· Città del Vaticano ·

Fu vera gloria?

Vincenzo Camuccini «Morte di Cesare» (1806, conservato al Museo di Capodimonte, Napoli)

Un saggio di Luca Fezzi su Giulio Cesare

02 ottobre 2020

Cesare, in latino Caesar. Il semplice, magari solo occasionale incontro con quel celebre nome (per l’esattezza cognomen), stampato sulla copertina di un libro attinente alla civiltà dell’antica Roma, è già sufficiente a sollevare un turbine di reminiscenze, immagini, riflessioni riconducibili essenzialmente ai nostri studi liceali. Un nome di straordinaria potenza evocativa, insomma. E non certo senza motivo. Qualunque opinione più o meno fondata si possa avere sul personaggio in questione, sul suo curriculum di uomo politico, sulle sue imprese belliche, sulla sua opera letteraria, è verità incontestabile che Gaio Giulio Cesare occupa un posto di prima fila nel pantheon dei maggiori protagonisti della storia universale. Anche le più recenti ricognizioni specialistiche confermano la plausibilità del giudizio, sia pure un po’ troppo perentorio nel decretare una sorta di apoteosi, espresso da Concetto Marchesi, che in Cesare scorgeva «il figlio più grande di Roma».

Sono obiettivamente impressionanti la molteplicità e l’eterogeneità dei ruoli da lui interpretati in meno di sessant’anni di vita sul palcoscenico della turbolenta, vacillante e infine snaturata res publica romana. Fu anzitutto titolare di svariate magistrature e investiture sacerdotali lungo un cursus honorum che, avviato in ancor giovanissima età e scandito (nell’Urbs come in alcune provinciae) da una progressione irresistibile fino al consolato e al triumvirato con Pompeo e Crasso, lo condusse a un successo poggiante da un lato sul blasone della sua gens, discendente secondo il mito da Iulo/Ascanio figlio di Enea e quindi addirittura da Venere in quanto madre dell’eroe troiano, dall’altro sulla sua abilità nell’accattivarsi il favore del populus come (presunto) alfiere della democrazia. Si dimostrò poi dux pressoché invincibile, sul modello di Alessandro Magno, grazie alle travolgenti campagne di conquista della Gallia negli anni dal 58 al 51 a.C. Già brillante oratore in senato, in tribunale e sui rostra del Foro, rivelò un fulgido talento anche come scrittore, facendosi memorialista delle sue res gestae: la prosa «scabra ed essenziale», inimitabilmente lucida ed elegante, dei suoi resoconti lo consegnò all’ammirazione dei posteri, non ultimo un Manzoni affascinato da tanta «dignitosa urbanità». Emerso vittorioso dalla guerra civile contro Pompeo e sbarazzatosi di ogni residuo ostacolo sulla via verso il potere assoluto, assunse nel 48 a.C. la carica di dittatore, che gli fu prorogata a vita nel 44. Ma proprio in quell’anno, nel giorno fatidico delle Idi (15) di marzo, la cruenta aggressione degli anticesariani in senato annientò il suo sogno imperiale.

Tre, di cui due divenute proverbiali, sono le frasi che nell’immaginario collettivo compendiano la parabola esistenziale di Cesare, dalla folgorante ascesa al mortale attentato. La prima, Gallia est omnis divisa in partes tres..., costituisce l’incipit di un capolavoro letterario, i Commentarii de bello Gallico, trascrizione della sua più gloriosa impresa di stratega: croce e delizia per generazioni di studenti delle superiori. La seconda, alea iacta est, contrassegna il momento culminante in cui l’attraversamento del Rubicone accende la miccia del bellum civile (oggetto di una nuova serie di Commentarii). La terza, infine, dà voce estrema alla sorpresa, all’incredulità, al pathos suscitati nell’animo del moribondo dal riconoscimento, tra i congiurati che lo stanno pugnalando, del figlio adottivo Marco Giunio Bruto: Tu quoque, Brute, fili mi?.

Tutti e tre i clamorosi eventi riflessi in queste espressioni lapidarie appartengono alla maturità di quell’autentico genio della politica e della scienza militare. Sicché, per quanto a un primo approccio il lettore possa avere una reazione di sconcerto, esulano dal progetto al quale Luca Fezzi, professore associato di Storia romana presso l’Università di Padova, ha dato corpo pubblicando un saggio intitolato, tout-court, Cesare (Milano, Mondadori, 2020, pagine 222, euro 20). Il sottotitolo, infatti, chiarisce che l’intento dell’autore è di far luce sulla fase biografica meno documentata dalle antiche fonti, e di conseguenza meno conosciuta dal pubblico non specializzato, ovvero sulla giovinezza del grande condottiero. È, questo orizzonte circoscritto, un limite oggettivo. Ma, secondo un’ottica diversa, si converte paradossalmente, come si vedrà, in un pregio. Fezzi prende in considerazione poco meno di un quarantennio: dalla nascita di Cesare, collocabile con buona approssimazione nel 100 a.C., fino alla partenza per la Spagna Ulteriore, affidata alla sua amministrazione in qualità di propretore. Riesce difficile, una volta raggiunto questo traguardo intermedio, reprimere l’impulso di procurarsi altri strumenti per approfondire le successive, cruciali vicende qui omesse. Prodigo di rimandi bibliografici correlati alla sua materia d’indagine, Fezzi non dispensa particolari suggerimenti per lo studio degli anni dal 61 al 44. Ma è noto che esistono in commercio eccellenti biografie complete, fra cui le tre, tutte intitolate Giulio Cesare, rispettivamente di Carcopino, Canfora e Fraschetti.

La concentrazione esclusiva sui primi quarant’anni di vita del futuro dittatore offre in realtà un vantaggio allo storico patavino: gli consente di addentrarsi nel fitto intreccio di uomini ed eventi che ruotarono intorno all’infanzia e all’incipiente giovinezza di Cesare con uno sguardo lenticolare. Uno sguardo — si direbbe — da detective impegnato in un’indagine poliziesca. Il silenzio in proposito delle principali fonti greco-latine (Plutarco con una delle sue Vite parallele e Svetonio con la prima delle Vite dei dodici Cesari) stimola Fezzi a integrare gli scarni dati disponibili formulando ipotesi rese attendibili dalla sua competenza e ragionando sulla base di un metodo deduttivo, la cui logica si presta a un paragone non irriverente con le tecniche investigative di uno Sherlock Holmes, di un Poirot, di un Maigret. Lo stesso stile sobriamente narrativo (non ovunque, peraltro, impeccabile) di questa operazione contribuisce, grazie anche a un nutrito repertorio di aneddoti, curiosità, risvolti “piccanti”, al perseguimento di un obiettivo intelligente: procedere nel contesto dei dodici capitoli sulla linea di un’accessibile divulgazione, intessuta di nozioni e delucidazioni circa la struttura politica, istituzionale, sociale della res publica, scaricando nelle note e nella bibliografia gli elementi destinati a un’utenza più esigente, di profilo accademico.

L’impianto “investigativo” si estende anche oltre l’84/83 a.C., pur in presenza ormai di informazioni offerte dagli antichi biografi con relativa abbondanza, ma spesso discordanti, confuse, fuorvianti: donde la perdurante necessità di sbrogliare matasse, di estrarre noccioli di realtà storica da polpe e scorze a più strati sovrapposti, di prospettare verosimili congetture. Emblematico, nella sua stravagante enigmaticità, l’episodio ricostruito ad apertura di libro, che si colloca nel dicembre del 62 e rispetto al quale i capitoli successivi, a partire dalle origini familiari di Cesare, si snodano come un lungo flashback: il cosiddetto “scandalo della Bona Dea”. Quale motivazione reale spinse il temerario patrizio Clodio, travestito con abito muliebre, a introdursi nelle “segrete stanze” della domus di Cesare, allora pretore e pontifex maximus, violando la norma che escludeva ogni presenza maschile durante la celebrazione dei riti in onore della divinità garante della pudicitia femminile? Una relazione adulterina con Pompeia, la matrona sposata in seconde nozze dal padrone di casa? Un intrigo ai danni dell’influente avversario politico? Il gusto dissacrante di una semplice bravata?

Foschie non facili da dissolvere si addensano anche intorno alle prime mosse, civili e militari, del Cesare carrierista, personaggio per molti aspetti controverso, sullo sfondo di lotte intestine senza quartiere tra le opposte fazioni degli “ottimati” solidali con il senato e dei “popolari” schierati a difesa della plebe e degli alleati italici. Con quali manovre il giovane rampante, legato da vincoli familiari e affinità ideologica al democratico Gaio Mario, riuscì ad attraversare indenne la tempesta di massacri, vendette, proscrizioni, esecuzioni capitali durante la persecuzione antimariana messa in atto da Lucio Cornelio Silla, munito del potere dittatoriale? Fu davvero moralmente censurabile la sua condotta in Bitinia? Ebbe una liaison scabrosa con il re Nicomede? La sua reputazione di marito e padre irreprensibile non strideva forse con le insinuazioni sulla sua ambivalente ingordigia sessuale, sbeffeggiata da Catullo nel carme 57? Come si conciliava l’implacabile vendicatività nel far crocifiggere i pirati che lo avevano rapito presso Rodi con la generosità (non esente, tuttavia, da un calcolo politico) nell’allestire e finanziare feste, banchetti, manifestazioni gradite al popolo?

Affrontando l’argomento, lambito anch’esso da ombre misteriose, del coinvolgimento di Cesare nella congiura di Catilina, la ricostruzione di Fezzi assume il ritmo di un legal thriller. Si consideri, fra l’altro, che lo scenario di quella crisi destabilizzante viene solo in parte illuminato dal De coniuratione Catilinae di Sallustio e dalle Catilinariae di Cicerone. Quest’ultimo, console nel 63 e leader dei conservatori, dopo aver sventato nel 62 il piano eversivo e costretto il ribelle alla fuga in Etruria, istruisce in senato il processo contro i complici della macchinazione nel frattempo arrestati. Incurante di stornare il sospetto di un suo larvato fiancheggiamento o almeno sostegno morale alla trama rivoluzionaria, Cesare propone una soluzione “garantista”: detenzione dei cospiratori lontano da Roma e confisca dei loro beni. I senatori ondeggiano. Lo stesso Cicerone, inizialmente inflessibile, sembra nutrire dubbi. Ma l’intransigente intervento di Catone finisce per dare via libera alla sentenza di condanna a morte. La sincera o strumentale clemenza di Cesare risulta sconfitta.

Fu vera gloria? Questo l’interrogativo manzoniano che sorge nell’abbandonare il percorso del “grande condottiero” alla vigilia dei suoi trionfi pagati, da ultimo, al prezzo di ventitré pugnalate. La risposta più persuasiva è ancora, probabilmente, quella di Luca Canali (in Profili latini, 1991): «Credo che il più illustre rampollo della gens Iulia avesse in mente un grande disegno politico: far cessare i tremendi e sanguinosi conflitti civili fra optimates e populares facendo leva sulla classe intermedia (borghese) degli equites e sul proletariato in armi, cioè sulle legioni».

di Marco Beck