· Città del Vaticano ·

LABORATORIO • DOPO LA PANDEMIA
Conversazione con l’economista Marcella Corsi

La rivoluzione della cura

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22 ottobre 2020

«Vorrei che tutti insieme uscissimo dalla crisi generata dalla pandemia con una rivoluzione della cura; perché ciò avvenga dobbiamo costruire un linguaggio e un’economia differenti, tesi alla ricerca di una felicità interna lorda e di un modello socio-culturale capace di soddisfare i bisogni degli individui, in termini realmente universali, senza alcuna discriminazione», afferma Marcella Corsi, professoressa ordinaria di economia, e coordinatrice di Minerva – laboratorio di studi su diversità e disuguaglianze di genere, presso il Dipartimento di Scienze Statistiche di Sapienza Università di Roma.

Cosa intende con un'economia della cura, da contrapporre al paradigma socioeconomico dominante, che sta mostrano diverse criticità?

Credo sia necessario restituire centralità ad un sistema che comprenda attività di cura e accudimento degli esseri umani, tanto in ambito domestico, ovvero privato, quanto in ambito sociale, ovvero pubblico, tenendo insieme lavoro retribuito e non, e guardando alle donne come prime responsabili e protagoniste di questo cambiamento.

Dagli anni '70 vengono sviluppate e discusse politiche alternative politiche, filosofiche ed economiche, che mettono al centro la "buona vita" e la "felicità". Il termine anglosassone "care", del resto, non traduce solo "cura", ma abbraccia un concetto più ampio...

Esatto: significa attenzione, protezione, assistenza e premura e, quindi, si riferisce, da un lato, alla consapevolezza della dipendenza, dello stato di bisogno e della necessità della relazione, quali elementi costitutivi degli esseri umani, e, dall’altro, a concrete progettualità di cura. Si tratta di un preoccuparsi del mondo, non solo attraverso il lavoro, sociale o domestico, ma anche attraverso l'impegno per una trasformazione culturale, che possa portare ad un nuovo equilibrio tra tempi di lavoro ed extralavorativi, ad una idea diversa di farsi carico del vivente e di tutelare la casa comune che abitiamo.

Le risorse stanziate negli ultimi mesi potrebbero aprire a investimenti che siano occasione di sanare disuguaglianze croniche — di genere, provenienza, età — dei paesi europei, e che, in Italia, si sommano al divario geografico Nord-Sud.

Senza, però, una progettualità di fondo pensata per un'idea di società, qualsiasi intervento, anche di notevole portata finanziaria, sortisce l'effetto di provvedimento tampone. Degli anni '60 si parla di boom, non solo economico, perché le governance  del tempo seppero tradurre il Marshall Plan , dopo la ii  guerra mondiale, in un progetto d'insieme teso ad un rilancio complessivo del paese. Le risorse del Recovery Fund , paragonabili a quelle di allora, andrebbero canalizzate in un grande progetto di crescita, centrato sulla valorizzazione della componente femminile, anche in termini occupazionali: forse interromperemmo la mancanza di crescita di cui l'Italia soffre da oltre un trentennio.

Quotidianamente si ripete che a pagare il prezzo maggiore della pandemia siano le donne: in termini qualitativi e quantitativi di occupazione e di carico di lavoro sociale non retribuito, il che va ad acuire una situazione già compromessa di marginalità e discriminazione strutturali. Come valuta le iniziative che si stanno mettendo in campo?

Le misure finora discusse sono poco efficaci, perché, dalla defiscalizzazione del lavoro femminile all’investimento nel commercio e nel turismo, non sono mirate, ma propongono un modello a taglia unica, di cui principali beneficiari saranno paradossalmente, per l'ennesima volta, gli uomini. Bisogna definire provvedimenti specifici per le madri, uscite dal mondo del lavoro dopo la nascita di un figlio, per le donne migranti,  per le over 50, ecc. Occorrerebbe anche introdurre, e non transitoriamente, parametri di monitoraggio e valutazione che misurino l'efficacia delle politiche intraprese, e che consentano di avere strumenti utili a riprogrammare, limare e gestire in modo utile la spesa.

Se l’obiettivo non è tamponare momentaneamente l’emorragia di posti di lavoro femminili, ma creare le condizioni perché le donne non siano più cittadine di serie B e possano veramente scegliere del loro futuro, non abbiamo anche bisogno di una visione di società più ampia?

Certo: le strategie politiche sono sempre il riflesso di una visione. Il punto è quale idea di società accarezziamo. Per esempio, se i due settori chiave sono digitale e green economy , dobbiamo muoverci nella direzione di una valorizzazione del talento femminile, integrando investimenti in nuove tecnologie con progetti green ad elevata densità occupazionale di donne. Le giovani sono mediamente più istruite e allenate a migliorare la propria formazione professionale, e sono portatrici di innovazione: incentiviamo, dunque, le loro iniziative imprenditoriali, favoriamo la creazione di programmi per lo sviluppo di nuove tecnologie nei settori in cui sono più presenti, come la comunicazione e la sanità territoriale. Ci sono moltissime imprenditrici in ambito eno- agrifood : investiamo sul loro potenziamento. E, oltre a singoli pacchetti di investimento, pensiamo al futuro delle ragazze attraverso programmi sistematici per abbattere gli stereotipi, di matrice fortemente ambientale e socioculturale, per altro, nelle scienze applicate (le cosiddette Stem ).

La finalità chiave dell’investimento per le donne non resta quello nelle infrastrutture sociali (o banalmente welfare), che devono essere potenziate anche attraverso investimenti in tecnologie digitali?

Sì, sono essenziali quei servizi che permettono di soddisfare interessi e bisogni collettivi, e liberare il tempo delle donne: ovvero, scuole a tempo pieno, asili, strutture per anziani e assistenza sanitaria domiciliare. Portare fuori dall’ambito domestico parte del lavoro di cura crea molta occupazione, non esclusivamente femminile, migliora la qualità della vita di chi già lavora, rende possibile accettare un lavoro per chi lo desidera, e aumenta significativamente il benessere dei soggetti fruitori di tali servizi, tradizionalmente fragili o non autonomi (bambini, anziani, malati, persone con disabilità). Se esiste un insegnamento da quanto accaduto in questi mesi è che il miglior futuro che possiamo garantirci è quello che investe in cura dell'altro e dell'ambiente. E questo lo si conquista, elaborando nuove sinergie, capaci di superare antichi dualismi: pubblico—privato, famiglia—istituzioni, uomo—donna, giovani—anziani. Non è tempo di contrapposizioni. Piuttosto di sintesi, o ancora meglio, di empatia.

di Silvia Camisasca