· Città del Vaticano ·

Pazienza e perseveranza

Claude Debussy

Effetti musicali - Non c’è solo l’ispirazione

12 ottobre 2020

Molti pensano che la musica nasca totalmente dall’ispirazione, quasi questa fosse qualcosa di magico, che d’improvviso “possiede” il compositore e materializza in partitura le note scritte di getto. Molti alimentano quest’idea, romantica, del demone che s’impossessa del compositore, che ispira l’opera dall’inizio alla fine.

Il compositore in questa visione non è che un tramite, un conduttore, attraverso cui il demone, grazie all’ispirazione, scarica la sua musica su questo mondo. È un privilegiato, un eletto, qualcuno che è in grado di essere in contatto con un’alterità non ben definita.

Le cose, forse, non stanno proprio così. Scrivere musica è un mestiere che richiede pazienza. Dove vi è, certo, un’idea musicale che appare improvvisa, la cui genesi non saprei bene descrivere. Questa prima parte dell’atto creativo potremmo definirla, forse, «ispirazione». 
C’è qualcosa, nel mondo, nelle persone che ti stanno accanto, nelle occasioni della tua vita, che fa scattare una scintilla. Qualcosa che si apre davanti a te nel suo linguaggio simbolico e assume, per chi ha affinità con il pensiero musicale, dei contorni sonori. È quella scintilla che spinge l’uomo a dire attraverso il linguaggio dell’arte. A esprimere qualcosa che ha iniziato a germogliare dentro.
 Claude Debussy coglie appieno questo momento in cui l’atto creativo prende avvio: «La musica è una matematica misteriosa i cui elementi partecipano dell’Infinito. Essa è responsabile dei movimenti delle acque, del gioco delle curve descritte dalle brezze mutevoli; niente è più musicale di un tramonto. Per chi sa guardare con emozione, la più bella lezione di sviluppo, scritta in quel libro letto non abbastanza assiduamente dai musicisti, è la Natura». Debussy non amava le regole, «la teoria non esiste», diceva al suo amico Guirod, «basta saper ascoltare». Ed è nell’ascolto della Natura che, per Debussy, riposa l’anima di quella che potremo chiamare, in qualche modo, “ispirazione”.  Le orecchie tese sulla vita, forse una particolare sensibilità, permettono al compositore di essere toccato, mosso, da un attimo vissuto, da un’immagine vista e contemplata, da una parola ascoltata.

A pensarci bene però le parole di Debussy coinvolgono tutti, non sono possedimento esclusivo di artisti e compositori. Avere un atteggiamento teso verso l’ascolto profondo e coinvolto di quello che ci accade quotidianamente è una disposizione d’animo da augurare a ciascuno di noi. Ognuno è chiamato a leggere nella natura i segni e i simboli che si aprono sulla nostra vita.

Se è vero ciò, il mestiere del compositore è qualcosa di molto più comprensibile e umile. Il compositore non è un mago, né uno stregone. È, piuttosto, un artigiano. Una volta che la scintilla ispiratrice ha messo in moto una domanda e il desiderio di scrivere, quello che si apre davanti è, quasi sempre, una lunga strada fatta di note scritte e note cancellate. Spesso sono più quelle cancellate che quelle scritte. Gli autografi dei grandi compositori testimoniano come rare siano le partiture scritte di getto, prive di ripensamenti, nate quasi perfette. Piuttosto, la pagina assomiglia ad un campo di battaglia, dove attraverso un lento lavorio, paziente e per nulla immediato, prende corpo una visione sonora probabilmente solamente intuita all’inizio del lavoro.

Succede talvolta che l’ispirazione si mostri sotto forma di idea musicale. Un inciso, una melodia, un pugno di note si presentano improvvise, immediate e inattese. Sono la risposta ad una domanda, un primo seme da coltivare. Ma questo piccolo seme, da solo, non è nulla. Ha bisogno della cura paziente del compositore, della sua competenza e perseveranza, prima ancora che della sua genialità. Quel seme sarà talmente lavorato, levigato, accudito che, alla fine, sarà irriconoscibile. Perché ha lasciato posto ad un meraviglioso albero. Quel pugno di note, apparse d’improvviso, forse, non sarà nemmeno presente nell’opera finita, la mano del compositore, la sua tecnica, l’avrà talmente trasformato da essere ormai irriconoscibile. 

Aaron Copland, grande compositore statunitense, non aveva dubbi su questo punto: «Mi è stato chiesto talvolta pubblicamente se mi accade di attendere l’ispirazione. Ho risposto: “Ogni giorno!”. Ma ciò non implica affatto un’attesa passiva di afflato divino. Questo separa esattamente il professionista dal dilettante. Il compositore professionista può mettersi al lavoro un giorno dopo l’altro, ma il fatto principale è l’abilità del comporre. L’ispirazione è spesso soltanto secondaria». La musica è meravigliosa non perché proviene improvvisa da luoghi lontani e sconosciuti, ma perché è frutto di un lavoro paziente e minuzioso, puramente e prettamente umano.

di Cristian Carrara