· Città del Vaticano ·

Memoria e condivisione

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Quattro pagine - Approfondimento di cultura società scienze e arte

13 ottobre 2020

Incontro con Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona sul valore del patrimonio artistico


Newyorchese di nascita, romano di adozione, campano di origine, calabrese di appartenenza, palermitano di cuore, Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona, forse per le tante anime che si porta dentro, è molte cose insieme: cosmopolita e italianissimo, concreto e passionale, determinato e sognatore, raffinato ma semplice di modi. Grande conoscitore di più arti Roberto subisce il fascino dell’antico ma guarda sempre avanti verso il futuro, non esibisce mai quello che sa e protegge la sua timidezza dietro un sorriso che conquista. Con grande consapevolezza porta con sé tanto passato, la storia lunga secoli dei suoi antenati, e come molti di loro con una serie di donazioni ha arricchito musei e ne ha fatto nascere altri, contribuendo a creare tanta cultura. Roberto si illumina quando parla dei suoi progetti, le cose fatte e le tante che restano da fare, ma rifiuta con decisione la parola “mecenate” — così enfatica e grandiosa dice — come fosse un abito di taglia troppo grande, mentre ama ripetere la parola “condivisione”, anche se la pronuncia sottovoce.   

Il primo ricordo della tua vita.

Avevo 17 anni quando persi mia madre e fu un dolore infinito. Per me iniziava una vita diversa, una vita di solitudine accompagnata anche dal timore che il suo sguardo, la sua voce, il tocco delicato delle sue mani se ne andassero insieme a lei. Così i miei ricordi, che ho difeso e protetto dal tempo, sono tutti legati a mia madre.  Volevo che almeno la sua memoria restasse per sempre dentro di me.  Il primo ricordo è un sentimento di nostalgia. Avevo tre anni ed ero stato mandato a casa di mia nonna, ma mi mancava tanto mia madre, così mi aggiravo per la casa tenendo stretto sotto il braccio il cappottino, pronto a ripartire per tornare da lei. È felice invece un altro ricordo: mia madre che entra nel cortile di casa con una Cinquecento blu appena acquistata, sotto gli occhi di noi bambini che l’aspettavamo in balcone con l’emozione di vederla per la prima volta al volante. Quella Cinquecento si porta dietro tanti momenti belli. Al primo annuncio d’estate percorrevamo la strada verso San Lucido, che per un lungo tratto si inerpicava sulla montagna. Conquistata la vetta della “Crocetta” si apriva davanti a noi il mare di Paola. A quell’azzurro che ci ripagava del disagio sofferto negli interminabili tornanti, mia madre diceva allegra «Siamo quasi arrivati». Quelle parole per me erano una formula magica: guardavo il mare e intanto sentivo la sabbia, gli scogli, il calore del sole e il profumo di salsedine.

Tua madre è stata una presenza fondamentale.

È stata il riferimento della mia vita e di tutti i sentimenti più profondi. L’amavo perché era mia madre naturalmente, ma avvertivo anche la ricchezza e la generosità del suo cuore. Terziaria francescana e dunque sensibile a una umana evangelica fraternità trovò sempre il tempo, nonostante una famiglia impegnativa di quattro figli, di dedicarsi ai sofferenti, agli abbandonati, agli ultimi in una totale dedizione vissuta come assistenza quotidiana. Elegante e delicata com’era riusciva a trovare energie inesauribili: dove c’era bisogno lei arrivava e così fece del bene a tanti a Cosenza.

Chi altro ha contato nella tua formazione?

Dopo la sua perdita ebbi la fortuna di trovare tre persone che hanno contato molto nella mia vita, ognuna per ragioni e con modalità diverse. Da tutti e tre, per un legame di affinità elettiva, ho ricevuto affetto e saperi. Ho imparato più da loro che dagli studi fatti.

Come mai? Non sono stati studi a te congeniali?

Se avessi potuto seguire le mie inclinazioni, avrei scelto studi artistici.  Da bambino trascorrevo una parte dell’estate al castello di Serragiumenta, insieme a mio cugino Federico a cui ero molto legato e i miei passatempi preferiti erano modellare l’argilla della fornace non lontana dal castello e soprattutto disegnare. Invece prevalse l’orientamento di mio padre: liceo scientifico e facoltà di Economia e Commercio perché ero destinato a occuparmi del patrimonio di famiglia. La prospettiva mi attirava: l’avrei gestito con l’obiettivo di conservare per il futuro gli effetti di una civiltà cittadina che si radicava e si riconosceva in una impronta data dalla nostra famiglia. Mio padre era un pragmatico e le nostre visioni non coincidevano per cui mi resi presto conto che non avrei trovato uno spazio in sintonia con le mie passioni. E cambiai strada. 

Raccontaci delle persone che hanno inciso di più nella tua vita.

La mia prozia Giuliana Gentili, con la quale ho trascorso molto tempo da bambino e che poi fu vicaria amorevolissima di mia madre, mi ha insegnato ad amare gli oggetti e a comprenderne il loro valore. Fu per merito suo e delle bellissime ceramiche conservate nella sua casa che decisi di raccogliere quegli oggetti radicati nell’uso, seguendo un percorso cronologico dalle più antiche produzioni, quelle calcidesi reggine risalenti al  VI  a.C., per arrivare agli ultimi manufatti provenienti da oltre trenta centri di produzione sparsi nel territorio. Da questa idea sarebbe nato, anni più tardi, il Museo della Ceramica di Rende, al quale ho donato l’intera collezione. La seconda persona è mio cugino Amedeo Miceli di Serradileo, un raffinato cultore della storia rinascimentale calabrese. Da lui e dalle sue pubblicazioni, basate su rigorose ricerche d’archivio, ho conosciuto tanti filoni di studio ai quali mi sono appassionato. Tra questi il valore storico, politico e sociale di un grande santo come Francesco di Paola, il Lumen Calabriae , il celeste protettore di questa terra. Casa Miceli è stato un punto di riferimento importante dove ho trovato sempre accoglienza. In quel periodo, era il 1982, conobbi Giulia Odescalchi che più tardi sarebbe diventata mia moglie. Con lei ho condiviso un tempo centrale delle nostre vite, la fine dell’adolescenza e l’inizio di una vita adulta, e la grande gioia di diventare genitori di Viviana, che porta il nome di mia madre e di Lavinia alla quale mi legano affinità artistiche.  

Immagino che la terza persona sia tuo zio Carlo, al cui nome è legato unimportante museo romano.

Il rapporto con lui fu di minor impatto sentimentale, ma essenziale per il mio percorso artistico e sociale. Imprenditore di livello internazionale e deciso a coniugare imprenditoria e arte, inventò un nuovo linguaggio creativo per pubblicizzare i prodotti grazie a committenze coraggiose e intuitive. Al dramma privato che gli toccò vivere, la perdita dell’unica amatissima figlia appena sedicenne, reagì non chiudendosi in sé stesso, al contrario accentuando la disponibilità alla condivisione della sua straordinaria collezione.

Ti fermo un momento. «La collezione — diceva Italo Calvino — nasce dal bisogno di trasformare lo scorrere della propria esistenza in una serie di oggetti salvati dalla dispersione». Ti ritrovi in queste parole?

Mi ritrovo in queste parole, come si ritrovava mio zio Carlo che aggiungeva una postilla importante: «Le sole cose che restano dopo che non ci siamo più sono quelle che doniamo alla collettività, poiché le generazioni future sono la continuazione della nostra vita». Sin da ragazzo lo accompagnavo negli studi degli artisti, appena più grande lo affiancai nell’organizzazione di diverse mostre e da questo impegno comune nacque una pagina nuova del nostro sodalizio: lo zio Carlo era la collezione e le competenze, io l’allestimento e i rapporti con le istituzioni. Il risultato fu che nello spazio di pochissimo tempo lo aiutai a dar vita a due nuovi musei. Cominciammo nel 2005 a Cosenza con il MAB, il Museo all’aperto Bilotti, nel cuore storico della città. Nella visione di mio zio questo museo, che da piazza Bilotti si snoda lungo corso Mazzini e accoglie sculture dei più importanti artisti italiani del xx  secolo, più che una scelta di riqualificazione urbana fu pensato come uno spazio interattivo tra cittadini e arte e come un’opportunità di coesione sociale. L’anno successivo nell’Aranciera di Villa Borghese, l’antico Casino dei giochi d’acqua che allora versava in stato di abbandono, fu inaugurato il Museo Carlo Bilotti. Ricordo l’entusiasmo di quei mesi che vivemmo come un grande inizio, senza sapere che la fine della sua vita era imminente. Perduto lo zio Carlo ho sentito la responsabilità di dare continuità alle sue idee. Nonostante il massimo impegno sono riuscito a realizzare solo una piccola parte di quanto avevamo pensato insieme, ma dal suo magistero e dal suo esempio sono scaturiti altri miei personali progetti. 

Il testimone era arrivato nelle tue mani. Hai continuato a fare donazioni importanti incrementando il patrimonio di musei già esistenti e hai dato vita al tuo progetto più ambizioso, il Museo di Arte Contemporanea Bilotti a Rende.

In particolare, vorrei ricordare il contributo al progetto dell’arte nelle corsie degli Ospedali Ruggi d’Aragona nel salernitano, nato da un’intuizione di Giovanni che alla metà dell’Ottocento donò la sua quadreria perché colore, armonia e bellezza fossero un sostegno psicologico in quei luoghi di sofferenza.  Qualche anno dopo sono riuscito a realizzare il mio progetto più importante. Quando nel 2011 il comune di Rende si trasferì nella nuova zona valliva lasciando vuoto e privo di destinazione il Castello, un gioiello normanno-aragonese le cui vicende storiche sono rievocate anche da Dante, si concretizzò l’idea di un Museo di Arte Contemporanea e decisi di donare la mia collezione. Con il tempo il Museo si è arricchito grazie al generoso contributo di artisti e di collezionisti.

Hai altri luoghi del cuore oltre la Calabria?

Roma, la città degli studi, del lavoro e della famiglia e Palermo. Un amore nato dalla lettura precoce de Il Gattopardo  di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e che poi fiorì tardivo ma non per questo meno intenso. Il recupero dei palazzi palermitani è un sogno che condivido con la mia compagna Cesira Palmeri di Villalba. 

Ti senti un po’ Fabrizio il principe di Salina?

Ne sento tutto il fascino, come sento il fascino di quel romanzo che racchiude «il senso della storia» come scrisse Eugenio Montale all’indomani della pubblicazione, ma non gli somiglio. Non chiedo che tutto cambi perché tutto rimanga com’è. Sogno un futuro diverso: tanta cultura per tutti, sentimento forte della collettività, memoria del passato e soprattutto condivisione.

di Francesca Romana  de’ Angelis