· Città del Vaticano ·

Libia, la pace è possibile

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg

Per Guterres la risoluzione della crisi resta una priorità delle Nazioni Unite

07 ottobre 2020

La delicata questione libica è stata al centro dei colloqui virtuali del vertice delle Nazioni Unite che si è tenuto, lunedì scorso, nella capitale tedesca, per dare nuovo slancio al processo di pace nel Paese nordafricano dopo la Conferenza di Berlino dello scorso 19 gennaio e a nove anni dalla fine dell’era di Muammar Gheddafi.

Alla riunione ministeriale di alto livello, organizzata dalla Germania e dall’Onu, hanno partecipato i rappresentanti degli Stati membri e associati del cosiddetto formato di Berlino, le organizzazioni internazionali e regionali che ne sono parte e i Paesi confinanti con la Libia. Obiettivo del nuovo meeting — una sorta di Berlino 2 — è incoraggiare l’attuazione di quanto stabilito nella conferenza di gennaio, che si concluse con l’impegno di favorire il cessate il fuoco permanente, sostenere l’embargo Onu sulle armi e far cessare le interferenze straniere, aprendo la strada a una soluzione politica. Da allora, il processo di pace ha vacillato mentre i combattimenti continuano.

Risolvere la crisi resta «una priorità assoluta» ha affermato il segretario generale dell’Onu, António Guterres, intervenendo in videoconferenza. Pur riconoscendo che nelle ultime settimane e mesi ci siano stati segnali incoraggianti — con una situazione di stallo intorno a Sirte e un confronto diretto tra le parti limitato — evidenzia che «il conflitto va avanti da troppo tempo». La missione Onu in Libia, Unsmil, sta «preparando una serie di riunioni e consultazioni che faciliterebbero la ripresa di colloqui politici inclusivi intra-libici», ha riferito. Occorre però sostenere «con i fatti» gli sforzi facilitati dall’Onu per la pace. Il numero uno del Palazzo di Vetro ha poi ribadito che «gli impegni presi dagli attori coinvolti nel dossier libico devono essere appoggiati. «Questo include l’attuazione completa e incondizionata dell’embargo sulle armi» ripetutamente violato.

Guterres è poi tornato a chiedere «la revoca del blocco alla produzione ed alle esportazioni di petrolio», i cui effetti sono devastanti sull’economia. È bene notare che circa un milione di libici necessita di assistenza umanitaria e oltre 425 mila sono stati sfollati a causa del conflitto.

Ci sono ragioni per guardare con un certo «ottimismo» agli ultimi sviluppi, ha tuttavia evidenziato il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas. I colloqui arrivano difatti dopo che in queste ultime settimane i leader rivali della Libia si sono incontrati nella città egiziana di Hurghada, sul Mar Rosso. Altri incontri si sono tenuti recentemente in Marocco e Svizzera. Al-Serraj — che a settembre ha annunciato le sue dimissioni entro la fine di ottobre — è stato invece ricevuto domenica dal presidente turco, Recep Tayyip Erdoğa, per affrontare i recenti sviluppi.

La Libia dal  2011 è divisa dalle rivolte innescate dalla Primavera araba, che hanno gettato il Paese nel caos, tra guerra civile e sospette interferenze straniere. Gli schieramenti vedono, da un lato, il Gna, nato con gli accordi di Skhirat del 2015, riconosciuto dall’Onu. Dall’altro, il governo di Tobruk, con il generale Khalifa Haftar, a capo dell’autoproclamato Esercito nazionale Libico (Lna). Nonostante gli ultimi spiragli di luce, siamo tuttora in una fase critica del conflitto. Proseguono le lotte di potere all’interno del governo di Tripoli, le proteste in Cirenaica, nell’est e a Bengasi. Tutto questo contribuisce a rendere sempre più incerte le prospettive future di una popolazione in cerca di pace.

di Alicia Lopes Araújo