· Città del Vaticano ·

Il cyborg: andare oltre l’uomo ma senza una meta

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Cambiamento d'epoca

10 ottobre 2020

Per comprendere come le idee del post-umano e del trans-umano vogliano oggi inverarsi dobbiamo approfondire la tematica del cyborg. Durante gli anni Sessanta dello scorso secolo, all’interno di alcuni studi biomedici, due ricercatori, Manfred E. Clynes e Nathan S. Kline, coniarono, dall’unione dei termini cybernetic  e organism , il termine cyborg. L’intento dei loro studi era indagare sulle possibilità dell’uomo di viaggiare oltre l’atmosfera terrestre e colonizzare altri pianeti. La sopravvivenza nello spazio richiedeva, secondo la visione di Clynes e Kline, la creazione  di esseri con funzioni organiche estese rispetto a quelle già possedute. I cyborg sarebbero stati dotati di queste caratteristiche creando un ibrido tra organismo e macchine. I due studiosi scrivevano: per il complesso organizzativo esteso esogeno che funzioni come un sistema integrato omeostatico inconscio proponiamo il termine “cyborg”. Il cyborg incorpora deliberatamente componenti esogeni che estendono le funzioni di controllo dell’autoregolamentazione dell’organismo al fine di adattarle ai nuovi ambienti.

L’idea iniziale era quella di sviluppare un complesso organizzativo esogeno che funzionasse come un complesso omeostatico, cioè un sistema in grado di autoregolarsi e di sapersi adattare alle variazioni ambientali. Clynes e Kline crearono contestualmente il primo organismo cyborg della storia: un topo da laboratorio del peso di 220 grammi cui avevano applicato una pompa osmotica sottocutanea che permetteva l’iniezione di un composto chimico con un flusso dal tasso lento e controllato senza alcuna attenzione da parte dell’organismo del topo.

In una intervista successiva Clynes racconta, anche con un certo umorismo, della nascita del termine cyborg e del significato che i due ricercatori intendevano dare a questo termine: «Ci pensai sopra per qualche giorno e scrissi qualcosa. Pensai che sarebbe stato utile avere un nuovo concetto, un concetto di persona che potesse liberare se stessa dai limiti dell’ambiente per estenderli a suo piacimento. Coniai la parola cyborg. Mi ricordo che Kline disse “Oh, suona come il nome di una città della Danimarca”. Ebbene, sembrava che andasse bene. L’idea centrale era liberare l’uomo dai limiti mentre volava nello spazio — che è un tipo di libertà — ma sembrava necessario dare la libertà corporea per sopravvivere in un’altra parte dell’universo senza le limitazioni a cui l’uomo è soggetto nell’essersi evoluto sulla Terra».

Rimanendo fedeli alla descrizione del cyborg di Clynes e Kline, con gli attuali progressi delle scienze biomediche, un individuo che abbia subito l’impianto di un pacemaker, che utilizzi un apparecchio acustico o abbia un cuore artificiale o delle protesi cibernetiche potrebbe essere considerato un cyborg. Dobbiamo quindi chiederci cosa vuol dire vivere in un mondo di cyborg?


di Paolo Benanti