· Città del Vaticano ·

Ufficio oggetti smarriti

La sosta e la fuga

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20 ottobre 2020

Quale film che celebra il viaggio, lo spostamento, finisce per invitare lo spettatore a fermarsi? Turnè  di Gabriele Salvatores (1990) è la storia di un’amicizia, quella fra due attori di teatro, Dario (Diego Abatantuono) e Federico (Fabrizio Bentivoglio) che si trovano invischiati in un amore.  Il medesimo. Sono infatti entrambi innamorati di Vittoria (Laura Morante) che interpreta una speaker radiofonica ma soprattutto che ha lasciato Federico per mettersi con Dario. Il problema è che Federico non lo sa e Vittoria ritiene che per Dario, l’imminente turnè che vedrà i due amici nuovamente insieme sul palcoscenico, sia una buona occasione per «trovare il momento giusto». E dirglielo. Dario è un attore di quelli che hanno avuto un discreto successo grazie alla propria abnegazione e alla fatica. Se fosse un tennista si direbbe che il suo gioco è basato sulla regolarità, sul non sbagliare quasi mai. In realtà sotto la corazza inscalfibile, Dario è un uomo con paure e insicurezze. «Tu sei forte» gli ripete Vittoria, producendo una delle situazioni tipiche del supporre cosa gli altri siano ovvero metterli in difficoltà obbligandoli a rispondere alle nostre aspettative. Federico invece è un attore umorale, uno di quelli di gran valore ma con la tendenza a perdersi, a buttarsi via e per lui questo Giardino dei ciliegi  di Cechov che portano in scena è l’occasione di rimettersi in carreggiata dopo la stangata di Vittoria. Infatti, da quando lei lo ha lasciato per Dario, Federico non si dà pace e continua a cercarla e chiamarla da una cabina del telefono all’altra. Fede ha ottenuto la parte con un provino nel quale ha fatto monologo sul nero, sull’oscurità. «Ah Lolli — gli domanda il regista dopo avergli dato la parte — quel testo… Garcia Lorca no?». «Mick Jagger» è la risposta. Inizia dunque questo viaggio fra due amici che stanno andando in turnè nel sud Italia e che avranno molte cose da dirsi e una da affrontare. Che ne sarà infatti dell’amicizia fra i due attori quando uno saprà che la sua donna lo ha lasciato per l’altro? Questa sembra la domanda sottesa al film. Forse non è così. E allora cosa si nasconde in questa semplice ed elegante pellicola che ha trent’anni? Un segreto per gli occhi, uno per la mente, questo nasconde. «È il bello del teatro — gli dice Dario una volta in auto — uno parte e si lascia tutti i casini alle spalle». Eccola qua la solita equazione tra viaggio e fuga dalla propria vita, fra spostamento e possibilità di far perdere alla vita le nostre tracce. Verrebbe da chiedersi: e se non fosse così? Di più, e se fosse esattamente l’opposto? Ovvero che attraverso questa pratica del viaggio che è straniamento certo ma anche di presa di distanza dalle cose non sempre e solo per sfuggire ad esse ma talvolta per osservarle con maggiore serenità e oggettività siamo in grado di incontrare noi stessi? La fuga dalla propria vita non esiste, esiste semmai una possibilità di dare una sorta di appuntamento altrove a noi stessi, per vederci in abiti diversi, più sereni talvolta e da lì predisporre un ritorno migliore nella nostra quotidianità. Questo forse è il pensiero nascosto fra le pieghe del film, ed è lo stesso Federico che prova a buttare lì a Dario che qualche volta è opportuno «smettere di correre e fermarsi». Dario non sente ragioni. «Passiamo la vita a sentirci dire che siamo (prima) troppo giovani e (dopo) troppo vecchi per fare le cose, ci sarà un momento nel quale dobbiamo correre». Man mano che le date dello spettacolo si susseguono e la compagnia s’infila nel cuore dell’Italia, Dario rimette in piedi l’amico, alternando veri e propri allenamenti fisici (corsa) a uno stare insieme sempre più leggero e spensierato. Ma Dario ha un altro segreto da custodire in questo viaggio, in una delle date degli spettacoli lo attende il suo agente che lo starebbe piazzando in un film americano. Sta per mollare il teatro e quello stesso viaggio. Che ne sarà dei due segreti che aleggiano nella vettura di Dario e Federico? Non intendiamo svelarlo e concludiamo spostando l’attenzione sull’altro piccolo grande dono (per gli occhi) di questo film: il sud d’inverno. Dalla splendida Gubbio in Umbria alla diga della Gola del Furlo (provincia di Pesaro/Urbino) che ancora sud vero e proprio non sono passando invece per il fascino della Puglia senza turisti, senza la ressa della gioia comandata della stagione estiva, l’auto di Dario e Federico è una sorta di dolly  in carrellata fra le meraviglie in letargo del nostro Paese. Lucera, Trani, Polignano a mare, Ostuni, il borgo antico di Rutigliano sono solo alcune delle gemme deserte e silenziose che fanno da sfondo, da Monument Valley  (se fossimo in un film di John Ford) al road movie  di Salvatores che vi consigliamo di non smarrire.

di Cristiano Governa