· Città del Vaticano ·

I gesti di Francesco

Pace e fraternità perché nessuno si salva da solo

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21 ottobre 2020

La luce tenue di tante fiammelle  poste su un grande candelabro a simboleggiare la speranza di pace del mondo illumina il crepuscolo sul colle del Campidoglio. Ad accenderle con una fiaccola Papa Francesco, i dodici leader religiosi e politici, tra cui suo “fratello” il Patriarca ecumenico Bartolomeo — come ama chiamarlo — e il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella, che con lui hanno firmato e lanciato l’appello Roma 2020: una proposta solenne di riconciliazione rivolta ai responsabili degli Stati e ai cittadini  di «questa nostra terra». Subito seguiti nello stesso gesto da una colorata processione di giovani donne e uomini in abiti tradizionali africani, latinoamericani  e mediorientali, espressione delle culture di origine dei migranti che grazie alla Comunità di Sant’Egidio trovano accoglienza e integrazione senza rinunciare alle loro radici.

Dove nacque l’Europa unita

È stato il momento culminante del trentaquattresimo incontro internazionale di preghiera interreligiosa nello “spirito di Assisi”  organizzato proprio da Sant’Egidio, in un tiepido  pomeriggio di ottobre, martedì 20, nello stesso luogo  in cui nel 1957 gli Stati che erano stati nemici nel secondo conflitto mondiale firmarono i trattati istitutivi dell’Unione europea. E in tal modo Roma è tornata a essere per qualche ora capitale mondiale della pace.
«Nessuno si salva da solo. Pace e fraternità» il tema dell’edizione di quest’anno, che prendendo spunto dal grido di Papa Bergoglio in piazza San Pietro  il 27 marzo scorso,  in piena pandemia da covid-19, e dall’enciclica Fratelli tutti, ha inteso offrire un messaggio di speranza in questo tempo in cui il coronavirus ha reso i popoli più fragili e più poveri. Previsto su tre giorni, proprio a causa delle restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria, l’appuntamento è stato condensato in sole tre ore. Con meno presenze di quelle che normalmente si registrano, al fine di assicurare il necessario distanziamento sociale, ma con un’ampia eco sui mezzi di comunicazione, in particolare sui social media.
Il pomeriggio romano del Papa  si è articolato  in due distinti momenti nel cuore della città: l’appuntamento sul piazzale dominato dalla statua equestre di Marco Aurelio è stato infatti preceduto da un’ora di preghiera che i rappresentanti delle varie religioni hanno animato in vari luoghi del centro cittadino.
Per i cristiani è stata scelta la vicina basilica di Santa Maria in Aracoeli. Ancora un luogo francescano, dunque, dopo la recente visita ad Assisi per la firma della sua terza enciclica: la chiesa rettoria officiata dai Frati minori, amata dal popolo romano che qui fece costruire la famosa lunga scalinata nel 1348 come voto per la fine di una terribile pestilenza.

Altare del cielo

Verso le 16 Francesco è giunto in automobile al Vittoriano, accompagnato  da monsignor Sapienza, reggente della Prefettura della casa pontificia, e dall’aiutante di camera Mariotti. Dall’ascensore del complesso museale che conduce alla terrazza ha raggiunto a piedi la basilica mariana intitolata alla Vergine “Altare del cielo”  per pregare con gli altri leader cristiani. Nello stesso momento, con la stessa intenzione i partecipanti ebrei all’Incontro si erano riuniti in una sinagoga del Ghetto, i musulmani nella Sala Rossa dei musei capitolini, i buddisti nella ex chiesa di santa Rita, e i seguaci delle religioni orientali — sikh e indu — nel convento dei francescani.
Protetto dalla mascherina bianca, il vescovo di Roma ha fatto ingresso con accanto il Patriarca ecumenico. Insieme con loro il vescovo luterano Heinrich Bedford-Strohm, presidente del Consiglio della Chiesa evangelica in Germania (Ekd), l’arcivescovo anglicano Gerald James Ian Ernest, in rappresentanza del primate Justin Welby, impossibilitato a intervenire a causa della pandemia; il cardinale Angelo De Donatis, vicario di Roma; il fondatore e il presidente della Comunità organizzatrice, Andrea Riccardi e Marco Impagliazzo.
Percorsa la navata centrale, gli ecclesiastici hanno preso posto sull’altare. Alla destra del Pontefice erano Bartolomeo e i rappresentanti delle Chiese ortodosse e delle antiche Chiese cristiane; alla sua sinistra quelli delle Chiese riformate e il cardinale vicario.
Tra i presenti nelle prime file i cardinali Re, decano del collegio, Sandri, Kasper, Koch, Bassetti, Appiah Turkson. Ayuso Guixot, Zuppi, Tolentino e Czerny; i presuli Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati; Paglia, Galantino, Grech, Spreafico, Palmieri, Vari e Selvadagi; e monsignor Palmieri, sottosegretario del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Tra i laici,  il prefetto del Dicastero per la comunicazione Ruffini, il direttore di Caritas internationalis John, la presidente del Movimento dei focolari Maria Voce, e il sindaco di Assisi, Stefania Proietti.
Con il segno di croce il Papa ha dato inizio al rito; quindi il Patriarca ecumenico ha introdotto la proclamazione delle letture pregando affinché i «testimoni del Vangelo di Gesù... ritrovino il coraggio della riconciliazione, la forza umile del dialogo, la gioia della fraternità» e auspicando «che la nostra invocazione concorde dissipi le tenebre del male, del terrorismo e della violenza e ci apra alla speranza; che questo, tempo ferito dalla pandemia, ci spinga a cercare insieme la guarigione da ogni male e l’intero creato possa vedere l’alba di un giorno nuovo».

Invocazioni  per trenta Paesi

Mentre veniva eseguito il Canto del lucernario è stato portato processionalmente il libro della Sacra scrittura. Sulla lettura tratta dal libro del profeta Isaia (58. 6-12) ha offerto una meditazione in inglese il pastore luterano, mentre il brano del Vangelo di Marco (15, 25-32) è stato commentato da Papa Francesco. Tolta la mascherina e inforcati gli occhiali, il Pontefice si è alzato in piedi per pronunciare l’omelia (che pubblichiamo nella pagina ii  dell’inserto). Dopodiché si è seduto rimettendo la mascherina, mentre il patriarca Bartolomeo invitava a fare «memoria di tutti i paesi e le regioni del mondo ferite dalla violenza, dalla guerra e dal terrorismo». Con un’ulteriore intenzione «in questo tempo di pandemia, perché la nostra terra e ogni terra siano liberate» dai conflitti.
Un gruppo di donne e uomini in abiti tradizionali  di vari paesi ha acceso candele su due grandi contenitori posti ai lati dell’altare, mentre il coro intonava il Kyrie eleison al termine di ciascuna delle trenta invocazioni per il dono della pace nel mondo, levatesi per Afghanistan, America centrale, Bielorussia, Burundi, Burkina Faso, Colombia, Kivu nella Repubblica Democratica del Congo, penisola coreana e Iraq; per la fine delle tensioni tra India e Pakistan, per la stabilità del Libano, per la fine dei conflitti in Libia e Mali, per il Messico colpito dal narcotraffico; e poi ancora per il nord del Mozambico, Nigeria, Repubblica Centrafricana, Siria, Caucaso, Somalia, Sud Sudan, Ucraina, Venezuela, Yemen, Terra Santa; per la liberazione di quanti sono stati rapiti in Medio oriente.
Al termine, Alessandra Trotta, moderatora della Tavola valdese, ha pregato per l’umanità ferita dalla pandemia, specie per i più poveri; l’arcivescovo Ernest ha invocato in inglese il Signore perché cristiani, credenti di ogni religione e donne e uomini di buona volontà cooperino per la pace; Carol Almaari,  donna siriana in Italia grazie ai corridoi umanitari, ha pregato in arabo per i profughi e per quanti vivono in condizioni disumane, esposti a maltrattamenti e torture. In francese la preghiera dell’arcivescovo Josip Pop, metropolita ortodosso della Chiesa di Romania, per quanti hanno potere sulle nazioni; quindi una donna latino-americana, Joselyn Herrera, del Salvador, ha implorato il Signore in spagnolo per chi compie il male e si fa strumento di terrore: «Ferma le mani omicide e scuoti le menti prigioniere dei disegni di morte — ha detto — perché non si versi più il sangue innocente». Infine Papa Francesco si è rivolto al «Padre misericordioso. Tu che ascolti il grido degli oppressi — ha auspicato — consola chi è ferito dalla guerra, dal terrorismo, dalla follia omicida; disarma i cuori e le mani dei violenti».

Il Santo bambinello dell’Aracoeli

La recita comune del Padre nostro e lo scambio “virtuale” della pace hanno introdotto le benedizioni conclusive  impartite dal Pontefice, dal Patriarca ecumenico e dall’arcivescovo anglicano.
Prima di lasciare la basilica, Francesco ha sostato alcuni minuti davanti alla venerata statua del “Santo bambinello dell’Aracoeli”, molto amata dai piccoli romani. Dopodiché, sempre con Bartolomeo accanto, ha percorso  la scalinata che dal transetto della basilica discende verso il Palazzo senatorio. Nel frattempo gli altri leader religiosi, usciti dai rispettivi luoghi di preghiera, raggiungevano piazza del Campidoglio.
All’arrivo il Pontefice è stato accolto dal presidente Mattarella, dai ministri del Governo italiano Luigi Di Maio e Luciana Lamorgese, dalla sindaca di Roma  Virginia Raggi, e dal presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. Quindi, ha salutato i leader delle religioni non cristiane che sono poi saliti con lui sul palco e hanno preso la parola nel successivo incontro. Il primo è stato Riccardi, seguito dal capo dello Stato italiano, da Bartolomeo; dall’ebreo Haïm Korsia,  rabbino capo di Francia nella sua lingua; in arabo, dal giudice musulmano Mohamed Abdelsalam Adellatif, segretario generale dell’Alto comitato per la fratellanza umana, in rappresentanza del Grande imam di Al Azhar; da Shoten Minegishi, rappresentante del buddismo soto zen, e da Karmaljit Singh Dillon, del Comitato sikh “Gurdwara Parbandhak”.
 Infine Papa Francesco ha pronunciato il suo discorso (pubblicato a pagina iii ), al termine del quale sui maxischermi sono state proiettate alcune immagini, tra cui quella a lui particolarmente cara del bambino di Nagasaki che porta sulle spalle il fratellino morto nell’esplosione nucleare. Accompagnate da struggenti melodie sono, state il preludio al minuto di silenzio in memoria delle vittime della pandemia e di tutte le guerre che ha preceduto la lettura dell’appello di Roma 2020 da parte di una giovane donna.

I piccoli  delle “Scuole  della pace”

Una trentina di bambini delle elementari che frequentano le Scuole dalla pace di Sant’Egidio ne hanno ricevuto il testo dalle mani dei leader religiosi. Confezionato come un rotolo di pergamena, lo hanno dapprima sventolato sul palco come ramoscelli d’ulivo, quindi lo hanno consegnato ad ambasciatori — diversi diplomatici accreditati presso la Santa Sede — e a rappresentanti della politica nazionale ed internazionale ai piedi del palco. Tra i presenti, anche i direttori di «La Civiltà Cattolica», Spadaro, di «Avvenire», Tarquinio, e de «L’Osservatore Romano», Monda.
 Al termine, Papa Francesco e gli altri leader si sono recati uno per uno al centro del palco per firmare l’appello e alimentare con una fiaccola le tante fiammelle del grande candelabro, prima di scambiarsi, “con il cuore”, il segno della pace.

di Gianluca Biccini