’Italia e, pochi mesi dopo, la sua proclamazione a capitale, avviano la riorganizzazione dell’intero territorio urbano, sia al di qua che al di là del Tevere. Il Colle Vaticano si trova infatti a dover affrontare, all’interno del suo perimetro, la realizzazione delle strutture che dovranno accogliere quelle funzioni che, fino ad allora, erano state presenti nel resto della città.

Le Mura Leonine segnano il limite di un territorio che nei successivi 150 anni raccoglierà i manufatti indispensabili per soddisfare le esigenze di una nuova amministrazione. Nei primi anni i lavori procedono in modo episodico, con pochi interventi. Tra questi: la riapertura della Torre dei Venti con una nuova dotazione astronomica (1891) e il Traforo carrozzabile dal Cortile del Belvedere ai Giardini, fatto scavare da Pio x.

Le maggiori e più importanti costruzioni iniziano solo a seguito del Concordato del 1929. Interesseranno una parte delle aree verdi che circondano la Basilica e i Palazzi, ma anche quelle che, al di fuori del Vaticano, godono dello stato di extraterritorialità. Su queste ricadranno soprattutto gli interventi finalizzati ai servizi sanitari e formativi. A partire dal suo nucleo originario (1869), l’Ospedale Bambino Gesù amplia la sede di Piazza Sant’Onofrio con la costruzione di altri reparti (1912) e, successivamente, si dota di due nuovi impianti: a Palidoro (1978), in zona non extraterritoiriale, e all’interno dell’area della Basilica di San Paolo (2012). Nell’area extraterritoriale del Laterano, che comprende la Basilica di San Giovanni, viene costruito, poco dopo la firma del Concordato, il complesso della Pontificia Università Lateranense (1932-37).

Gli interventi “moderni” all’interno della Città del Vaticano hanno quindi un inizio concreto solo a partire dagli anni ’30 e individuano due momenti di particolare valore e significato architettonico. Entrambi identificano la scelta da parte del Pontefice di un architetto: Pio xi sceglie Giuseppe Momo; Paolo vi sceglie Pier Luigi Nervi. La personalità dei due progettisti è profondamente diversa. Momo (1875-1940), «architetto della reverenda fabbrica di San Pietro», giunge da un’esperienza professionale maturata attraverso un’attività molto intensa, svolta soprattutto in Piemonte, la sua regione d’origine. Nervi (1891-1979), ingegnere strutturista di fama internazionale è accompagnato da un’esperienza maturata sia personalmente che in collaborazione con i maggiori architetti dell’epoca.

Le opere commissionate da Pio xi, il “Papa costruttore”, a Momo, non sono mai costrette dalla ricerca di uno stile personalizzato e riconoscibile; sono attente alla concretezza funzionale e alla solidità costruttiva. L’immagine del “modernismo” accompagna sempre il riferimento alla tradizione. Momo esprime la sua idea architettonica attraverso l’uso di più linguaggi, diversi per ispirazione, che mantiene però costantemente distinti; non li confonde mai all’interno della stessa realizzazione. Il Palazzo del Governatorato (1931), sicuramente il più impegnativo per forma e dimensione, propone una composizione affidata a tre corpi allineati, ma slittati lungo l’asse longitudinale. Questi, preceduti da una scalea, che guida alla quota soprelevata dell’ingresso, affidano alla facciata simmetrica il compito di descrivere, attraverso il ritmo regolare delle finestre, un impianto distributivo interno ordinato e calibrato su ambienti di lavoro ampi, ben illuminati e areati.

Rivolta a uno stile di ispirazione eclettica è la Stazione ferroviaria, un edificio contenuto nelle dimensioni, enfatizzato da un pronao con due colonne ioniche, che anticipa l’ingresso. La costruzione, dove termina la breve linea ferroviaria che si collega alla Stazione San Pietro, viene realizzato tra il 1929 e il 1932. Inaugurato ufficialmente nel 1934, è utilizzato per la prima volta da un Pontefice nel 1962, quando Giovanni xxiii parte in treno per raggiungere Loreto e Assisi. Attualmente l’interno ospita un’area commerciale.

L’opera di Momo non si conclude con questi edifici; anche altri, sempre suoi, sono voluti da Pio xi: il Cancello liberty di Sant’Anna, 1931; il Palazzo del Tribunale e l’Ufficio postale, 1932; il Palazzo delle Sacre Congregazioni Romane, 1936 nel Rione di Trastevere e la già citata Pontificia Università Lateranense. Tuttavia il suo progetto di maggior interesse e di rilievo per l’invenzione architettonica è sicuramente la torre che contiene la doppia rampa elicoidale del nuovo ingresso (1929-32) dei Musei Vaticani. Progettata per regolare i due flussi di ingresso e di uscita, lasciandoli indipendenti, dà forma a uno spazio interno dinamico, vestito dalla luce che proviene da un lucernario a cupola, disegnato da un raffinato motivo strutturale che separa e sostiene le parti vetrate. Visitato da Frank Lloyd Wright, il suo spazio avvolgente e la cascata di luce dall’alto sono fonte di ispirazione per il progetto del Museo Guggenheim di New York (1943), dove un percorso continuo e fluente accompagna il visitatore alla scoperta delle opere d’arte esposte nelle camere, appena accennate, che si appoggiano sul muro perimetrale. Wright completa l’idea trasferendo anche all’esterno il motivo della chiocciola, imponendola, per l’originalità della forma e della dimensione contenuta, ai grattacieli della Quinta Strada.

L’ingresso a doppia rampa, progettato da Momo, è sicuramente uno degli episodi più noti e fotografati dai turisti in visita a Roma. La città, infatti, non si è mai dotata di un museo “universale”, lasciando a quelli Vaticani il compito di raccogliere l’arte di tutte le epoche e proveniente da tutto il mondo.

Nel 1964 Paolo vi incarica Pier Luigi Nervi di progettare l’Aula per le udienze papali su un’area al confine con il territorio cittadino, a sud della basilica. I lavori, iniziati nel 1966, terminano nel 1971, anno in cui la sala, che prenderà il nome del Pontefice, ma anche del progettista, viene inaugurata. L’edificio, che ospita un auditorio, capace di contenere fino a 10000 persone, è strutturalmente chiuso da una volta parabolica in calcestruzzo armato che permette di avere una sala di dimensioni molto vaste, completamente libera da appoggi interni. La forma planimetrica, che accompagna la sagoma della sezione in una direzione molto ben pronunciata, proietta l’attenzione dei presenti verso la parete di fondo, completata da un organo a canne (1972), spesso coperto da una tenda, e dalla Resurrezione di Pericle Fazzini (1975). Quest’ultima è una scultura gigantesca, inaugurata nel 1977, che, all’interno di una composizione fortemente drammatica, inserisce la resurrezione di Cristo in una costruzione spaziale che anticipa il clima del disastro ambientale che, oggi, viviamo con sempre più convinta intensità.

Nel ripercorrere a distanza di 150 anni gli interventi realizzati all’interno del perimetro vaticano emerge l’attenzione al disegno dell’insieme. Oltre alla qualità del costruire, sempre assicurata, si coglie il controllo di un progetto generale che, attraverso il succedersi di più Pontefici e più architetti, ha posto sempre l’attenzione alla salvaguardia delle aree verdi, confinando il più possibile le opere edilizie nelle parti periferiche, a ridosso delle mura. Questo ha permesso, anche quando era necessario intervenire in modo più consistente per ottenere gli spazi per nuove funzioni, di mantenere integri i giardini, conservando l’impianto originario ben riconoscibile. In linea con questo criterio di discrezione si pongono gli interventi di espansione edilizia sotterranea: al di sotto del Cortile della Pigna, del Giardino Quadrato e del Cortile della Biblioteca.

Il rapporto consolidato con l’architettura è stato rinnovato dalla Santa Sede nel 2018 attraverso la partecipazione, per la prima volta, alla Biennale di Architettura di Venezia, presentando dieci progetti di cappelle, commissionati ad altrettanti architetti di grande fama. Le dieci opere sono state sistemate all’interno del bosco dell’Isola di San Giorgio, raccogliendo la tensione emotiva dell’idea architettonica nella forte suggestione del luogo. L’operazione, che ha catturato architetti e visitatori, indipendentemente dalla loro fede, ha costruito un ambiente di pace e di isolamento.

L’immersione nel verde dell’Isola di San Giorgio richiama l’attenzione a favorire il rapporto dell’edificio religioso con la situazione naturale, rispettosa dell’ambiente, così come è possibile vivere passeggiando nei Giardini del Vaticano.

di Mario Panizza