· Città del Vaticano ·

Per comunicare l’incomunicabile

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Il lunghissimo viaggio di Clare Hunter nella storia del ricamo

23 ottobre 2020

«Tagli un pezzo del filo, ne annodi una estremità e fai passare l’altra nella cruna dell’ago. Prendi un tessuto, infili l’ago da un lato, lo tiri dal rovescio fino ad arrivare al nodo. Lasci uno spazio. Rinfili l’ago al rovescio lo tiri dall’altro lato. Continui così, fino a tracciare una linea, una curva, un’onda di punti. Non c’è altro: filo, ago, tessuto e i motivi che il filo disegna. Questo è cucire».

Inizia così I fili della vita (Torino, Bollati Boringhieri 2020, pagine 384, euro 18.50, traduzione di Carlo Prosperi), denso saggio in cui — tra storia e incursioni autobiografiche — Clare Hunter ci conduce in un lungo viaggio nella storia del ricamo. Coprendo tutto il millennio scorso, si va dall’arazzo di Bayeux — in apparenza una celebrazione dei conquistatori normanni, in realtà pieno di lodi indirizzate allo sconfitto re Harold —, ai lavori di cucito imposti come rieducazione alle carcerate inglesi dell’Ottocento, fino ai foulard e agli scialli delle madri di Plaza de Mayo, su cui era ricamato il nome del figlio desaparecido per riaffermarne l’identità negata, e alle arpilleras, i patchwork di denuncia del regime militare cileno. Non un’arte minore, dunque, ma piuttosto un linguaggio che spesso è finito per comunicare l’incomunicabile.

Il ricamo come voce, ad esempio, della fragilità di oggi e di ieri. Hunter racconta il suo lavoro a un progetto tessile presso l’ospedale Leverndale di Glasgow, con un gruppo di pazienti maschi affetti da una grave malattia mentale. Si tratta di disegnare e realizzare le nuove tende per il bar, appena ristrutturato, dell’ospedale. Non che sia un’impresa facile («scegliere i colori è difficile perché bisogna arrivare a un accordo all’interno di un gruppo di persone messe a disagio dalle opinioni altrui»), ma «sembrano tutti contenti di avere un compito concreto da svolgere. La speranza è che il progetto li induca ad abbassare la guardia nei rapporti sociali».

Il dialogo di ieri, invece, è con la fragilità di tre donne dell’Ottocento confinate dalla malattia mentale, di cui Hunter racconta la storia appresa “leggendo” i loro lavori. Fragilità che hanno caratterizzato molti dei soldati reduci dalla mattanza della Grande guerra. Uomini che si sono ritrovati tagliati fuori dalla vita che avevano lasciato, destinati a un’esistenza senza alcun valore sociale ed economico, uomini che finirono per essere dimenticati in ospedale o prigionieri nelle loro stesse case: da qui nascerà la terapia occupazionale, figlia di un nuovo approccio alla cura, capace di fornire anche un supporto psicologico. «Commissionare lavori di ricamo permise a ricchi, titolati ed ecclesiastici di offrire il proprio contributo al recupero dei menomati di guerra. La cattedrale londinese di St Paul, per esempio, incaricò oltre 130 reduci di ricamare un paliotto d’altare, che verrà utilizzato per la prima volta in occasione della messa di ringraziamento per la fine della guerra, il 6 luglio 1919. La realizzazione del drappo, suddivisa tra diversi ospedali e portata avanti sotto la guida di insegnati e volontari della Royal School of Needlework, produsse una nuova democrazia nella disabilità. Vi parteciparono infatti soldati semplici. Artiglieri, fucilieri, ufficiali di qualsiasi ordine, tutti coinvolti alla pari nel progetto».

Il ricamo ha anche segnato la storia della reclusione. È la filantropa Elisabeth Fry la prima ad aver introdotto il cucito nelle carceri femminili. Quando infatti nel 1813 visitò la prigione londinese di Newgate, rimase sconvolta dal degrado: donne e bambini ammassati insieme, carenza di luce e aria fresca, condizioni igieniche precarie e dieta da fame. Fry pensò allora al patchwork che, permettendo di lavorare su un piccolo pezzo di tessuto per volta, richiedeva pochissimo spazio; «era inoltre una tecnica ripetitiva, utile per placare gli spiriti irrequieti, ed essendo basata sull’accumulo offriva la soddisfazione di vedere crescere qualcosa, sensazione rara per persone abituate all’esperienza dell’impoverimento e della diminuzione». Permettendo alle donne d’imparare un mestiere in vista del reinserimento sociale, l’iniziativa riscosse un grande successo e venne subito adottata da altre carceri femminili nel Paese.

In società, epoche e mondi diversi, donne e uomini — in particolare analfabeti, fragili o indigenti — hanno dunque usato il cucito per esprimersi. È stato il caso degli aborigeni australiani e anche molti africani strappati dalle loro terre e spediti come schiavi in Europa e nel Nuovo Mondo, perdendo oltre alla libertà la loro storia e cultura. «Fu così — ad esempio, racconta Hunter — che le trapunte divennero un modo per tenersi aggrappati all’Africa. Le schiave le realizzavano con il cotone trasportato dal vento e rimasto impigliato tra i cespugli o nelle maglie delle recinzioni; con i rimasugli di stoffa avanzati dagli abiti che i sarti confezionavano per le loro padrone; con le fibre recuperate dai sacchi per il grano o da indumenti ormai sdruciti». Il ricamo è anche il ponte per costruire e lasciare legami. Le madri che nel xviii secolo (e non solo) abbandonavano i figli appena nati alle cure del Foundling Hospital di Londra, un istituto analogo all’Ospedale degli innocenti della tradizione italiana, erano invitate a lasciare un pegno, sia come ricordo, sia come prova della propria maternità se un giorno fossero riuscite a riprendere i figli con sé. I frammenti di indumenti che molte di loro sceglievano di lasciare costituiscono oggi il più ampio archivio mondiale di tessuti settecenteschi. «Penso al momento della scelta, in cui una madre deve decidere quale brandello di sé lasciare, in che modo trasmettere affetto, rimpianto, speranza, una piccola spiegazione al figlio che non rivedrà più».

Insomma, conclude Hunter giunta quasi al termine del suo lungo viaggio, «il cucito è un linguaggio visivo. Ha una voce. Le persone lo hanno usato per comunicare qualcosa di loro stesse: storia privata, convinzioni, preghiere, proteste». La cosa importante però è che il cucito non è un monologo: veicolando una autobiografia o una testimonianza, documentando un’origine o un destino, esprimendo potere, fierezza e dolore, denunciando ingiustizie e sparizioni, creando e rinsaldando comunità, «si inserisce in una conversazione, in un dialogo, è una corrispondenza che si realizza a pieno solo quando il messaggio arriva a destinazione e viene letto».

di Silvia Gusmano