· Città del Vaticano ·

L’omelia del segretario di Stato durante la celebrazione

Jean-Louis Tauran sepolto a Sant’Apollinare suo titolo cardinalizio

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26 ottobre 2020

Sabato scorso, 24 ottobre, il cardinale Pietro Parolin ha presieduto la messa per l’inumazione del compianto cardinale Jean-Louis Tauran nella basilica di Sant’Apollinare, titolo cardinalizio del porporato francese morto il 5 luglio 2018. Insieme con il segretario di Stato  hanno concelebrato il cardinale Miguel Ángel Ayuso Guixot, successore di Tauran come presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso; e l’arcivescovo Jan Romeo Pawłowski, delegato per le rappresentanze pontificie; prelati che svolgono il loro servizio al dicastero per il dialogo, sacerdoti della Pontificia università della Santa Croce, guidati dal rettore. Hanno assistito al rito, nel rispetto del distanziamento sociale imposto dal covid-19, famigliari di Tauran giunti dalla Francia, con l’ambasciatore presso la Santa Sede, Elisabeth Beton Delègue. Pubblichiamo l’omelia pronunciata dal cardinale Parolin.

Reverendi confratelli [nell’episcopato e] nel sacerdozio, distinte Autorità, cari fratelli e sorelle,

credo che in ciascuno di noi, nel corso di una celebrazione di suffragio, trovino spazio due sentimenti contrastanti: da una parte avvertiamo in modo più intenso il distacco dalle persone care e la provvisorietà della condizione terrena che ci accomuna; dall’altra, ci rendiamo conto di quanto sia necessario distanziarci dalla fretta e dalla dispersione quotidiane per rivolgerci al mistero della vita, di cui la morte è parte, e soprattutto al Signore della vita, a cui render grazie per chi abbiamo stimato in terra, nella speranza ben fondata di goderne la compagnia in Cielo.

Questo contrasto emerge in modo ancor più vibrante pensando al cardinale Jean-Louis Tauran: la sua statura personale e la sua finezza diplomatica, condite da una fine arguzia, non possono che mancarci immensamente, e il decorso repentino della malattia ne acuisce il dolore per la scomparsa.

Al tempo stesso sappiamo di essere qui a pregare per lui e con lui, in questa Basilica che richiama il suo titolo cardinalizio. Il fatto che essa ne custodirà, con le spoglie, anche la memoria, sigilla la stretta unione del suo ministero a quello petrino, manifestata dalla porpora, segno della fedeltà fino all’effusione del sangue, segno di una vita che ha trovato il suo senso nel donarsi e nel servire.
Anche in me si riverberano questi sentimenti contrastanti: la nostalgia per la mancanza di chi è stato mio diretto superiore per più di un decennio, maestro esemplare cui sono debitore professionalmente e umanamente, si accompagna alla speranza viva di avere in Cielo un amico che ci guarda con sapiente affetto, infondendoci fiducia.

Ma è soprattutto nel Vangelo che i contrasti emergono e trovano nuova luce. Abbiamo ascoltato l’inizio dell’ultimo discorso di Gesù, il cosiddetto “discorso di addio”. Esso avviene in un’atmosfera inquieta: Gesù ha appena consumato l’ultima Cena con i discepoli ed è scesa la notte: è il momento del distacco. Un distacco non solo fisico, ma spirituale, segnato dal dolore per le mancate attese che Gesù aveva riposto nei suoi: Giuda se ne era appena andato tradendo, Pietro lo avrebbe rinnegato di lì a poco, gli altri  lo avrebbero quasi tutti abban-donato. In questo clima tetro, però, Gesù non pronuncia parole meste o risentite, ma incoraggia i suoi con dolcezza, infondendo speranza. Esordisce dicendo: «Non sia turbato il vostro cuore» (Gv  14, 1).

«Non sia turbato»: il verbo originale non fa riferimento ad ansie o timori passeggeri, ma va alla radice della paura cronica, di quel turbamento che scuote la vita e che in ultima analisi deriva dal sentirsi soli e indifesi di fronte alle minacce più inquietanti, in primis la morte. «Non sia turbato» non è un generico «non preoccupatevi», non è una fatua rassicurazione verbale: il medesimo verbo esprimeva il profondo turbamento provato da Gesù nel piangere la morte dell’amico Lazzaro (cfr. Gv  11, 33). Sorge dunque spontanea la domanda: se Cristo è stato così profondamente turbato, perché noi suoi discepoli, privi della sua presenza, non dovremmo esserlo?

La ragione è illustrata dalle parole che seguono: Gesù spiega di andarsene non per lasciarci soli, ma per prepararci «un posto», così che noi potremo essere con lui (Gv  14, 2-3). Che cosa significa la promessa di questo posto? Che non siamo destinati ad essere accompagnati per sempre dai nostri problemi, ma a stare per sempre con Dio.      Le parole di Gesù vogliono fondare in noi questa certezza e lo fanno sulla base della Pasqua. È infatti con la sua morte, risurrezione e ascensione in cielo che Gesù ci ha conquistato un posto nuovo, che prima non avevamo. Egli ha portato la nostra umanità oltre la cortina della morte, al cospetto stesso di Dio, azzerando le distanze tra Cielo e terra. È infatti in Gesù, vero uomo, che la nostra umanità, la nostra stessa carne, ha sconfitto la morte e raggiunto Dio. Non siamo più prigionieri della caducità terrestre. Ora abbiamo un posto riservato per sempre in Cielo.

Il nostro turbamento per le precarietà attuali è insomma confortato dalla realtà che, stando con Gesù, la vita non andrà mai fuori posto. E se incertezze e paure non mancano, ci è data tuttavia una sicurezza più grande, che proclamiamo in ogni Messa quando, ripetendo lo stesso termine del Vangelo, diciamo al Signore: «Con l’aiuto della tua misericordia vivremo sempre sicuri da ogni turbamento». È possibile, con lui. Ed è per questo che subito dopo Gesù propone ai discepoli di ogni tempo, quale rimedio al turbamento, la fede: la «fede in me», che sono «la via» (vv. 1.6).

Su questa via il cardinale Tauran si è incamminato, congiungendo armonicamente il primato di Dio con le esigenze della diplomazia. Anche la diplomazia, d’altronde, è una via buona e retta, quando pone al primo posto la verità delle intenzioni e la vita delle persone. Credo che possiamo tutti testimoniare come entrambe siano state centrali nella vita del compianto prelato, in cui emergeva, in particolare, l’attenzione per le persone. Prova ne è la stima che lo ha circondato non solo per la sua oggettiva competenza, ma anche per il tratto gentile e garbato che ne rivelava la personalità.

La sua via terrena ha percorso molte latitudini, a cominciare dalla Repubblica Dominicana per poi raggiungere il Libano e quindi Roma dove, presso la Sezione per i Rapporti con gli Stati, ha operato per vent’anni, di cui tredici a capo della Sezione stessa, compiendo numerose visite in molte parti del pianeta.
Ha concluso l’esistenza di quaggiù ancora in via, da Presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, impegnato in un campo tanto attuale quanto imprescindibile, che negli ultimi anni ha visto, anche grazie alla sua opera, l’avvio di diversi dialoghi, semi di speranza nel segno della fraternità e della pace.

Siamo oggi qui a invocare la pace eterna per un uomo di pace del nostro tempo, un uomo che aveva anzitutto nel cuore la pace di cui parlava con la bocca. Qual è stato il suo segreto? Direi proprio, tornando al Vangelo, la fede in Gesù: da lui, che è la via, ha saputo attingere la forza per ricercare costantemente e instancabilmente vie di pace e di collaborazione; da lui, che è la verità, ha appreso l’arte di discernere le incoerenze prima in se stesso che negli altri. In questo senso apprezzò molto quando Papa Francesco, all’università di Al-Azhar, parlò dell’imprescindibilità della «sincerità delle intenzioni,  perché il dialogo, in quanto espressione autentica dell’umano, non è una strategia per realizzare secondi fini, ma una via di verità, che merita di essere pazientemente intrapresa per trasformare la competizione in collaborazione» (Discorso , 28 aprile 2017). Aderendo, infine, a Gesù, che è la vita, acquisì la capacità di non far dipendere la sua esistenza dalle circostanze favorevoli o sfavorevoli, bensì di trovare in Lui il suo assetto stabile in circostanze variabili. L’abbiamo constatato nei lunghi anni della malattia, che accolse senza troppo scomporsi, mai rinunciando alla sua abituale auto-ironia e sempre abbandonandosi fiduciosamente alla volontà di Dio.

Il cardinale Tauran ha così attraversato pure l’esperienza di Giobbe, di cui ci ha parlato la prima Lettura, Giobbe che nella malattia e allo stremo delle forze testimonia la certezza ultima della vita: «Io so che il mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! Vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno» (Gb  19, 25-27).
La presenza fedele del Dio che non delude è il fondamento della speranza cristiana, che ha animato il nostro fratello Jean-Louis. Proprio nel segno della speranza vorrei concludere queste riflessioni, facendo riferimento a una bella pagina della letteratura francese, che il cardinale Tauran, genuinamente fiero delle eccellenze culturali del suo Paese, sono certo non disdegnerà.

Il grande poeta Charles Péguy, in un breve poema, ha raffigurato la speranza in modo semplice e geniale, immaginandola come la sorella minore delle altre due virtù teologali, la fede e la carità (Le porche du mystère de la deuxième vertu , in Œuvres poétiques complètes , Parigi 1975, p. 655 ss.). Le tre sorelle camminano insieme, tenendosi per mano. La più piccola, la speranza appunto, sta al centro, le maggiori ai lati. Guardandole, annota Péguy, sembra che siano le due più grandi e più note a sorreggere la piccola. È invece lei a trascinare in avanti le altre, perché se si arresta la speranza si ferma tutto; ma se la speranza procede, anche la fede e la carità avanzano.
Per camminare nella vita, seguendo la via che il Signore ci ha indicato, non basta dunque nutrire la fede e praticare la carità, ma è necessario pure alimentare la speranza, che i cristiani, suggeriva Péguy, dovrebbero passarsi per mano uscendo di chiesa come fanno con l’acqua benedetta.

Il fatto che in questo tribolato periodo non si possa replicare, per evidenti motivi, tale gesto, non ci esime da ciò che più conta, ovvero dal trasmetterci, di volto in volto e di generazione in generazione, la speranza, come virtù cristiana e anche come diritto umano. Péguy suggeriva di diventare «complici della speranza».
Il cardinale Tauran, che ha fatto del dialogo un motivo di  vita, fondando la sua speranza  su Colui che è la via, la verità e la vita, interceda per questo: la sua eredità ci motivi ad essere, nelle ardue sfide che affrontiamo in terra, testimoni della speranza che ci attende nei cieli (cfr. Col  1, 5).