· Città del Vaticano ·

La vocazione di una città

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Primo piano - Pace e Fraternità: a Roma l’incontro internazionale di preghiera nello spirito di Assisi

20 ottobre 2020

Chi abita a Roma e s’ingegna quotidianamente a districarsi fra disservizi, burocrazia, traffico, non sempre percepisce il privilegio e la responsabilità di vivere in questa città. Roma, infatti, prima di essere un progetto urbanistico, un centro di servizi, un luogo di produzione di ricchezza, esprime una storia e una visione. L’universalità è la prima cifra interpretativa di Roma, da cui discende l’essere una città di pace.

Una sera del 1871, potremmo dire a breccia di Porta Pia ancora fumante, un grande intellettuale tedesco, Theodor Mommsen, diceva a Quintino Sella: «Cosa intendete fare? A Roma non si sta senza propositi universali». Il nome di Roma, nel mondo, evoca universalità, cosmopolitismo. Così avviene, essenzialmente, per la connessione storica con l’impero romano, e poi con il papato. Dal 1870, l’Italia ha tentato in varie forme di reinterpretare questa universalità. I governi liberali, in età positivistica, videro in Roma una possibile capitale della scienza, in un’Italia non propriamente all’avanguardia sotto questo profilo, e intanto investivano ingenti risorse per la modernizzazione urbanistica. Il fascismo contrapporrà una Roma imperiale — invero di cartapesta come la seconda guerra mondiale dimostrerà — alla Roma cristiana. La Roma dei fasci littori mussoliniani sapeva di espansionismo aggressivo, non era la Roma che allargava la cittadinanza a cerchie sempre più vaste di sudditi in tutto l’impero, creando cultura comune e stabilità. Della Roma antica, il fascismo vedeva le legioni conquistatrici, non l’Ara Pacis.

E d’altra parte, i romani contemporanei non sono, come s’accreditava, i discendenti diretti di quelli antichi: la città imperiale nell’alto Medioevo era quasi scomparsa.
La Repubblica italiana dell’ultimo dopoguerra aveva su Roma minori ambizioni. Si sarebbe dedicata a gestire l’esistente, attirandosi l’espressione ironica di Pasolini, che definiva Roma «una gran frittata», a indicare lo sviluppo urbanistico sregolato ma anche un certo buon sapore della sua vita. La Repubblica italiana, in realtà, non rinunciava all’universalità di Roma, soltanto la delegava a chi meglio la rappresentava: la Chiesa cattolica.

Infatti il sigillo dell’universalità sulla città di Roma, finita l’età antica, viene essenzialmente dal cristianesimo. L’essere una città di martiri per la fede cristiana, dove anche Pietro e Paolo hanno reso la loro testimonianza fino al sangue, insieme alla presenza dell’istituzione pontificia che da queste memorie ha tratto legittimità storica oltre che teologica, ha reso Roma una città universale, simbolo di unità per la Chiesa e per il mondo. Ciò che il Salmo 86 dice di Gerusalemme, «tutti là sono nati», si potrebbe bene applicare anche alla Roma di cui ogni cattolico è virtualmente figlio e cittadino per il legame spirituale con il Papa.

E se Roma è centro universale di unità per i cattolici, l’autorità morale dei Papi si riflette anche nel vasto mondo non cattolico e non cristiano.
I Pontefici hanno gelosamente custodito l’eredità apostolica universale petrina, avendo cura di non cadere in visioni provinciali e localistiche, e di non vincolarsi a poteri civili per quanto dominanti ed egemoni fossero, e lo dimostra la lunga lotta medioevale sostenuta con l’impero, che pur si diceva romano-germanico e universale esso stesso.
In tempi più recenti, i Papi hanno evitato accuratamente di assecondare l’ideologia vincente della contemporaneità, quella della nazione.

Pio XII, nei discorsi rivolti ad italiani, usava l’espressione «la vostra patria», mai «la nostra». Parimenti i suoi predecessori e successori non si sono sentiti patrioti di una nazione. Pur attenti alla politica del loro paese di origine, i Papi contemporanei italiani sapevano di appartenere interamente alla Chiesa.
Ciò che tutti i cristiani dovrebbero professare, e però nei recenti secoli delle ideologie nazionaliste hanno spesso trascurato, è precisamente il passaggio della Lettera a Diogneto ove dei cristiani si afferma: «Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera [...] Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo».

L’universalità così bene espressa da questo antico testo, non sempre onorata dai fedeli, veniva tutelata dai Pontefici. Negli oscuri momenti della prima e seconda guerra mondiale, quando l’internazionale cristiana si sfilacciava per la virulenza dei nazionalismi, essi sono sempre rimasti fedeli alla consegna della fratellanza umana, salvaguardando una sovranazionalità spirituale malgrado il dilagare degli sciovinismi e degli odi etnici. Il loro linguaggio era talora l’unico linguaggio universale udibile, come fu per Benedetto xv , isolato nella sua denuncia dell’«inutile strage», che nell’enciclica Ad beatissimi del 1914 sfidava l’Europa belligerante con queste parole: «Nessun limite alle rovine, nessuno alle stragi: ogni giorno la terra ridonda di nuovo sangue e si ricopre di morti e feriti. E chi direbbe che tali genti, l’una contro l’altra armata, discendano da uno stesso progenitore, che sian tutte della stessa natura, e parti tutte d’una medesima società umana? Chi li ravviserebbe fratelli, figli di un unico Padre, che è nei Cieli?».

A guardare la storia, il messaggio di pace di Roma è connesso alla sua universalità, che prende avvio dalla città antica e dal suo impero multinazionale, cosmopolita, fondato sul diritto. Ma è il cristianesimo che manterrà questa ispirazione, sublimandola nel portare fino agli estremi confini della terra una buona novella che non è solo speranza nella vita eterna ma anche cultura di fraternità, di amore reciproco, di uguaglianza in quanto figli tutti di Dio.
Il cristianesimo, nella sua vocazione universalistica, è stato un antidoto alle dominazioni di popoli su altri popoli, di uomini su altri uomini, generalmente fondate su basi naturalistiche, razziali, discriminatorie.

«Roma, onde Cristo è romano», usava dirsi in epoche più retoriche della nostra. Nessuno oggi sogna di annettere Cristo alla romanità. Eppure quell’espressione indicava il legame viscerale di Roma con il cristianesimo, e dunque con il suo messaggio originario di universalità e pace.
Sia consentito infine di dire che Roma, per quanto connotata dall’istituzione pontificia, è anche capitale dell’Italia. Di un paese, cioè, che tra mille difetti ha pure grandi pregi, tra cui un patriottismo che non trascende facilmente nel nazionalismo.

Molti paesi, grandi e piccoli, europei e non europei, ben più dell’Italia sono segnati da sciovinismi, sovranismi, razzismi. Gli italiani sono generalmente più liberi da ipoteche nazionali.
Per questo, tra l’altro, i Papi e il personale della Curia romana sono stati così a lungo caratterizzati dall’origine italiana. Il pluralismo, la tolleranza, il compromesso, la moderazione, il senso politico, sono parte del bagaglio culturale italiano.
Si potranno pur evocare, nella lunga storia dell’Italia, tante eccezioni; ma vanno viste comparativamente alla maniera d’essere di tanti altri popoli, e allora si vedrà che gli italiani non tendono facilmente al fanatismo nazionalista.

di Roberto Morozzo della Rocca