· Città del Vaticano ·

Le Chiese svizzere sulle multinazionali responsabili

Precedenza ai diritti umani

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22 ottobre 2020

«Nessuna impresa dovrebbe essere in grado di trarre profitto o vantaggi competitivi in conseguenza della violazione o dell’elusione dei diritti umani»: è la conclusione della lunga riflessione teologica ed etica elaborata congiuntamente dalla Conferenza dei vescovi svizzeri (Cvs) e dalla Chiesa evangelica riformata in Svizzera (Ces) con l’intento di «fornire punti di riferimento» in vista della votazione del 29 novembre sull’iniziativa popolare «per multinazionali responsabili» depositata nel 2016 da 120.000 abitanti del Paese alpino. «I membri della Cvs condividono le preoccupazioni dei sostenitori dell’iniziativa», sottolinea il comunicato stampa della Chiesa cattolica che presenta la presa di posizione comune, intitolata “L’economia ha bisogno dei diritti umani”. Infatti, prosegue la Cvs, «ciò che richiedono è ovvio: le aziende con sede in Svizzera devono rispondere dei danni causati agli esseri umani e alla natura. Questa iniziativa si basa su due requisiti centrali del messaggio biblico: l’amore per il prossimo e la preservazione del creato. La Chiesa deve difendere questi principi, in tutto il mondo».

L’iniziativa popolare offre una via politica per lottare contro le violazioni dei diritti umani, soprattutto nei confronti dei più poveri e indigenti  — prosegue il comunicato — ma «spetta a ciascun cittadino giudicare l’oggetto politico sottoposto al voto e decidere in piena coscienza».

Concretamente, l’iniziativa chiede che le imprese che hanno la loro sede statutaria, l’amministrazione centrale o il nucleo delle  attività principali in Svizzera  rispettino, sia nella Confederazione che all’estero, i diritti umani riconosciuti e le norme ambientali internazionali. Secondo l’articolo costituzionale proposto, le imprese potranno inoltre essere chiamate a rispondere non soltanto dei propri atti, ma anche di quelli delle imprese che controllano economicamente senza parteciparvi sul piano operativo. «La maggior parte delle vittime di violazioni dei diritti umani — commentano la Cvs e la Ces — non hanno le conoscenze, le capacità o le risorse per difendersi e rifugiarsi sotto l’egida dei diritti umani: dunque è questo il motivo che giustifica l’iniziativa. È quindi tanto più importante che le aziende internazionali con sede in Svizzera contribuiscano attivamente alla protezione dei diritti umani laddove non può essere garantita, laddove non è deliberatamente garantita a causa di condizioni politiche e legali precarie». «Ovviamente — proseguono le Chiese — le imprese non devono correggere le carenze o l’assenza di istituzioni giuridiche. Non sono lo Stato e non hanno il diritto di prenderne il posto. Ma si assumono la responsabilità di una cultura imprenditoriale che garantisca agli individui il rispetto dei loro diritti, anche se negati dal loro Paese».

La protezione attraverso il carattere vincolante dei diritti umani, basata sullo Stato di diritto, «avvantaggia non solo le persone interessate, ma le imprese stesse», spiegano inoltre la Cvs e la Ces nella loro analisi. Pertanto, «l’impegno per i diritti umani attraverso i diritti nazionali complementari che controllano e sanzionano è nell’interesse di tutti». Questo spiega perché — proseguono — col tempo le multinazionali si sono erette a favore della difesa dei diritti umani e hanno contribuito attivamente a sensibilizzare l’opinione pubblica su questi diritti».

L’iniziativa è sostenuta da un collettivo di circa 80 organizzazioni non governative, attive in settori quali lo sviluppo, i diritti umani, ambientali e da diverse organizzazioni sindacali. Gode anche dell’appoggio di numerose personalità politiche di spicco. Dal canto suo, il Consiglio federale invita, invece, cittadini e  cantoni a respingere l’iniziativa popolare, ritenendo che estendere la responsabilità delle imprese svizzere attive all’estero anche alle loro filiali e ai fornitori economicamente dipendenti è eccessivo e rischia di mettere a repentaglio posti di lavoro. Già oggi, precisa, le imprese elvetiche rispondono dei danni all’estero per i quali sono responsabili, ma la nuova normativa sulla responsabilità auspicata dall’iniziativa, proprio per il fatto di costituire «un’unicità a livello mondiale», danneggerebbe le società  rispetto alla concorrenza straniera. In questo modo, «l’iniziativa metterebbe a rischio sia posti di lavoro e benessere in Svizzera, sia investimenti di imprese nei Paesi emergenti e in via di sviluppo». Il Dipartimento federale di giustizia e polizia — che in seno al Consiglio federale si occupa di questioni relative alla sicurezza all’interno del Paese, alla lotta alla criminalità e al terrorismo, alla politica in materia di asilo e stranieri — ha proposto un controprogetto, che non prevede alcuna responsabilità per le filiali estere, ma invita le multinazionali a riferire ogni anno sulla rispettiva politica in materia di diritti umani.

di Charles de Pechpeyrou