· Città del Vaticano ·

L’attualità de «I Miserabili» di Victor Hugo

Tra legge e misericordia

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23 ottobre 2020

È un’opera che ha sempre goduto di fortuna letteraria e cinematografica I Miserabili di Victor Hugo, ma è negli ultimi anni che si è assistito a una vera e propria rinascita. A partire dal film di Tom Hopper del 2012, passando per la miniserie britannica del 2018 e all’adattamento teatrale di Luca Doninelli e Franco Però, per arrivare al film francese di Ladj Ly che, pur non essendo una trasposizione del romanzo, ne porta il titolo e ha lo stesso sfondo sociale. Del resto, già ai tempi della sua pubblicazione, nel 1862, il romanzo fece molto parlare di sé.

L’aspettativa che si era creata era enorme: erano quasi trent’anni che lo scrittore non pubblicava un romanzo. Hugo lo scrisse per la maggior parte sull’isola di Guernsey, durante l’esilio a seguito del colpo di Stato di Napoleone iii.

Il libro, pubblicato in volumi separati che uscirono tra febbraio e agosto del 1862, riscosse un immediato successo popolare ma l’intellighenzia, sia socialista che conservatrice, lo criticò ferocemente. Gli amici socialisti di Hugo non approvarono il tono religioso del romanzo, in particolare il ritratto del vescovo Myriel. George Sand definì l’opera troppo cristiana, giudizio condiviso da Jules Michelet. Baudelaire scrisse una recensione positiva dell’opera per poi, dopo aver letto gli ultimi capitoli, cambiare idea e scrivere in una lettera che giudicava il libro «immondo e insulso». Gustave Flaubert, in passato grande ammiratore di Hugo, scrisse: «In questo libro non trovo né verità né grandezza. (…) Questo libro è fatto per il mascalzone cattolico-socialista, per tutti i parassiti filosofico-evangelici».

Ad Alexandre Dumas non piacque l’intreccio tra storia alta e storia bassa, e osservò come ogni capitolo iniziava in maniera promettente con «una montagna» ma «finiva con un topo». Ma una delle grandi intuizioni di Hugo fu proprio quella di legare il destino dei miserabili a quello della grande storia. Così lo scrittore francese si inserisce nella tradizione letteraria di Tolstoj, Manzoni e Dickens.

La stampa cattolica fu ambivalente: rimase sorpresa dal ritratto positivo che l’anticlericale Hugo faceva di Myriel ma non risparmiò qualche critica, giudicando la figura del vescovo, povero vicino ai poveri, come «inverosimile». A una donna che gli chiedeva quale fosse l’origine del personaggio Hugo rispondeva che «il vescovo Myriel è un personaggio immaginario e i giornali cattolici avevano ragione a ritenerlo inverosimile. Si potrebbe anche aggiungere: impossibile, se Carlo Borromeo, Francesco di Sales, Belzunce e Las Casas non fossero mai esistiti».

A contribuire alla tiepida ricezione da parte della stampa cattolica fu, probabilmente, anche il capitolo in cui il vescovo si reca da un anziano membro della Convenzione in procinto di morire. Il vecchio giacobino vive solo ed evitato da tutti. Anche il vescovo esita fino all’ultimo a recarsi da lui. Alla fine di un dialogo serrato, in un gesto che deve essere apparso sconvolgente, il vescovo si inginocchia di fronte al rivoluzionario. Ma il dato realmente degno di nota è la professione religiosa del vecchio politico, anticlericale ma contrario all’ateismo prevalente nella sua fazione politica. Hugo scrisse quel passaggio in polemica con l’ateismo materialistico ormai diffuso nei circoli intellettuali e politici da lui frequentati.

Troppo cristiano per i laici, troppo socialista per i cristiani, I Miserabili fu amato dal popolo per il quale era stato scritto. Hugo volle fortemente un’edizione popolare che uscì, in un unico volume, nel 1865 ed ebbe una tiratura elevatissima facendone uno dei primi best-seller moderni.

Che il romanzo abbia avuto un’accoglienza così tempestosa non sorprende e gli stessi motivi per cui fu criticato allora sono oggi motivo della sua rilevanza. La critica sociale, indissolubilmente legata alle tematiche religiose e di riscatto personale ne fanno un’opera assolutamente attuale — molto più di altri romanzi dello stesso Hugo quali Notre Dame de Paris o L’uomo che ride.

Anche uno dei conflitti maggiori del libro — quello tra misericordia e legge — incarnati dai personaggi del vescovo Myriel e dell’ex forzato Jean Valjean da un lato e dall’ispettore di polizia Javert dall’altro, non è estraneo al presente. Quello tra Jean Valjean e Javert è una lotta che percorre tutta l’opera. L’intuizione brillante di Hugo fu quella di non trasformarla in un conflitto manicheo tra il bene e il male. Jean Valjean non è del tutto privo di zone oscure — anche dopo la conversione mantiene un aspetto prometeico — e il personaggio di Javert non è il classico villain. È il rappresentante della moralità pura, della legge che non ammette scarti tra diritto e prassi.

Javert, così come Jean Valjean, ha un’origine umile: nasce infatti da una cartomante e un padre carcerato. Proprio perché conosce i bassifondi non intende più tornarci e si vota alla giustizia. Egli conosce la caduta solo per le sue origini ma non per averne fatto esperienza. Così, ai suoi occhi, non vi è vera possibilità di redenzione per l’ex forzato Valjean. La sua morale si contrappone a quella di Valjean/Hugo per il quale la vera salvezza, come nota lo studioso Victor Brombert, viene dal basso. Per Javert «la bontà che consiste nel dar ragione (...) a quegli che è in basso contro colui che è in alto» è «una cattiva bontà; è con simile bontà che la società si disorganizza». «È molto facile essere buoni» sostiene, «difficile è essere giusti».

L’opposizione tra Javert e Valjean non è semplicemente quella tra fede e diritto, tra religione e potere costituito, ma anche un conflitto interno alla fede stessa. Non si tratta solo di una questione di diversa accentuazione ma di una opposizione talmente profonda da divenire contraddizione.

Jean Valjean riconosce il principio della legge: quando si presenta l’occasione di uccidere l’ispettore di polizia decide di liberarlo e si dichiara disposto a essere arrestato, sottoponendosi nuovamente a quella giustizia che lo aveva tenuto in carcere per quasi vent’anni. Javert non ammette il principio della misericordia. Egli è uomo religioso ma la sua religiosità è prima di tutto venerazione dell’autorità e per lui, scrive Hugo, «l’autorità ecclesiastica era, s’intende, la prima di tutte».

Hugo descrive l’ispettore di polizia anche con termini religiosi: è «frate», «spia come si può essere preti», «poliziotto vergine», un «arcangelo feroce», un «mostruoso San Michele» che tiene «sotto i piedi il delitto, il vizio, la ribellione, la perdizione, l’inferno». Un personaggio che sembra uscito dalla «scuola mistica di Joseph de Maistre». Hugo lo descrive come composto di due soli sentimenti, «relativamente buoni, ma che egli rendeva cattivi a forza di esagerarli: il rispetto all’autorità e l’odio alla ribellione». L’ordine arriva prima del diritto, la Chiesa prima di Dio. In lui, l’adorazione del potere è talmente forte che diviene ideologia. Dopo essere stato graziato da Jean Valjean, il poliziotto è costretto a riconoscere che esiste qualcosa di più alto della legge ma il cambiamento in lui rimane puramente intellettuale e non diviene esistenziale. Pur di non andare incontro a un’autentica conversione, Javert decide perciò di uccidersi.

Il dissidio tra legge e misericordia descritto da Hugo appare quanto mai attuale, in un’epoca in cui una sensibilità verso temi di carattere dottrinario e di difesa dei valori sembra, ad alcuni, incompatibile con una sensibilità verso tematiche sociali e con una fede che opera più per attrazione che per proselitismo.

di Luisa Borghesi