· Città del Vaticano ·

Intervista al presidente del Pontificio Centro mariano per il dialogo interreligioso in Libano

Nel nome di Maria

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19 ottobre 2020

Esistono storie nella Storia. Esistono volti e biografie che seguono strade insolite, mai percorse, e che segnano il cammino di altri volti: una sola persona può incidere nella  vita del prossimo, del fratello. Conversando con padre Wissam Abou Nasser, sacerdote della Diocesi maronita di Zahlé, nel Libano, si avverte — fin da subito — che il suo ministero si è — da sempre — concentrato nella ricerca di dialogo e vicinanza con il prossimo.  Padre Nasser è membro della Pontificia Accademia mariana internazionale e vice presidente e segretario della Società mariologica mediorientale dal 2000. Dal 2019, ricopre l’incarico di  presidente del Pontificio Centro mariano per il dialogo interreligioso nella martoriata terra del Libano, che «per oltre cento anni, è stato un Paese di speranza» dove i suoi abitanti «hanno conservato la loro fede in Dio e dimostrato la capacità di fare della loro terra un luogo di tolleranza, di rispetto, di convivenza» (Papa Francesco, 2 settembre 2020). Ed è, infatti, proprio perciò che in questo territorio del Medio oriente, dove coabitano cristiani e musulmani sciiti, sunniti e drusi, ogni 25 marzo — ad esempio — viene festeggiata l’Annunciazione a Maria: è ormai, da ben dieci, che è divenuta “festa nazionale”, riconosciuta dalle autorità del luogo. È una delle conquiste del Centro, luogo vivo di progetti, di visioni e speranze per un futuro che vede “tutti fratelli”.  E sulla nuova enciclica del Pontefice, abbiamo voluto ascoltare padre Wissam Abou Nasser, proprio in qualità di presidente del Centro.

Per molti cristiani, questo cammino di fraternità ha anche una Madre, di nome Maria. Ella ha ricevuto sotto la Croce questa maternità universale (cfr. Gv 19, 26) e la sua attenzione è rivolta non solo a Gesù ma anche al «resto della sua discendenza» (Ap 12, 17). «Con la potenza del Risorto, vuole partorire un mondo nuovo, dove tutti siamo fratelli, dove ci sia posto per ogni scartato delle nostre società, dove risplendano la giustizia e la pace» («Fratelli tutti», n. 278). Presidente, la vostra attività rispecchia proprio questo: un dialogo interreligioso che vede Maria al centro.

Nel libro della Genesi, al capitolo 22 troviamo scritto: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio,  io ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce». Solo perché Abramo ha accettato la volontà del Signore di offrire il suo figlio unico, la sua ricompensa è stata quella di diventare il padre di tutte le nazioni. Maria, allo stesso modo, ha accettato di offrire il suo  unico Figlio Gesù sulla Croce, sul Golgota. Ma quando ha detto “sì” all’annuncio, da quel momento, esattamente come Abramo, è divenuta già la Madre di tutte le nazioni. Per questo motivo, un dialogo interreligioso che non vede Maria al centro, è inesistente, perché solo con Maria, nonostante la diversità, possiamo realmente definirci fratelli.

Quale è per lei il modo più tangibile per poter lavorare su questo terreno: il dialogo interreligioso?

Credere nella fratellanza umana significa buttare via l’egocentrismo. Nella nostra realtà odierna, l’“ego” sta crescendo sempre più, tanto da non far più vedere l’altro. È lo stesso “ego” che nella Sacra Scrittura vede coinvolti Adamo ed Eva: per colpa dell’“io” si interrompe il patto con il Signore. Questo “io” che nella nostra contemporaneità cresce in un modo “atomico”, così lo definirei: sembra che nessuno, ormai, abbia problemi nel distruggere l’altro per dominare. Ed è in questo modo che si distruggono società e famiglie.   Ci si allontana non solo da Dio, dalla sua presenza, ma ci si allontana dall’uomo.  L’unica persona che ci può aiutare, nuovamente, ad approfondire conoscenza di Dio è colei che l’ha partorito nel grembo materno: Maria. È stata generosa nel donare gratuitamente, senza chiedere nulla in cambio. Madre Maria è l’unica realtà che può distruggere l’ego e reinserirlo nella famiglia umana. Lei è l’unica che può portare la giustizia tra fratelli. E dove c’è giustizia, si trova la pace.

In fondo, questo cammino indicato da Papa Francesco, il  Pontificio Centro mariano per il dialogo interreligioso lo ha iniziato da tempo. Penso al riconoscimento da parte delle autorità libanesi di festeggiare la festa dell’Annunciazione. Un traguardo — certamente — importante, direi. Un traguardo di fratellanza e amore per il prossimo.

Qui in  Libano, il nostro vantaggio è stato il vivere insieme da centinaia di anni. Conoscere l’altro sotto l’aspetto culturale, vuol dire che è facile, che è possibile dialogare sulla stessa Madre.  La nostra quasi stessa cultura cristiana e musulmana venera la figura della Madre. Non abbiamo trovato nessun problema a far venerare la santa Madre di Dio.

Eppure, malgrado gli sforzi, l’uomo si ostina ancora a camminare sulla via dell’odio, dell’intolleranza, della guerra. L’attentato scorso a Beirut, ad esempio, rappresenta un triste esempio. Potrebbe sembrare alquanto banale ma viene così naturale chiedere: perché tutto questo?

È il conflitto di potere a non credere nella fratellanza umana. Crede solo al beneficio e al potere. Distruggere un porto ed uccidere centinaia di esseri umani è poca cosa per coloro che non credono nella fratellanza umana, e specialmente per quelli che non hanno una coscienza spirituale. Questa è l’epoca in cui dobbiamo dare una mano a Cristo nel portare la Croce. Dobbiamo farci Cirenei con amore. Bisogna, in fondo, accettare questa Croce, nonostante le spade che feriscono i nostri cuori. La nostra vita è racchiusa in questo: contemplare Gesù, pronunciando il nostro “sì” a ciò che è umanamente inspiegabile. 

di Antonio Tarallo