· Città del Vaticano ·

L’offerta della guarigione

La Sandra Grimsley, «Jesus Heals - Centurion’s Servant» (2015)

Racconto - La parola dell'anno

01 ottobre 2020

Nella narrazione si trova la verità


Quando ho letto per la prima volta le considerazioni di Papa Francesco sulla narrazione nel Messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali ho pensato alla storia del centurione a Cafarnao. In realtà ho pensato a quel racconto e a quello del paralitico di Cafarnao: i due racconti si fondevano tra loro come se fossero un’unica storia.

Da allora ho riletto le due storie nei vangeli e penso che non sia un caso che mi sono venute in mente in collegamento con la narrazione, o che mi sono venute in mente insieme. Perché ritengo che parlino direttamente delle dinamiche della narrativa nei vangeli e nell’esperienza umana. Ci dicono che cosa è accaduto in due momenti della vita di Gesù; e suggeriscono come le storie della nostra vita siano intessute nel racconto della storia sacra e viceversa.

«Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito». La storia del centurione romano è una storia familiare. Gesù arriva a Cafarnao. Un centurione gli va incontro e gli racconta che un membro della sua famiglia è malato: è paralizzato. Gesù dice che andrà a curare l’uomo e si avvia. No, no — insiste il centurione — non venire, io non sono degno, di’ soltanto le parole. Poi, senza che gli venga chiesto, spiega che da persona che ha autorità sa come questa funziona: chi ha l’autorità dice una parola ed essa viene fatta. Ciò che intende dire è che riconosce l’autorità di Gesù. Gesù a sua volta riconosce la fede del centurione. Elogia il centurione per la sua fede, indicandola come esemplare, e il servo nella casa viene guarito «in quell’istante».

Che cosa c’entra questa storia con la narrazione? Suggerisce come siamo in relazione con la narrativa sacra. Il centurione insiste sul fatto di non essere degno che Gesù entri sotto il suo tetto. Il suo senso d’indegnità è tale che in Luca chiede agli anziani ebrei che conosce di intercedere invece di andare direttamente incontro a Gesù. La sua umiltà è commovente. Ma l’affermazione che sorregge il racconto — l’affermazione che i vangeli illustrano, generano e c’invitano a fare nostra — è che Gesù è già venuto dal centurione e dal suo servo. Facendosi uomo, Gesù è entrato nella nostra casa. Porta l’autorità di Dio: l’“autore” della nostra storia. In lui, Dio è entrato nel tempo narrativo. È venuto sotto il nostro tetto.

Inutile dire che anche quelli tra noi che hanno una fede profonda — simile al centurione — spesso insistono sul contrario. Respingiamo l’idea che Dio è con noi. Lo facciamo per umiltà, come se non ne fossimo degni. Ma Gesù è tenace. Nella spiegazione del centurione su come funziona l’autorità Gesù discerne la profondità della sua fede. Per secoli i cattolici hanno sentito in questo passo un avvallo dell’autorità umana sugli altri attraverso strutture di servitù come la schiavitù. Oggi respingiamo tale avvallo e sentiamo invece il riconoscimento da parte del centurione — suo malgrado — dell’analogia tra l’esperienza umana e la vita divina.

L’altro racconto di Gesù che guarisce un paralitico rende più profonda questa analogia. Anch’esso si svolge a Cafarnao. Secondo il racconto del vangelo di Matteo, la gente semplicemente conduce il paralitico da Gesù. In Marco e Luca, Gesù sta predicando al chiuso — in una casa, magari la sua casa — e all’esterno si è radunata una folla talmente fitta che i quattro uomini che lo portano sulla lettiga non riescono a passare per farlo entrare in casa dalla porta. Così salgono sul tetto e aprono un varco delle dimensioni di un uomo e, narra Luca, «lo calarono attraverso le tegole con il lettuccio davanti a Gesù, nel mezzo della stanza».

È una scena di quella stranezza e specificità che noi, lettori moderni, associamo all’autorità narrativa: con la grande fiction da un lato e le storie vere dall’altro. Dobbiamo immaginare un gruppo di persone che circondano il paralitico sul lettino, sollevandolo, passandoselo di mano in mano fin sul tetto e calandolo attraverso il varco che hanno aperto, tutto senza ferirlo e, al tempo stesso, assicurandogli che ciò che stanno facendo varrà la pena. Lo sforzo straordinario che compiono suggerisce la loro preoccupazione per lui, il loro desiderio di una cura, la loro fiducia in Gesù. Al tempo stesso, l’eccezionale specificità dei dettagli suggerisce che «è davvero accaduto»: che la storia è una storia vera.

All’interno della casa, con il paralitico esposto nel suo lettino, gli scribi e i farisei sfidano Gesù per la sua presunzione di poter guarire l’uomo. Gesù replica ponendo una domanda. «Che cosa è più facile, dire: Ti sono rimessi i tuoi peccati, o dire: Alzati e cammina?». La prima, suggerisce Gesù. Un tale perdono è un’astrazione: manca di precisazioni. «Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati: io ti dico — esclamò rivolto al paralitico — alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua».

Sta dicendo loro che è nella narrativa — negli eventi e non nelle dichiarazioni astratte — che si trova la verità. La narrativa è più complessa e più convincente. Come osserva Papa Francesco, «non a caso» i vangeli sono dei racconti, e questa storia suggerisce quello che il Papa potrebbe intendere. In essa viene mostrata la narrativa divina che ha luogo su scala umana. La verità viene presentata personalmente.

Quel che accade dopo è una dimostrazione della potenza della narrazione. Ecco il racconto di Marco: «Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti». L’uomo abbandona il lettuccio dell’astrazione (una forma di paralisi) per il viaggio della narrativa (una camminata, l’atto narrativo fondamentale), portando con sé il lettuccio (perché l’astrazione viene soppiantata, non abbandonata).

Questa storia, tra le più vivide che abbiamo dell’attività quotidiana di Gesù, è anche una storia con una dimensione anagogica; quella dimensione che, come ha affermato Flannery O’Connor (attingendo molto probabilmente a Henri di Lubac), «ha a che vedere con la vita divina e la nostra partecipazione ad essa». È una storia che fa da pertinente contrappunto alla storia del centurione.

La prima storia è un’immagine del modo in cui Dio è entrato nella narrativa umana (è venuto sotto il nostro tetto) e dei nostri sforzi per riconoscerlo. La seconda è un’immagine del modo in cui noi entriamo nella narrativa divina nella nostra vita: attraverso l’impegno o addirittura con fatica. Dio è nella casa. Si è radunata una folla. La guarigione è un’offerta. La nostra partecipazione è concessa, ma né garantita né semplice. Dobbiamo agire con audacia e decisione. Se vogliamo arrivare dov’è Dio, unire la nostra storia alla sua, a volte dobbiamo aprire un varco nel tetto.

di Paul Elie
Senior fellow al Berkley Center for Religion, Peace, and World Affairs presso la Georgetown University (Washington d.c., Usa)