· Città del Vaticano ·

La via della prossimità

Il missionario è stato direttore di Caritas Algeria dal 2009 al 2019

A colloquio con don Cesare Baldi per dieci anni direttore di Caritas Algeria

17 ottobre 2020

«La religione, vissuta con onestà e profondità, unisce e avvicina, ma se viene strumentalizzata per secondi fini (politici, sociali ed economici) diventa un mezzo terribile di divisione e oppressione», dice don Cesare Baldi, rientrato di recente nella diocesi di origine, Novara, dall’Algeria, dove per dieci anni dal 2009 al 2019 è stato direttore della Caritas nazionale. Un percorso missionario quello di don Cesare iniziato venticinque anni fa, prima come fidei donum  della diocesi di Novara, alla volta del Ciad, poi aggregato al Pime (Pontificio istituto missioni estere) per andare in Costa d’Avorio, infine approdato all’agenzia d’informazione missionaria Misna (Missionary service news agency). Il sacerdote testimonia un frammento della vitalità dell’azione pastorale cattolica in atto in Africa — continente spesso descritto con superficialità e luoghi comuni — dove negli ultimi anni, come descritto dall’Annuarium Statisticum Ecclesiae, la percentuale dei cattolici è cresciuta in maniera significativa (due su dieci ora sono cattolici).

Don Cesare, quali sono i settori dove la Caritas interviene?

Caritas Algeria è intervenuta nell’ultima decina d’anni in settori molto delicati della vita sociale e con una presenza estesa nelle quattro diocesi del paese, grazie al prezioso e insostituibile contributo di operatori algerini musulmani competenti e profondamente coinvolti. Abbiamo sviluppato progetti e portato avanti per anni attività di promozione della donna, formazione di educatrici dell’infanzia, di gruppi e associazioni giovanili, sostegno a famiglie con minori disabili (specialmente nel sud desertico), aiuto ai rifugiati Sahraui (nei campi alla frontiera con il Sahara Occidentale) e accoglienza dei migranti diretti verso l’Europa.

Lei è stato direttore della Caritas in Algeria. Quali le urgenze del paese?

Sono stato direttore della Caritas nazionale algerina dal 2009 al 2019, dopo un lungo e impareggiabile servizio di don Denis Gonzales, che aveva dato tutto se stesso, specie negli anni Novanta (gli anni bui del terrorismo) e nei primi anni del secondo millennio (con le catastrofi del terremoto e delle inondazioni), a tenere in vita una Caritas di prossimità, vicino alla gente. Io ho cercato come ho potuto di mantenere e sviluppare questo stile, coordinando le diverse iniziative nelle quattro diocesi, ma non è stato sempre facile perché ciascuno preferisce veder affermata la propria specificità piuttosto che convergere in un progetto comune.

In questo i missionari che ruolo possono avere o hanno già?

I missionari come sempre hanno un ruolo importante da giocare: quello di una testimonianza viva di prossimità e di partecipazione alla vita della gente. Gli anni Novanta hanno purtroppo cristallizzato, nel drammatico quadro nazionale di un paese martoriato che ha contato i suoi morti per centinaia di migliaia, la figura di una Chiesa asserragliata che ha contato anch’essa i suoi martiri, recentemente beatificati. Sono questi stessi martiri a segnarle la via della prossimità: essi hanno pagato con la vita la loro volontà di stare accanto alla gente, di offrire loro attenzione in monastero, nelle parrocchie, nelle biblioteche. Oggi dovremmo riprendere lo stesso cammino e uscire dalle nostre strutture per fare spazio al popolo.

La sua esperienza in Algeria cosa le ha insegnato come missionario?

Ho avuto la fortuna e l’onore di collaborare con amici musulmani profondamente convinti e praticanti, che non esito a chiamare fratelli e sorelle. La direttrice finanziaria di Caritas Algeria era una di queste; ho visto salafiti barbuti assumere la responsabilità di un progetto Caritas e diventare paladini di quest’ultima; ma ho visto anche confratelli perdere la loro umanità in nome di una religione usata come strumento di auto-affermazione. E quanti morti ammazzati ha dovuto subire il popolo algerino in nome della religione, ben prima che si cominciasse a parlare di Al Qaeda!

Quando le differenze culturali diventano ricchezza tra popoli come europei e africani?

Anche le differenze culturali, come quelle religiose, dovrebbero essere motivo di apprezzamento reciproco e non di razzismo e divisione, se solo sapessimo liberarle dalle finalità nascoste con cui le interpretiamo. Quanto diverso sarebbe il rapporto con i magrebini se cominciassimo a guardarli per quel che sono realmente, cioè i vicini di casa a cui chiediamo ogni giorno qualcosa, ma non una cosa qualsiasi, perché si tratta del petrolio, che fa girare le nostre auto e la nostra economia, e il gas, che ci permette di farci il caffè ogni mattina. Se cominciassimo a guardarli con quest’ottica e a ringraziarli per quel che ci danno ogni giorno (che è pur sempre roba loro, anche se un po’ la paghiamo) forse i nostri rapporti cambierebbero e le nostre differenze ci aiuterebbero a comprenderci meglio.

Perché i giovani algerini temono l’instabilità libica?

Credo che tutti temano l’instabilità, da qualsiasi parte essa provenga, tanto più se alimentata, come nel caso della Libia, da forze straniere europee e asiatiche, che la strumentalizzano per propri fini. L’avidità dei governanti è una malattia cronica che si ripresenta ovunque nella storia, a qualsiasi latitudine e con qualunque cultura e religione. Nonostante l’adagio di andreottiana memoria, il potere logora davvero chi c’è l’ha e ne fanno le spese i più deboli e i poveri: quando gli elefanti bisticciano — dice un proverbio africano — è l’erba che ne fa le spese!

Questo alimenta la fuga verso l’Italia e l’Europa?

Dobbiamo renderci conto che la cosiddetta “fuga verso l’Europa” è un fenomeno complesso di dimensioni ben maggiori dei quattro barconi che vediamo in televisione e che fanno tremare i nostri politici caserecci. È come uno tsunami che nessun muro o diga può fermare, è come la corsa all’oro nel Far West. Il problema che i nostri politici sembrano non capire, o fanno finta di non sapere, è che essa è il frutto della nostra politica estera: siamo noi stessi che alimentiamo questa fuga verso di noi. Noi stiamo andando in massa a casa loro per sfruttare le risorse del suolo e del sottosuolo (dal petrolio al legname pregiato) senza investire nei loro paesi e senza far crescere le loro risorse e poi pretendiamo di fermarne la fuga con quattro spiccioli alle nazioni del Nord Africa perché li tengano lontano e quattro barchette nel Mediterraneo?

Per arrestare la fuga?

Se volessimo davvero fermare questa fuga non dovremmo fare altro da ciò che abbiamo già fatto in Albania negli anni Novanta: investire nel loro paese.

di Roberto Cutaia